Marco Urso, ”La pazienza e la conoscenza della specie sono il segreto di un buon reportage”

Marco Urso ha visitato e viaggiato in settantatre paesi. Scrive e pubblica articoli e servizi sulle riviste Oasis, Natura, Asferico ed Image Mag. E' stato vincitore o finalista in vari concorsi nazionali e internazionali, come quello del National Geographic

Il fotografo naturalista è tra i protagonisti della mostra ‘Wildlife Photographer of the Year’, fino al 22 dicembre al Museo Minguzzi di Milano 

 

MILANO – Marco Urso ha visitato e viaggiato in settantatre paesi. Scrive e pubblica articoli e servizi sulle riviste Oasis, Natura, Asferico ed Image Mag. E’ stato vincitore o finalista in vari concorsi nazionali e internazionali, come quello del National Geographic, Hasselblad Awards, Nature Best, Outdoor Photographer of the Year, Campionato Italiano di Fotografia Naturalistica ed è stato insignito della medaglia d’oro della RoyalPhotographic Society, della Federazione Fotografica Scandinava e di quella d’argento della Federazione Tedesca. Partecipa alla mostra Wildlife Photographer of the Year, in programma fino al 22 dicembre al Museo Minguzzi di Milano, con gli scatti realizzati “In viaggio dall’Artico alla Savana”.

 

Perché la fotografia naturalista? Come nasce questa passione?

Nasce da lontano… ho 55 anni e ho iniziato a fotografare quando ne avevo 14. Ho una scolarità da medico, e in un certo senso c’è sempre stato, fin da ragazzo, un interesse di base per tutto ciò che si muoveva, che era biologico, e per gli animali. Non ho seguito la professione di medico ma ho fatto altro per circa trent’anni; poi 4 anni fa ho deciso di ritornare un po’ sui miei passi per fare le cose che più mi piacciono. E tra i miei interessi c’è sempre stata la fotografia.

 
C’è un fattore di rischio quando si fanno reportage naturalisti?

Per quanto riguarda i grandi felini, non più di tanto perché si fotografa da veicoli; gli animali percepiscono quella che è la sagoma del fuoristrada e tutto ciò che è contenuto – quindi le persone – come un qualcosa di unico, l’importante è non uscire da questa sagoma. Per quanto riguarda gli orsi la cosa è un po’ più complessa perché l’orso non è un animale che accetta il fatto di avere delle sorprese. Ha un fiuto molto elevato, quindi quando riesce a fiutare e si ritrova davanti un essere umano può capitare qualcosa di sgradevole, ma non perché attacchi l’uomo di per sé, potrebbe aggredire ma solo per difesa. Questo vale per l’orso bruno, al contrario dell’orso polare che vede l’uomo come una preda. Finora non è successo nulla fortunatamente.

Cosa dà in più uno scatto rispetto a un video? Quanta importanza ha il fattore estetico all’interno dei suoi scatti?

Uno scatto è un lavoro di sintesi, bisogna conoscere il comportamento degli animali e cercare di esprimerlo con una semplice immagine; il video dà una sensibilità diversa: racconta la storia e con una certa gradualità ti tira dentro. La fotografia è un po’ più complessa perché deve avere un significato; in un solo scatto ci dev’essere espressione, immediatezza nell’azione, composizione. Una bella fotografia è quasi sempre ben composta, indipendentemente se la situazione è interessante o meno, poi è ovvio che la situazione deve essere interessante e non puramente didascalica. Una fotografia ben composta comporta uno studio precedente, molto spesso le fotografie sono prima pensate e poi scattate.

Quali sono i segreti per un buon reportage naturalista?

C’è una componente di pazienza, perché certe cose avvengono  non quando uno le vorrebbe ma avvengono con i tempi di ciò che si sta osservando. Ad esempio i felini sono più attivi in un certo periodo della giornata così come gli uccelli; bisogna dunque aspettare questi momenti più favorevoli. Poi bisogna conoscere il comportamento della specie; ci sono dei rituali in ogni specie: l’uccello prima di volare fa determinate cose, determinate specie di uccelli fanno sempre lo stesso giro, sono sullo stesso ramo riportando magari l’insetto; conoscendo questi aspetti si riesce a prevedere certe posizioni e quindi a prepararsi prima, a livello compositivo. Bisogna dunque conoscere la specie e avere molta pazienza. A livello tecnico ci vuole un’attrezzatura adeguata non necessariamente costosa; per gli ambientati, dove si fa vedere l’animale nel proprio habitat, può bastare una normale macchina fotografica reflex che permetta un certo tipo di flessibilità digitale. Il resto dipende un po’ dalle situazioni e da cosa esse richiedano.

 

19 dicembre 2013

 

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