I versi di Alda Merini sulla dolcezza che ci salva la vita

23 Gennaio 2026

Leggiamo assieme questi dolci e appassionati versi della poetessa Alda Merini che aprono la poesia intitolata "Accarezzami".

I versi di Alda Merini sulla dolcezza che ci salva la vita

In questi versi tratti dalla poesia “Accarezzami”, Alda Merini (1931-2009) – poetessa milanese tra le voci più intense e carnali della poesia italiana contemporanea – formula una richiesta d’amore che è insieme tenerissima e radicale. Chiede una carezza terrestre, fisica, semplice, e rifiuta con veemenza inaspettata le “sciocche ricerche sulle tracce del divino”. È un manifesto dell’amore come esperienza corporea contro ogni tentativo di spiritualizzarlo, sublimarlo, trascenderlo. Analizzare questi versi significa addentrarsi nella poetica di Alda Merini del corpo e del desiderio, e riflettere sul rapporto complesso tra amore umano e ricerca del divino.

“Accarezzami, amore
ma come il sole
che tocca la dolce fronte della luna.
Non venirmi a molestare anche tu
con quelle sciocche ricerche
sulle tracce del divino.”

L’imperativo: accarezzami

La poesia si apre con un imperativo nudo, diretto, quasi violento nella sua semplicità: “Accarezzami”. Non “potresti accarezzarmi”, non “vorrei che tu mi accarezzassi”, ma l’ordine perentorio, il comando amoroso. L’io poetico sa cosa vuole e lo chiede senza mediazioni, senza pudori, senza le circonlocuzioni della cortesia.

“Accarezzami” è verbo di una sessualità dolce ma inequivocabile. Non “amami” (troppo generico), non “pensami” (troppo cerebrale), ma proprio “accarezzami” – il gesto fisico, tattile, corporeo. La carezza è contatto della pelle, è presenza dei corpi, è intimità materiale.

E il vocativo “amore” che segue immediatamente (anche se nella grafia senza virgola diventa quasi un’unica parola “accarezzamiamore”) conferma che non si tratta di un ordine freddo ma di una richiesta appassionata rivolta a chi si ama.

La metafora cosmica: sole e luna

Ma subito dopo l’imperativo carnale viene una specificazione, una qualificazione: “ma come il sole / che tocca la dolce fronte della luna”. Qui Merini introduce una metafora cosmica che potrebbe sembrare in contraddizione con la fisicità richiesta, ma in realtà la perfeziona.

Il sole che tocca la luna è immagine di una carezza a distanza, di un contatto che non è propriamente fisico eppure è reale. La luce è insieme presenza e assenza, vicinanza e distanza. Il sole accarezza la luna illuminandola, riscaldandola, facendola brillare, ma senza un contatto materiale diretto.

Questa immagine introduce una sfumatura importante: la carezza richiesta deve essere delicata, rispettosa, non invadente. Come il sole non schiaccia la luna ma la sfiora con la luce, così l’amato deve accarezzare senza possedere, toccare senza dominare.

L'”dolce fronte della luna” è di una tenerezza celestiale. La luna ha una fronte, è personificata, femminilizzata. Ed è dolce – aggettivo che in italiano evoca insieme la tenerezza e la morbidezza al tatto. È una fronte che chiede di essere accarezzata con delicatezza infinita.

Ma dopo questa apertura cosmica e tenerissima, il tono cambia radicalmente. “Non venirmi a molestare anche tu” – l’imperativo positivo (“accarezzami”) si rovescia in imperativo negativo (“non molestare”). E il verbo scelto è fortissimo: “molestare”, che indica un disturbo fastidioso, insistente, non voluto.

“Anche tu” è cruciale: implica che altri già molestano l’io poetico con qualcosa. E questo qualcosa viene immediatamente specificato: “quelle sciocche ricerche / sulle tracce del divino”.

La parola “sciocche” è deliberatamente sprezzante, quasi offensiva. Non “profonde ricerche”, non “nobili ricerche”, ma “sciocche” – stupide, vane, insulse. È un giudizio durissimo sulla metafisica, sulla teologia, sulla ricerca del divino.

Anti-metafisica

Cosa sta criticando Merini con tanta veemenza? La tendenza, tipica di molta cultura occidentale e specialmente religiosa, a spiritualizzare l’amore, a sublimarlo, a farne simbolo o via verso il divino. L’idea che l’amore umano sia importante solo in quanto riflesso dell’amore divino, che il corpo sia interessante solo come metafora dell’anima, che la carezza fisica debba sempre rimandare a significati superiori.

Merini dice basta a tutto questo. Non vuole che l’amato venga da lei con “ricerche sulle tracce del divino”. Vuole semplicemente essere accarezzata, qui, ora, nel corpo, senza che questo debba significare qualcos’altro, senza che debba diventare occasione di elevazione spirituale o riflessione metafisica.

È una rivendicazione del valore autonomo dell’amore terrestre, corporeo, materiale. L’amore non come scala verso il cielo ma come esperienza che vale in sé, per la sua carnalità, per la sua immediatezza fisica.

Alda Merini e il divino: un rapporto complesso

Questa polemica anti-metafisica è particolarmente interessante se considerata nel contesto della vita e dell’opera di Merini. La poetessa aveva un rapporto intenso, tormentato, quasi carnale con il divino. Molte sue poesie parlano di Dio, di Cristo, di esperienza mistica. Non era certo un’atea materialista.

