Stefano Cerio, ”Negli scatti raccolti nel mio libro ribalto la visione consueta dei luoghi”

Il titolo, ''Vice versa'', allude a un rivesciamento della normale percezione. In questo libro infatti, diviso in tre sezioni, sono raccolti altrettanti lavori di Stefano Cerio – ''Night Ski'', ''Winter Aquapark'' e ''Navi da crociera'' – in cui lo sguardo del fotografo offre una panoramica del tutto inedita di luoghi conosciutissimi del turismo di massa...
Il fotografo ci parla dei suoi lavori raccolti nel volume “Vice versa” e delle caratteristiche della sua fotografia

MILANO – Il titolo, “Vice versa”, allude a un rivesciamento della normale percezione. In questo libro infatti, diviso in tre sezioni, sono raccolti altrettanti lavori di Stefano Cerio – “Night Ski”, “Winter Aquapark” e “Navi da crociera” – in cui lo sguardo del fotografo offre una panoramica del tutto inedita di luoghi conosciutissimi del turismo di massa. Piste da sci di notte, parchi acquatici d’inverno, navi da crociera vuote: Stefano Cerio lavora sull’assenza e il silenzio.

Com’è nato il progetto di questo libro?
Io amo molto lavorare nei luoghi del divertimento di massa nel momento in cui non vengono fruiti. Da qui il titolo del libro: “Vice versa” è una visione del luogo opposta a quella consueta, alla normale percezione del posto. In primis ho iniziato a lavorare al progetto sui parchi acquatici, “Winter Aquapark”, che ho fotografato d’inverno, addirittura con la neve. Piano piano poi si è costruito un percorso mentale che mi ha portato da qui alle piste da sci fotografate di notte, “Night Ski”, e alle grandi “Navi da crociera”. Si tratta di tre progetti formalmente un po’ diversi uno dall’altro, ma che portano avanti un unico discorso.

Cosa si può cogliere attraverso questa “visione inversa” dei luoghi, colti quando sono vuoti e silenziosi?

Questi scatti sono dei ritratti in assenza, ciò che ne emerge è la percezione delle persone quando non ci sono. In queste immagini cerco di catturare l’essenza della mia visione dei posti – io odio abbastanza la folla, non mi piace l’aggregazione di gente.

Prima faceva riferimento a caratteristiche formali differenti dei tre progetti. Può dirci qualcosa di più su ciascuno?

La grande differenza è soprattutto tra i parchi acquatici e gli impianti sciistici. C’è un tipo di “inversione” diversa – una stagionale tra estate e inverno, l’altra tra il giorno e la notte. I parchi sono stati fotografati in un momento in cui erano fermi, chiusi e vuoti da molti mesi. Gli impianti da sci invece sono stati immortalati in un periodo in cui erano funzionanti, per questo attendevo la notte, di modo che si svuotassero da tutta la gente. Nel primo caso si tratta di un lavoro più di reportage: fotografavo quella che era la reale visione degli acquapark durante la stagione. Nel secondo caso si tratta di una forma di “still life” costruito da me, ero io a illuminare la scena con flash e luci da me montate.  Il primo è più documentazione, l’altro più costruzione – questo almeno dal punto di vista formale. Dal punto di vista concettuale il ragionamento che sta dietro è lo stesso. Quanto alle “Navi da crociera”, si sente qui una voce un po’ più critica nei confronti di certi modi di divertirsi. La mia non è mai una fotografia sociale, non c’è mai un intento di denuncia nel mio lavoro, ma spero che da questi scatti emerga un po’ più forte una nota di dissenso.

Quali sono i caratteri stilistici della sua fotografia e degli scatti raccolti qui in particolare?

Io mi rifaccio, vagamente, al neo oggettivismo e alla Scuola di Düsseldorf: non modifico mai gli ambienti, e soprattutto ho una visione frontale dell’immagine, non c’è nessuna forma di distorsione portata da grandangoli o da ottiche particolari. L’obiettivo del mio lavoro è la documentazione del posto, è mostrarlo nella maniera più oggettiva possibile – è la somma delle foto che crea il progetto, non è la singola foto che viene interpretata.

Cos’è per lei la fotografia?

Per me la fotografia è una forma di vita: io adoro fotografare e non potrei farne a meno. È il modo in cui mi esprimo, una passione che coltivo da quando avevo 14 anni – ora ne ho quasi 50. Sono molti anni che mi dedico alla fotografia, prima me ne sono occupato professionalmente, poi ho abbandonato la professione e ho iniziato a fare soltanto ricerca –  e non solo fotografica. Tutti questi lavori hanno anche una parte video, che è il negativo delle foto e ritrae gli stessi luoghi quando invece sono pieni di gente. Mi piace spaziare attraverso diversi media: nella mia mostra a Napoli c’era anche una traccia audio che accompagnava l’esposizione – si trattava del rumore fatto dalle seggiovie di giorno campionato e amplificato. La fotografia, insomma, è senz’altro il mezzo prioritario e preferito da me per esprimermi, ma non l’unico.

12 luglio 2013

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