Lettera di Elena Pettenati

Lettera di Elena Pettenati

Caro sognatore

Non so bene perché ti scrivo qui, invece che partire immediatamente per venire da te e raccontarti tutto quello che avrei sempre voluto dirti, dal primo giorno che ti ho visto. Forse perché scrivere qui, è come lasciare che una bottiglia con una lettera al suo interno venga cullata dalle onde del mare sperando che prima o poi arrivi al destinatario.
Sono fiduciosa, le lettera in bottiglia arrivano sempre a chi sta aspettando qualcosa che gli cambierà la vita. Spero solo che tu stia aspettando me.

La prima volta che ti ho incontrato era il 12 luglio, in una bella giornata afosa e piena di sole. Io ero immersa nei miei pensieri e tu camminavi nella direzione opposta alla mia. E’ bastato uno sguardo, una frazione di secondo per sconvolgere il mio piccolo mondo.
Dopo quel giorno credevo che non ti avrei più rivisto. Quello che ho provato è stato come un lampo, così intenso e così rapido da andarsene immediatamente, lasciandomi solo l’ombra della sua intensità. Pensavo quasi di essermi immaginata tutto. Io che vivo dei miei pensieri , io che sono una sognatrice, io che creo con la mia immaginazione mondi paralleli. Si, avevo sognato tutto…

E invece, dopo qualche mese, un ordine incomprensibile alla mente umana ha deciso che ci saremmo dovuti rivedere, ma per uno strano scherzo ci siamo ritrovati in un contesto in cui c’era sempre quella distanza di qualche metro che per varie ragioni era colmata solo dalla proiezione dei miei occhi nei tuoi.
Tu eri li, davanti a me e io ti ho osservato a lungo. Mi piace osservare le persone, soprattutto quelle un po’ strane che sembrano perdersi nei loro viaggi mentali. Composte, forse troppo rigide in mezzo alla gente, perché sono persone uniche, e se non ne sono consapevoli sentono di essere speciali, lo percepiscono. Sono i diversi, che prima di mostrare il loro mondo vogliono capire se possono mostrarsi per quello che sono, per non risultare incompresi ancora una volta.

Ricordo con estrema lucidità un episodio, io salivo quelle dannate scale e tu eri circondato da persone, in fondo alla stessa scalinata. So che mi stavi guardando, lo senti quando qualcuno ti guardano come se volesse afferrarti con la sola forza del pensiero. Io mi sono voltata, ti ho guardato, e il tempo che è passato è stato troppo breve in quel piccolo spazio infinito. Nessuno aveva mai oltrepassato le muraglie costruite da me per proteggere quello che sono, da tutto. Nessuno mi aveva fatto capire che ci poteva essere davvero qualcuno che potesse comprendere. Avevi la mia anima davanti, spero che la tua sensibilità sia stata così fine da poter afferrare tutto questo, e spero solo che tu non abbia violato le mie difese senza nemmeno accorgerti di quello che stavi facendo. O forse sono stata io che te l’ho permesso e forse ho provato solo io tutto questo.
Ero arrabbiata e felice al tempo stesso comunque.

La conosci la storia del brutto anatroccolo? Ecco io sono così. Io sono sempre e costantemente alla ricerca di qualcuno che sia simile a me. Qualcuno che possa apprezzare il mio carattere difficile e complesso. Qualcuno che abbia voglia di sedersi con me sulla cima di una montagna e osservare il paesaggio. Che non abbia paura del silenzio. Che esca con me senza ombrello quando fuori piove e che con me salti dentro le pozzanghere. Qualcuno che sappia prendersi cura del mio fragile e forte essere. Qualcuno che capisca il mio bisogno di stare da sola, senza sentirsi escluso dalla mia vita. Qualcuno che mi veda per quello che sono, una persona forte che ha bisogno di essere cullata e sostenuta, alle volte.

