Lettera di Erika Quagli

Lettera di Erika Quagli

20-10-2013

Sai Polina,

tra poco ricorre un anno da quando tu non ci sei più nella mia vita. Stamani il tuo pensiero mi ha svegliata. Le immagini sono tornate vivide nella mente. In luglio 2012 sei entrata a far parte della mia vita. Dal primo istante in cui ti ho vista sapevo che sarebbe stato difficile, se non impossibile domarti. Dietro quell’apparenza timida e taciturna, sapevo che scorreva il sangue di una guerriera. Eri come me.

Sei venuta ai miei piedi, mi hai leccato la mano, mi hai guardato dritta negli occhi, aspettando che io ti portassi via da quel posto dove non ti lasciavano essere quel che sei nata per essere. Libera. Non potevo farti questo, non potevo farmi questo.

Avevi due mesi, ma già non ce la facevo a portarti in braccio, e sapevo avresti potuto raggiungere gli 80 kg circa. Troppo per un semplice appartamento, e non era ancora in vigore la legge sul diritto di tenere cani in condominio. Ma tu avevi bisogno di me, ed io di te.

Quando ti portai via con me, tu non abbaiasti un attimo, ne piangesti, eri solo felice. Mi studiavi. E da quell’attimo, quel primo attimo, in cui i nostri sguardi si sono incrociati, tu mi appartenevi già, come io appartenevo a te. I miei non ti volevano, saresti diventata troppo grande per un appartamento, avresti fatto troppo rumore, mantenerti avrebbe avuto un costo e prendersi cura di te, del tempo. Mio padre voleva portarti via, come un oggetto, voleva rispedirti da dov’eri venuta, urlava, sbraitava contro di me, cercò di strapparti dalle mie braccia, ma non ci riuscì. Loro non capivano. Eri grande, troppo grande e avresti fatto troppo rumore. Non potevano capire. Ma sapevo che avrebbero capito, avevano solo bisogno di tempo. Allora ti tenni al sicuro, in terrazza, passai tutta la giornata lì, accanto a te, a proteggerti. Se i miei volevano cacciarti, avrebbero dovuto cacciare prima me. Io non ti avrei abbandonata. Non lo avrei mai fatto. Anche se era solo qualche ora che tu eri con me, io ti amavo perdutamente, come tu amavi me.

Fu come avere una bimba, un dono inaspettato, spaventoso e meraviglioso, allo stesso tempo.
Non sapevo come nutrirti, quante volte al giorno e in quale quantità. Non sapevo quando avrei dovuto portarti fuori, non sapevo come farmi ubbidire da te. Non sapevo se ce l’avrei fatta, ma ho scelto di rischiare.

Eri un incrocio Pastore Tedesco-Maremmano. Non ti saresti mai fatta domare. Ma io accettai la sfida perché come te, amo le sfide, non mi sono mai arresa di fronte a niente, e non l’avrei fatto nemmeno stavolta. Non sapevo cosa fare, come fare, ero inesperta, nessuno mi aveva insegnato come occuparmi di te. Ma trovai la forza di avvicinarmi al tuo orecchio sinistro, e tra le lacrime ti sussurrai: “ Non aver paura piccola, ci penserò io a te. ” Ti accarezzai il pelo nero e bianco, riccio e folto. Mi guardavi con quegli occhioni a mandorla neri, dolcissimi e profondi. Eri immobile. Ma non era di me che avevi paura. Era dei miei. Mi leccasti un piede guardandomi timida, allora io fuggii in cucina, ti presi del latte. Lo bevesti avida. Avevi bisogno di un bagno, eri sporca, nessuno si era mai preoccupato di pulirti. Presi una bacinella, la riempii di acqua e sapone neutro e ti ci immersi dentro. Avevi paura dell’acqua. Ma ti fidavi di me. Ti lasciasti toccare, pettinare e asciugare, pur tremando come una foglia.

Quel giorno non feci nient’altro che stare accanto a te, occuparmi di te. Ero terrorizzata. Avevo tutto il mondo contro, avrei dovuto combattere da sola. Ma tu mi davi il coraggio e la forza. Era bellissimo.
Non volevi dormire nella cuccia che ti avevo comprato, allora ti misi al mio fianco, nel letto perché tu non ti sentissi sola, non ti distaccassi un attimo da me, ne io da te, come madre e figlia unite da un cordone ombelicale, che non possono recidere.
Ti portai da un allevatore. Eri indomabile, volevi comandare tu. Mordevi, graffiavi, aggredivi.

Ci vedevi come il tuo gregge da guidare. Ci volle tempo, molto tempo e pazienza, tanta. Ma Imparai a farmi rispettare da te. A momenti credevo di non farcela. Volevo arrendermi e mollare tutto. Scoppiavo in lacrime perché mi sentivo debole, e tu eri così forte, tenace, sicura di te. L’allenatore mi gridava: “ Forza Erika, devi essere tu il suo capobranco! ” Ebbene sì, grazie a te, da timida, fragile e insicura ragazzina, mi trasformai in un capobranco. Nessuno credeva in me, nemmeno io, ma tu sì. E questo bastò a tirar fuori in me, ciò che era in te.

