Lettera d’amore di Sara Masella

Lettera d'amore di Sara Masella

Caro il mio Alekòs,

che bello scriverti. In queste giornate autunnali mi ritrovo spesso qui, in questa stanza, su questo divano, a pensarti. Chiudo gli occhi e ti immagino vicino a me: i tuoi occhi lunghi, le tue mani grandi e sempre calde, le tue spalle larghe sulle quali trovavo sempre rifugio; e la tua bocca, non riesco a dimenticarla.

Il suono della pioggia incessante mi riporta alla realtà. E ci sono solo io. Ogni cosa, in questa stanza, è espressione di me: i post-it con su scritte le parole più belle che ho dedicato a me stessa, gli scaffali colmi dei libri di cui non riesco a privarmi, dei ricordi di quei luoghi che sono diventati i luoghi del mio cuore. Ma in quei post-it, in quei libri, in quei luoghi io ritrovo te. Perché ti ho sempre legato a me con un nastro rosso, spesso e leggero, rigido e svolazzante; ovunque c’ero io, c’eri tu.

Sai, amor mio, non riesco a smettere di pensarti, di pensarci insieme. Le mie amiche dicono che dovrei smetterla, dimenticarti, considerarti una sorta di luogo di passaggio. Non so cosa mi spinga a desiderarti ancora accanto a me. E mi chiedo come faccio ad accantonare, per istanti di tempo, tutto ciò che mi hai detto, quella crudeltà spacciata per verità, quella lealtà illusoria che hai tirato fuori quando oramai era troppo tardi. Come faccio a far finta che non sia successo, a dimenticare il vuoto che hai posto tra noi e dentro me, a sminuire il dolore che hai volontariamente lasciato. Ho amato te senza freni, senza amare prima me: in questo ho sbagliato ma i nostri sorrisi erano molto più belli dei miei soli sorrisi.

E scapperei da te, prenderei la macchina ed affronterei tutti i chilometri che oramai ci dividono per abbracciarti, per urlare, per abbracciarti ancora, per sfogarmi, per baciarti, per guardarti negli occhi e vedere come stai senza me. Probabilmente sarai felice, preso dal tuo lavoro fantastico, dai tuoi impegni frenetici, dalla tua vita fumosa. Ed io? Non vorrei mai sentire la tua voce pronunciare quelle scuse vuote: “Impegnativo, troppo, troppo poco, tempo, distanza, momenti giusti, non posso chiederti di aspettare, non so, confusione, paura”. Frenarsi: ci ho riflettuto tanto e non sono giunta ad una conclusione o meglio, non la concepisco; perché gli esseri umani non si danno la possibilità di provare, di tentare, di mettere in gioco se stessi consapevoli dell’esistenza di un abisso e di una vetta? Paura? E’ solo una stupida scusa. E vorrei urlartelo tanto da insinuare in te un dubbio. Poi l’orgoglio, questo maledettissimo demone che ci tarpa le ali in nome di una dignità di cera. E rimango qui seduta, ferma, immobile.

In questo tempo vuoto ho cercato di amare me, di costruire finalmente Sara con tutti i suoi pregi e i difetti, con i suoi angoli da smussare. Sto costruendo la vita che ho sempre voluto: svegliarsi la mattina e prefissarsi l’obiettivo di essere felice di ogni cosa perché, per fortuna, mi circondano cose belle. E tutto sembra andare per il verso giusto. Sai, ho ripreso a ridere di gusto, mi guardo allo specchio raggiante, forse anche bella e sai quanto poco io creda che possa la bellezza far parte di me; i miei occhi, il mio sorriso, i miei occhi che sorridono ora hanno una forza nuova, la forza di chi non si ferma più. Con naturalezza inspiegabile ho conosciuto altre persone, ho guardato in occhi diversi, ho guardato altri occhi sorridermi. Ed è stato bello.

Dimenticarti non fa parte dei miei progetti. Credo che il mio inconscio sia ancora fermo lì, sulla porta di casa dove abbiamo dato vita alle nostre sensazioni, dove le abbiamo fatte incontrare e legare. E spera e aspetta e non rinuncia. Tu ci hai rinunciato, io ho smesso di aspettare. E non ti odierò perché a te ho donato le cose più belle e più brutte di me. Continuerò forse ad amarti e non mi fa paura.

Farò ogni cosa per essere felice.

Con l’Amore,

Sara.

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