Lettera di Norma Gramini

Lettera di Norma Gramini

Cara Adele,

ti scrivo perché non potrei agire altrimenti. Vorrei qui comunicarti una notizia che speravo già patente ma che, con mia incredula (ed un poco sconcertata) sorpresa, è latente – ancora.

La nostra amicizia è già “rovinata”, Adele. Non v’è nulla da salvare in questo rapporto, a meno che non si decida, di comune accordo, di constatare la realtà effettiva e di assumere appieno (cioè senza paura e senza vergogna) la complessità della nostra relazione. Prescindendo da te e dal tuo panorama emotivo –perché, sai, non ho intenzione alcuna di imbarcarmi in problematici (e patetici) gesti ermeneutici votati al sicuro fallimento- ti dirò in tutta franchezza quel che sento (e non sbaglia Nietzsche, allorché afferma che “I pensieri sono le ombre delle nostre sensazioni – sempre più oscuri, più vuoti, più semplici di queste”).

Innanzitutto permettimi di rispondere preventivamente alla gigantesca obiezione che, di tanto in tanto, mi vomiti addosso con (fastidiosa) certezza tronfia “tu mi idealizzi, non mi vedi per quella che sono veramente!” Eh no, mia cara. Persino l’oculista ha rilevato un netto miglioramento della mia miopia! Cosa credi, che abbia dimenticato le tue debolezze? Pensi forse che la mia memoria sia così poco potente da scordare tue pose esistenziali da me ritenute ridicole e dettate da misero e dozzinale masochismo? (Esagero – ma devi capire che per me non sei affatto l’incarnazione terrestre, l’emblema mondano dell’Idea Donna Perfetta). Sai, potrei enumerare le tue vergogne come se fossero mie. Vedo le tue miserie e colgo in toto l’articolazione dei tuoi difetti –fisici, emotivi, intellettuali. Conosco i tuoi limiti (forse addirittura più dei miei –forse). Ma nonostante ciò, nutro un sentimento profondo, radicale e radicato. Esso non ha niente a che vedere con temporali d’adolescenziale infatuazione, né con tempeste erotiche effimere ed assopite in poche notti. È la nostra dialettica a darmi completezza, fiducia per e nella vita, ben-essere, inter-esse. La tua persona è uguale, migliore o peggiore, di quella di un gran numero di individui.

Non v’è specialità in te, ma in noi.
Fai un piccolo passo nella direzione che sto faticosamente cercando di indicarti, per cortesia. Sarà più semplice leggerci, se parleremo la stessa lingua.

Tu vai sostenendo che il nostro rapporto ha già una sua perfezione e “rotondità”. Mi spiace doverti contraddire clamorosamente.
Andiamo oltre: penserai che la mia bruciante insofferenza nei confronti della nostra situazione sia dettata da un mio bisogno altro – quello di un rapporto a due omnicomprensivo, serrato ed esclusivo. Devo correggerti –o, quantomeno, presentarti la mia versione.
Io non provo quel che provo per te perché sono un coscienza infelice. Lo sono nella misura in cui nutro certi sentimenti ben calibrati, già assodati, messi alla prova, confermati.

Il mio soffocato silenzio dell’ultimo anno è stato il fallito e fallimentare tentativo di reprimere tutto questo magma interiore; la persistenza del sentimento si è rivelata un risultato inaspettato (credevo mi sarebbe passata, quella cottarella…). Perché ho taciuto? Si è tratta di una forma di “empeiria”: volevo stressare il sentimento, calpestarlo, maltrattarlo, farlo crepare d’asfissia, vedere fino a che punto sarebbe sopravvissuto alle privazioni, al digiuno, al dubbio estremo; cercavo, forsennata, la conferma (o la smentita?) alla grande certezza di partenza “quel che provi, Norma, è frutto di un istinto egoistico. Passerà!”

