Lettera al padre di Roberta Giordano

Lettera al padre di Roberta Giordano

Caro papà,

ti scrivo perché la vita, quando tieni tutto dentro, fa più paura.

Ti scrivo perché di diari ne ho aperti e richiusi abbastanza, senza mai trovare la forza di lasciare veramente andar via il dolore.

Guardare al mondo con occhi stanchi sa di poco, per una come me che la vita l’ha sempre presa a morsi passo dopo passo. Poi è arrivato il buio, col suo nome spesso incompreso e assai più spesso negato: depressione, la chiamano così. All’improvviso le paure vanno in giro sole, si muovono prepotenti nei loro abiti migliori. Così cominci a credere che l’unico abbraccio sicuro sia quello che dai a te stesso, quando porti le ginocchia al petto. E stringi, stringi così stretto lo stomaco, che da un momento all’altro potresti smettere di respirare; serrando le gambe con quei pugni che, altrimenti, combatterebbero contro un Cielo da cui ti senti tradito. E poi la voce, quella che ti scoppia dentro e vorrebbe soltanto essere ascoltata mentre urla a squarciagola il male: il male subito e quello che pensi di aver fatto per questa tua natura che ti vuol far credere di non essere mai abbastanza.

Abbastanza per te e per tutti coloro che sono andati via senza mai voltarsi. Dicono sia un po’ come il sale, un male silenzioso. Eppure ne colgo tutti gli agguati; eppure sono cosciente di tutte quelle volte in cui sto per cadere in una delle sue trappole. Non so se la strada giusta sia cambiare le cose o accettarsi, lasciandosi attraversare da ciò che accade, da ciò che si pensa, da ciò che si è. So solo che la persona di cui sento maggiormente la mancanza sono io. Vorrei fossi fiero del mio cuore e del modo in cui tua figlia sente il mondo. Tutto arriva forte; ogni sguardo, ogni parola… e poi l’amore: quello non lascia spazio ai dubbi. È una scelta, di pancia e di testa; di anima e corpo.

E mi rendo conto che non saprei amare altrimenti, se non credendoci senza riserva alcuna. Ma quanto fa male, papà? Guardo quella ragazza con tenerezza e la osservo mentre combatte e non si ferma; combatte contro i suoi pensieri, sforzandosi di sorridere, di lavorare, di studiare, di amare e di gioire. Sono io papà. Sono io. Papà, adesso rispondimi: è difficile amarmi? È così difficile credere che nonostante tutto ne valga la pena? Ho smarrito il mio credo, i sogni e le speranze, ma non può essere tutto qui.

Per un attimo, riesco a vedermi ancora una volta donna. Per un attimo, torna quell’emozione di accarezzare un grembo che culla dentro un figlio. Ed ecco che riabbraccio il mio credo, i sogni e le speranze calpestate da chi non ne aveva il diritto. E ringraziando te e uno per uno coloro che mi hanno aspettata, ti scrivo perché finalmente ho scelto. E scegliendo, ho deciso di volermi finalmente bene e di accettare il mio modo di percepire ed abbracciare il mondo.

Ti voglio bene, papà.

Tua figlia

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