la mostra alla Leica Galerie

Paolo Pellegrin, “La fotografia sollecita la coscienza dell’uomo”

Tra i più apprezzati fotografi internazionali e membro di Magnum Photos dal 2005 ha lavorato in molte zone vessate da conflitti ed emergenze umanitarie
Paolo Pellegrin, "La fotografia sollecita la coscienza dell'uomo".

MILANO – Abbiamo intervistato Paolo Pellegrin che ha presentato in questi giorni alla Leica Galerie “Another Country”. L’esposizione che mette in mostra gli ideali e i paradossi dell’America attraverso lo sguardo del fotografo della Magnum Photo.

 

Come nasce la sua passione per la fotografia?

Sono figlio di architetti e ho fatto architettura fino al quarto anno d’università quando scelsi la fotografia. Lo comunicai a mio padre e abbandonai gli studi per intraprendere questa nuova avventura. Mi interessava il rapporto tra fotogiornalismo e storia, il valore della testimonianza, della documentazione per il valore della memoria.

 

C’è stato un momento preciso in cui lo ha capito?

In realtà non c’è stata un’epifania è stato un processo graduale. Sicuramente ha influito il mettersi alla prova, il viaggio, il mistero, il voler raccontare l’altro…

 

Per molto tempo la fotografia è stato il mezzo più diffuso per testimoniare un fatto, poi sono arrivati strumenti più avanzati come i video hd… qual è il ruolo della fotografia oggi?

Il ruolo della fotografia secondo me non è cambiato. La fotografia serve per favorire un dialogo all’interno della nostra società, come il reporter è colui che riporta, le foto partono e hanno vita propria, sollecitano le coscienze dando la scintilla per l’inizio di un discorso.

 

Lei è riconosciuto come uno dei più importanti fotografi di guerra al mondo, non è un ruolo facile soprattutto di questi tempi…

Non è mai stato facile nelle situazioni drammatiche o di guerra perché sono eticamente delicate e vanno trattate con più attenzione. Ad ogni modo tento di avere un approccio sempre identico, basato sulla correttezza e l’attenzione verso l’altro.

 

A quale reportage è più legato o l’ha colpita maggiormente?

Ciascun reportage ha una sua storia e ha portato una serie di incontri, è difficile scegliere. Sicuramente considerando la “carriera” il Kosovo è stato il più importante perché è stato un punto di svolta nel mio percorso professionale.

 

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