I versi di Antonella Anedda tratti dalla raccolta Tutte le poesie si offrono al lettore come un frammento di memoria sospeso tra intimità domestica e simbolo. La scena evocata è semplice, quasi povera di elementi: un tempo “ampio, invernale”, l’ombra di un abete, il cibo sulla stufa, i vetri con i loro “tre suoni”. Eppure, proprio in questa essenzialità, si condensa una densità emotiva che caratterizza molta della poesia di Anedda: la capacità di trasformare il quotidiano in una meditazione sul tempo, sulla relazione e sulla fragilità.
Per noi serbavo un tempo
ampio, invernale
l’ombra dell’abete stesa
col cibo sulla stufa.
I tre suoni dei vetri
sfere, aghi, candele.
Antonella Anedda e la poesia da “Voci per Alleati
«Per noi serbavo un tempo / ampio, invernale». L’incipit stabilisce immediatamente un tono di custodia e di promessa. Il verbo “serbavo” suggerisce un gesto intenzionale, quasi materno: mettere da parte, conservare qualcosa per qualcuno. Il tempo non è un flusso indistinto, ma una riserva preziosa, un bene che si può offrire. L’aggettivo “ampio” contrasta con la percezione contemporanea di un tempo frammentato e affrettato: qui il tempo è disteso, dilatato. Ma è anche “invernale”. L’inverno porta con sé una doppia valenza: stagione del freddo, della stasi, della sospensione, ma anche momento di raccoglimento, di interiorità. Il tempo invernale è quello in cui si sta in casa, ci si stringe attorno al calore, si condivide il silenzio.
La seconda immagine approfondisce questa dimensione: «l’ombra dell’abete stesa». L’abete è un albero che richiama il paesaggio montano, ma anche un simbolo fortemente legato all’inverno, al Natale, alla luce che si accende nel buio della stagione fredda. Tuttavia, qui non si parla dell’albero illuminato, ma della sua ombra. L’ombra è distesa, quasi come un tappeto o una coperta. È un’ombra che protegge, che avvolge. L’immagine suggerisce una quiete domestica, una penombra rassicurante.
«Col cibo sulla stufa». Questo verso introduce un elemento concreto, quotidiano. La stufa è il centro caldo della casa invernale, il luogo attorno a cui si raccoglie la famiglia. Il cibo sulla stufa evoca lentezza, preparazione, attesa. Non c’è fretta: il cibo cuoce, il tempo scorre ampio. L’atmosfera è di condivisione e cura. Anedda riesce, con pochi tratti, a costruire un microcosmo domestico in cui il tempo è dono e il calore è presenza.
La seconda parte del frammento introduce una variazione sensoriale: «I tre suoni dei vetri / sfere, aghi, candele». Qui la poesia si fa più enigmatica. I vetri possono essere quelli delle finestre, attraversati dal vento invernale, oppure quelli degli addobbi dell’abete. I “tre suoni” suggeriscono una dimensione acustica sottile, quasi musicale. Non è un rumore violento, ma un tintinnio leggero. L’enumerazione “sfere, aghi, candele” richiama oggetti natalizi: le palline (sfere), gli aghi dell’abete, le candele che illuminano. Tuttavia, Anedda non li descrive direttamente; li nomina come suoni, come vibrazioni.
La poesia di Anedda è spesso attraversata da una tensione tra visibile e invisibile, tra ciò che si vede e ciò che si percepisce in modo più sottile. Qui il passaggio dall’ombra e dal cibo ai suoni dei vetri crea uno slittamento dall’immagine alla percezione acustica. È come se la memoria non fosse soltanto visiva, ma anche sonora. I vetri che vibrano o tintinnano diventano traccia di un tempo condiviso.
L’essenzialità del linguaggio è una cifra stilistica della poetessa. Non vi sono spiegazioni, né commenti espliciti. Ogni verso è un frammento che il lettore deve ricomporre. L’assenza di punteggiatura forte contribuisce a creare una fluidità sospesa, come se le immagini emergessero da una memoria silenziosa.
Il “noi” iniziale è un elemento fondamentale. Non è un io isolato, ma un soggetto plurale. La poesia parla di una comunità ristretta, forse familiare, forse amorosa. Il tempo serbato è “per noi”: è un tempo condiviso, non individuale. In questo senso, il frammento può essere letto come una meditazione sulla cura reciproca, sul desiderio di offrire agli altri uno spazio protetto, lontano dall’esteriorità.
L’inverno, l’ombra, la stufa, i vetri: tutti elementi che suggeriscono interiorità. Non c’è paesaggio aperto, non c’è luce abbagliante. La scena è raccolta, quasi trattenuta. E tuttavia, proprio in questa concentrazione, si avverte una vibrazione emotiva intensa. Il tempo ampio non è infinito: è un tempo che si può perdere, che forse appartiene già al passato. Il verbo all’imperfetto “serbavo” lascia intuire una distanza: ciò che era custodito forse non lo è più.
La memoria come oblio
In molti testi di Anedda, la memoria è attraversata da una consapevolezza della perdita. La semplicità delle immagini non esclude una dimensione elegiaca. L’ombra dell’abete e il cibo sulla stufa possono essere segni di un tempo che non ritorna. I “tre suoni dei vetri” diventano allora echi di un passato che sopravvive solo nella memoria.
La forza di questi versi sta nella loro capacità di evocare senza dichiarare. Non c’è retorica, non c’è sentimentalismo esplicito. L’emozione nasce dall’accostamento di elementi concreti, dalla precisione delle immagini. Anedda costruisce una scena invernale che è insieme domestica e simbolica: un luogo in cui il tempo si dilata e si offre, ma che è attraversato dalla fragilità.
