Lettera di Andrea Adelia Lazzari

Lettera di Andrea Adelia Lazzari

Caro nonno,

Anzi no. Dopo questo intenso anno non so ancora se chiamarti “nonno”, figuriamoci definirti un caro.
Di te ho sempre saputo poche cose: mi ricordo di quando da piccolina correvo dietro a tua figlia e le chiedevo perché non venivamo mai a pranzo da voi la domenica come facevamo sempre dai nonni paterni.

Lei sospirava, mi rispondeva “Te lo spiegherò quando sarai più grande” e cercava di distrarmi dai miei pensieri insistenti.
Chiedevo alle zie, agli zii, ai nonni e ricevevo poche risposte vaghe.

Ti osservavo sempre nelle poche fotografie che ho nei miei album dell’infanzia, foto fatte nella tua campagna mentre sono su un’altalena affiancata da te e dalla nonna, e pensavo sempre a quanto sarebbe stato bello averti più vicino… avervi più vicini.

Poi sono cresciuta per davvero, il mio sogno di rimanere bambina non si è avverato, ma sono venuta a conoscenza della verità: del perché siete sempre stati lontani dalla mia famiglia, dei tuoi comportamenti egoisti (quasi viziosi), di vecchi trascorsi e litigi che hanno spaccato la mia famiglia e il cuore di mia mamma in due metà nette.

E nonostante tutto quello che è successo, nonostante il tuo carattere, siamo stati presenti tutti per te in questo tuo ultimo anno di vita.
L’ultima volta che siamo riusciti a parlare eri su un letto d’ospedale, abbastanza cosciente per piangere sulle mie mani e dirmi “Mi manca poco, non vi vedrò più”; e sorridendo ti ho risposto “Sta tranquillo, che tu campi ancora per molto.”
Poi sono stata a Londra, e per l’università non sono più passata a trovarti.

L’ultima volta che ti ho visto mancavano sette giorni: eri su un letto d’ospedale, in terapia intensiva, e parlavi a vanvera sotto l’effetto dei sedativi.
E in quella settimana ho pensato ad un sacco di cose.

A come ti ho salutato; all’odio che ho provato per te e per nonna, per come vi siete comportate nei confronti di tutti noi ma soprattutto in quelli di vostra figlia; al fatto che l’avete lasciata da sola a questa vita ancor prima che nascesse; al fatto che abbiamo cominciato a frequentarci solo perché eravate da soli, e non perché c’era un affetto famigliare che ci univa.

Ma soprattutto, quando mamma è venuta a svegliarmi alle 6 e 30 di quella domenica che cadeva il 22 marzo, ho pensato a come sarebbero potute andare le cose se vi foste comportati entrambi in modo migliore.
Forse avrei passato il pranzo domenicale una volta da voi e una volta dai nonni paterni; avrei potuto vedervi alla mia comunione, a quella di Elena, a tutti i Natali e le Pasque passate.

Avrei potuto avere una famiglia più unita.
Ma…

Forse non avrei avuto la mamma spettacolare che ho adesso, la donna che mi fa da esempio ogni giorno da quando conosco la storia della sua vita.
Non avrei avuto la possibilità di scoprire con occhi maturi cosa voglia dire riavvicinare una famiglia (e lasciatelo dire: è stata una cosa meravigliosa vedere tutte le donne della famiglia materna finalmente riunite davanti al fuoco a spettegolare).

Non avrei sviluppato questo grande attaccamento verso la famiglia.
Non avrei mai imparato che “un figlio è di chi lo cresce, non di chi lo fa”.

E soprattutto, non avrei mai imparato a vivere delle piccole felicità e a sopportare il dolore.
Perciò… Nonno, grazie per essere stato uno st****o.

Nonostante tutto.

Tua nipote.

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