Imparammo a convivere, ti imposi delle regole. Tu crescevi, eri forte, molto più forte di me e lo sapevi. Per questo mi proteggevi. Nessuno poteva avvicinarsi, senza che tu glielo permettessi. Altrimenti assalivi. Le mie braccia erano piene di graffi e morsi. Sanguinavano, bruciavano. Ma non sentivo il dolore, non mi sarei arresa, ti avrei dimostrato quanto valevo. Non potevo deluderti. Non potevo deludermi.

Stavi per compiere un anno. Ogni volta che chiamavo il tuo nome correvi da me, e io ti premiavo. Quando lanciavo il gioco tu lo riportavi. Avevi imparato ad obbedire, stavi seduta, a terra, mi davi la zampa. Non assalivi più gli sconosciuti. Avevi imparato il rispetto, mi ascoltavi, capivi. Eri intelligentissima, ma eri uno spirito libero. E sapevo che non ti avrei mai domato completamente. Perché tu eri nata per comandare, eri una guerriera e lo saresti stata sino alla fine.

Quando eri in ospedale, nonostante non mangiassi niente, nonostante avessi un ago conficcato nel braccio e rischiassi la peritonite, avevi una forza da leoni, tanto che aggredivi i dottori perché non volevi ti rinchiudessero in quella lurida gabbia, come un animale feroce, troppo piccola per te, che eri enorme. Lì ti mancava l’aria.

Nessuno riusciva a tenerti ferma sul tavolo, nemmeno in tre persone.
Non riuscii a trattenere una risata, quando la dottoressa terrorizzata mi disse: “ Questo non è un cane, è una tigre! Percaso l’hai presa allo zoo? ” Ero fiera, orgogliosa di te. Perché niente ti fermava. Eri vicina alla morte, e più viva che mai.

Ti ammiravo, e in quell’istante in cui ti rividi, piena di punti, con quegli occhioni enormi, il corpo smagrito e la campana in testa saltarmi addosso dalla gioia, abbaiando con la tua voce profonda e dura, decisi che avrei preso la tua forza, che un giorno sarei stata come te. Una guerriera. Ricorderò per sempre il tuo ultimo sguardo… eri felice e libera quando annusasti l’aria col sole in faccia. Lì, capii che non avresti mai accettato di morire in quel posto. Perché eri nata libera e saresti morta libera. Mi eri grata, sembrava tu mi sorridessi, ma eri esausta. Avevi capito che con la morte non si può scegliere se vincere o perdere. E tu avevi combattuto fino alla fine, senza mai arrenderti. Per me.

Adesso aspettavi il momento, guardandomi seria e taciturna. Non avevi paura della morte, avevi paura per me.

Così tu, un po’ per giorno, iniziasti ad allontanarti da me perché dovevo abituarmi a vivere senza te. Come se tu non ci fossi mai stata, ma questo sapevamo entrambe che sarebbe stato impossibile e avrebbe significato voler cancellare uno dei momenti più belli e importanti della mia vita.
Ricorderò per sempre quando ti liberavo, correvi per chilometri, libera, nel vento. Avresti potuto fuggire e non tornare mai più. Ma io sapevo che mi amavi e non mi avresti mai abbandonata perché io potevo darti ciò che nessun altro ti aveva mai dato: l’amore. Non avresti mai accettato di camminare dietro di me, ma solo al mio fianco. Perché tu volevi fossi la tua compagna di vita, non la tua padrona. Sapevi che, anche se eravamo diverse, avevamo lo stesso valore.

A un certo punto, tu ti fermavi, ti voltavi indietro per controllare che io fossi sempre lì, al sicuro, mi aspettavi e correvi incontro, per tornare al mio fianco. Era bellissimo.

E quando tu eri lontana, e uno sconosciuto si avvicinava troppo a me, tu correvi come un fulmine per saltargli addosso a avvertirlo con la tua voce spaventosa di starmi alla larga. Mi proteggevi, sempre. Non mi perdevi mai di vista, nemmeno per un secondo. E sapevo che avresti dato la vita, per me. Non avevo mai paura, se c’eri te. Avevi la forza di un lupo, niente ti fermava.

Allora andavamo ovunque da sole, io e te. Di notte sorvegliavi il mio sonno, e al mattino mi mettevi la tua zampa enorme sulla testa e mi lavavi la faccia per invitarmi ad alzare e stare con te. Ma ero stanca, allora mi lasciavi dormire ancora un po’, poi tornavi a chiamarmi.

Devi sapere che ho ancora le cicatrici dei tuoi morsi sulla pelle, ma sono i tatuaggi più belli che ho. Perché lì sta scritta la nostra storia. Una storia d’amore che non finirà mai perché io ti porterò sempre nel mio cuore. Perché tu, ormai, fai parte di me. Perché grazie a te ho imparato ad essere una guerriera e a vincere, sempre.

Non posso che ringraziarti per questo e tutto ciò che mi hai dato.
Con amore, la tua padroncina, scusa, la tua compagna di vita.

Erika Quagli

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