Sai sognatore ho letto quello che hai scritto. E Ancora una volta mi ritrovo a riconoscermi in quelle parole. “Il cielo è la mia casa” hai detto. E’ anche la mia, e questo prima di sapere che tu esistessi. Lo è sempre stata, a partire dalla mia passione per il volo e arrivando al fatto che guardare il cielo è l’unica cosa che mi da pace. Sei un sognatore, come me. Sei un utopista, come me. Ti affascina l’arte, la letteratura.
Tutto questo fa parte dei miei tanti rifugi dove posso essere me stessa.

E’ come se ti conoscessi da sempre, come se ti avessi già incontrato in vite precedenti a questa. Si chiama memoria antica ed è fatta di pure sensazioni, di riconoscimenti e raramente di ricordi.

Il nostro è stato un dialogo fatto di sguardi, e di qualche bigliettino che ti ho rifilato in mezzo alla folla. Sai cosa mi ha sempre trattenuta dal venirti a parlare? Avevo e ho una paura folle di disturbare. Sono dell’idea che entrare nella vita di una persona anche solo per un istante sia un grande privilegio. Quella paura di disturbare, di essere di troppo… quanto la detesto!!!
Io non sapevo come fare. Spesso quando si prova un’emozione si dovrebbe fare qualcosa, in ogni caso. Io penso troppo e spesso sono razionale quando non dovrei esserlo e allo stesso modo sono impulsiva quando non è necessario.

Te ne sei andato poi, e io volevo solo mettere da parte tutto.
Ma come poter dimenticare questo? Come poter lasciare andare? Dovrebbe essere facile lasciare andare una cosa che non ha mai avuto un reale sviluppo. Ma quando quello che provi è così reale e forte non penso sia davvero possibile dimenticare
Credevo di esserci riuscita e invece ti ho rivisto…

Alla fine ci siamo parlati una volta, ricordi? Non so dove io abbia trovato il coraggio. Non ricordo se la voce mi tremava, so che faticavo a tenere il controllo di me stessa. Sembravi felice, ma non posso leggerti nella mente, non so nemmeno se mi hai riconosciuta. Parlare con te è stato come parlare con una persona che conosco da sempre. E’ stato strano, nuovo, bello.
Non so se lo sai, però soppesi ogni parola quando parli. O almeno in quel momento è stato così.
Alla fine mi hai lasciato dicendomi:” Ne parliamo”. Io sono tornata a casa e mi sono data della stupida per non averti fatto una semplice domanda. Quando?

Ti ho visto ancora, dopo quella volta, ma tu eri circondato e io non volevo venire a parlarti in mezzo a quella gente. Non so di preciso per quale motivo ma era come se quelle persone potessero violare quella cosa platonica creata in questi anni. Se ci sei rimasto male mi dispiace. Non volevo sembrare sgarbata o fare finta che tu non esistessi. A volte l’insicurezza viene scambiata per tutto quello che non è.
Ho cercato di rimediare scrivendoti ma vedo che non ha funzionato. Non hai risposto. Ci sono rimasta male.

Perdonami ma io ora devo costruire il mio futuro, e devo pensare a quello che ho e non a quello che non ho. La porta ora sarà chiusa, non a chiave, solo momentaneamente. Mi stai occupando troppe energie che io non posso permettermi di perdere, non più.
Se vorrai, quella porta la aprirai tu. Io non voglio più forzare le cose, cercare di creare occasioni che poi alla fine vengono colte per metà. Io caro sognatore attendo il corso degli eventi.
In tutto questo ti devo ringraziare, non che tu abbia fatto molto, però mi hai fatto cresce. Le persone entrano sempre nella nostra vita per insegnarci qualcosa e grazie a te, alla tua figura, alle tue idee, a come io mi sono rapportata a tutto questo, sono cambiata tanto. Forse il tuo compito nella mia vita è finito o forse no. Sarò felice di scoprirlo.

Ricorda sognatore, la porta non è chiusa a chiave, se mai vorrai aprirla potrai farlo.
Sto aspettando…
Anche solo per sederci a un tavolo, con una tazza di tè caldo davanti, parlare per qualche ora e magari non rivederci mai più…

A presto sognatore

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