Lettera di Adelinda Zanfini

Lettera di Adelinda Zanfini

Torino, 4 ottobre 2015

Cara Mimì, non riesco a contare.

Ho tra le mani una manciata di monete per comprare “la girandola”, pane piemontese. Mi ricorda un abbraccio, voglio che tu ne porti via con te la tua parte. E’ la famiglia, gli affetti. Non è uno strappo, è una condivisione, un rito a distanza.
Spezzi il pane, sei tu con i tuoi modi sbrigativi: “Mamma, niente lacrime ! Sei stata brava fino ad ora.”

In fondo i modi “bersagliereschi” sono i miei, ho sempre fretta, sono sbrigativa, di pochi abbracci e baci. Oggi, vorrei darti tutti quelli che non ti ho dato. Stamattina nel letto ti ho abbracciata, dormivi. Eri morbida, burrosa, una marmotta. La mia marmotta. Sembra ieri, ti rivedo in braccio a me, riflessa nello specchio dell’armadio; il musino che fa “ uh “ e gli occhioni che mi fissano, mi scrutano dentro. – Poi ci siamo complicate, in un attimo siamo diventate altre: io mamma, ancora oggi inconsapevole del ruolo, tu figlia, che forse mi ha avvertita distante.

A sei anni inventi e reciti:
“Mamma, sei diva
farfalla primitiva
mentre io ti guardo
vedo un nuovo sguardo.”

Ero in attesa di tuo fratello, mi vedi già distratta e altrove nello sguardo.
Dai finestrini del treno da un lato si allontanano le cime innevate delle Alpi, dall’altro filari di pioppi ordinati. Sono sul treno da venti minuti e mi passa una vita davanti, mi scivola via fra le dita. C’è qualcuno in treno che ride, la tua risata argentina. Io piango.

Oggi, come trenta anni fa, un’altra svolta epocale: incontrai tuo padre. Allora, un tè alle rose in via Viola. Oggi una tisana al mirtillo, comprata in via Conte Verde. Il colore dei ricordi che hanno il sapore di momenti lontani e restano mitici, poetici.

Scrivo perché non riesco a contare, scrivo perché mi fa bene, mette ordine alle lacrime e alle emozioni. Non è la mia calligrafia, il segno mi tradisce.
La nebbia avvolge Milano, l’Expo, la campagna sonnecchia in questa domenica grigia. Solo ora, mi accorgo che sono seduta in direzione contraria alla marcia del treno, è un riavvolgere il nastro in senso concreto. Il treno è un luogo di sogni o di memoria nel caso si vada o si torni.

Ti ho lasciata al tuo futuro, a inseguire i tuoi sogni. Ecco, questo mi fa respirare, dilatando i polmoni in avanti. Viaggiando all’indietro, potrei solo contrarli, lasciarmi schiacciare dalla nostalgia, trattenere il respiro, soffocare.

Sgranocchio un pugno di nocciole piemontesi, comprate al mercato in via Conte Verde. Un nuovo sapore, un nuovo profumo da seminare e custodire domani.

Non mi fermo a rileggere, potrei cadere in una vertigine.

Invece lo faccio, ho riletto. Sono spossata.

© Riproduzione Riservata
Commenti