Ho taciuto. Ho taciuto e non è passato. Se ne è rimasto in penombra, a volte sfondo (ma di quei sfondi alla Klimt, sai? Abbacinante), altre figura. L’ho malmenato, Adele. Ho tentato di fornire spiegazioni convincenti. Ne ho a decine, ma l’urto coi fatti, colle viscere, le ha rese semplicemente ridicole. Mi ero persuasa che si trattasse di una scelta “comoda” –giochi in casa, Norma, con una persona della quale intuisci già profondità ed abissi. Mi sono accusata, a più riprese, di codardia, di pigrizia, di vile pavidità. “E’ una scelta comoda”, mi ripetevo. Undici mesi per confermare le mie ben costruite tesi autoreferenziali ed insostenibilmente astratte. Undici mesi perché mi rendessi conto dell’inesorabilità del mio amore (fa così male dirlo? È così sbagliato?).

“Eddai, Norma! Esci, incontra gente. Qualche avventura di una notte. Magari hai bisogno solo di un po’ di sesso, no? Sì, come no!”. Ogni mia convinzione è crollata nell’urto con lo scandalo della verità. C’eri solo tu, tu sola. E ti volevo come interlocutore unico.

E poi provavo a continuare la farsa. Che splendida messinscena, eh? Il paradosso al suo culmine. Io che ti spingo ad uscire, ad incontrare altra gente, a sentire smottamenti cardiaci con qualcuno che non fossi io. Sto ancora sperando, da un certo punto (un po’ malato, lo riconosco) di vista che tu torni con la tua ex, perché se è Mirella che vuoi, vai. Vai, ti prego.

Con le settimane ed i mesi cresceva in me l’assurda (perché inspiegabile) consapevolezza: io ti voglio felice, non ti voglio ad ogni costo. Così ho interrogato me stessa –altro che Descartes- e con attonito stupore e potente angoscia, ho letto a chiare lettere la mia condanna. Ti stavo amando. I miei sforzi tesi alla tua gioia –e non al soddisfacimento dei miei desideri più egoistici, ancorché perfettamente ed inesorabilmente “naturali”, “adeguati”, “legittimi”.
Maledizione, che faccio ora? Ed ecco che si attuò il mio canonico (e ben rodato) meccanismo di sopravvivenza: “Fingi che non si nulla.” E così sia. Fingerò. “Fingere”, in latino, significa “plasmare”. Ho tentato di costruire un’altra-me, una me tua amica.
L’istinto gemello fu quello del “to pretend”. Storia curiosa. “To pretend” traduce l’italiano “pretendere” come “aspirare a” (e a noi aspiravo, eccome!), ma significa anche “dare a credere” –e ci sto provando, per davvero, ad edificare una rappresentazione di me che risponda alle tue aspettative; io come tua amica: un preteso atto di finzione.

Non credo che tu sia priva di difetti. Hai insicurezze parecchio ingombranti. Talvolta l’indecisione che ti assale per scelte banali mi indispone profondamente. Hai un gusto quasi-masochistico abbastanza spiccato per la dispersione dei tuoi talenti. Spesso le tue insicurezze mi infastidiscono. E no, non penso che ti avrei notata tra cento persone.
(Eppure sono qui a mettere in scena la mia disperazione amorosa. Sei la mia heim –e non c’è altro da aggiungere)

Per non parlare di me: non ho alcun argomento per promuovermi –lo sai.
A dispetto di tutto ciò, io amo la nostra versione migliore e accetto la peggiore.

In conclusione chiedo aiuto ad un finissima conoscitrice dell’animo umano:
“Voi siete troppo generosa [corretta, onesta, integra] per prendervi gioco di me. Se i vostri sentimenti sono ancora quelli dello scorso aprile [novembre], ditemelo subito. Il mio affetto e i miei desideri non sono cambiati, ma una sola parola da parte vostra mi farà tacere per sempre su questo argomento. [E’ una promessa: tacerò e soprattutto mi impegnerò ad andare avanti –avanti, ma dove? Vedo te dinnanzi a me. Dimmi che, almeno, mi sarai accanto. Non posso correre il rischio di perderti]”

Tua, Norma

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