Ma proprio per questo il suo rifiuto delle “sciocche ricerche sulle tracce del divino” è significativo. Alda Merini conosceva il divino non come astrazione filosofica o teologica ma come esperienza diretta, viscerale, quasi erotica. Per lei Dio era presenza corporea, non concetto da cercare.

Quando chiede di non essere molestata con ricerche sul divino, sta forse dicendo: il divino o lo si esperisce direttamente (e allora non serve cercarlo) o non lo si esperisce (e allora le ricerche sono vane). In ogni caso, nel momento dell’amore umano, queste ricerche sono un disturbo, una molestia, una distrazione dall’unica cosa importante: la carezza.

La dimensione femminile

C’è anche una dimensione femminile in questa polemica. Storicamente, le donne sono state spesso oggetto di una spiritualizzazione che negava la loro corporeità. La donna come madonna, come ispirazione spirituale, come tramite verso il divino – tutta una tradizione letteraria e culturale che ha sublimato il corpo femminile negandolo.

Alda Merini, poeta del corpo femminile in tutta la sua carnalità (mestruazioni, gravidanze, desiderio sessuale), rifiuta questa spiritualizzazione. Non vuole essere idealizzata, non vuole che la carezza diventi occasione di riflessione metafisica. Vuole essere toccata come corpo, non come simbolo.

“Non venirmi a molestare anche tu” può leggersi come: non fare anche tu quello che hanno fatto secoli di poeti, filosofi, teologi – trasformare il mio corpo in allegoria, la mia presenza fisica in occasione di elevazione spirituale. Accarezzami e basta, senza cercare altro.

L’immediatezza contro la mediazione

I versi oppongono due modalità di rapporto con la realtà: l’immediatezza della carezza contro la mediazione della ricerca intellettuale. La carezza è diretta, fisica, immediata. La ricerca del divino è mediata, cerebrale, indiretta.

Merini sta dalla parte dell’immediatezza. Nel momento dell’amore non vuole pensieri, riflessioni, interrogativi metafisici. Vuole presenza pura, contatto senza sovrastrutture, corpo contro corpo senza che la mente cerchi significati ulteriori.

Questa è una posizione fenomenologica in senso filosofico: tornare alle cose stesse, all’esperienza diretta prima di ogni interpretazione. La carezza prima di ogni discorso sulla carezza, l’amore prima di ogni teoria sull’amore.

“Molestare” è verbo forte, quasi violento. Implica che le ricerche metafisiche non sono solo inutili ma dannose, invasive, fastidiose. Sono una forma di violenza intellettuale, un disturbo dell’esperienza amorosa.

Merini sembra suggerire che c’è una forma di molestia che non è fisica ma intellettuale: quando l’altro, invece di stare semplicemente presente nell’amore, porta con sé tutto il bagaglio delle sue ricerche filosofiche, delle sue ansie metafisiche, delle sue necessità di dare significato a tutto.

È come se dicesse: quando mi accarezzi, accarezzami e basta. Non pensare contemporaneamente a cosa significa questa carezza, a dove porta, a cosa rappresenta. La carezza non deve portare da nessuna parte, non deve rappresentare nulla. Deve semplicemente essere.

C’è una saggezza profonda in questi versi. Merini sta dicendo che l’amore umano ha valore in sé, non come mezzo per altro. Non serve a trovare Dio, non è simbolo dell’unione mistica, non è scala celeste. È esperienza terrestre che vale per la sua terrestrità.

Questa non è povertà ma ricchezza. L’amore che non cerca altro oltre se stesso è più pieno, più presente, più reale dell’amore che si disperde in ricerche metafisiche.

La struttura dei versi è costruita su un doppio movimento: prima il positivo (“accarezzami”), poi il negativo (“non molestare”). Il negativo è importante quanto il positivo. Dire cosa non si vuole è essenziale quanto dire cosa si vuole.

E Alda Merini sa esattamente cosa non vuole: le “sciocche ricerche sulle tracce del divino”. Il divino, se c’è, non si trova cercandolo intellettualmente. Si incontra forse nell’immediatezza della carezza, nel qui e ora del corpo amato, nella presenza pura.

“Accarezzami” è richiesta sufficiente, completa. Non chiede altro, non ha bisogno di giustificazioni metafisiche, non deve condurre altrove. La carezza come il sole che tocca la fronte della luna è già tutto: è tenerezza, è presenza, è amore.

I versi di Alda Merini ci ricordano che l’amore umano non ha bisogno di essere redento da significati ulteriori. Ha una sua dignità, una sua completezza, una sua sacralità terrestre che non richiede elevazioni spirituali.

In un’epoca ossessionata dal dare senso a tutto, dal cercare significati profondi, dal trasformare ogni esperienza in occasione di crescita spirituale o ricerca metafisica, Merini ci invita a un atto radicale: accettare l’amore per quello che è, corporeo e terrestre, e trovare in questa accettazione non povertà ma pienezza.

La carezza è sufficiente. Il sole che tocca la luna è sufficiente. L’amore che non cerca tracce del divino ma si basta nella sua terrestrità è, forse, l’unico amore veramente divino.

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