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Mudeco, il prestigioso museo che conserva oltre tre secoli di moda

Il MuDeCo all'interno del Castello di Donnafugata vanta una preziosa collezione di abiti e accessori appartenuta a Gabriele Arezzo di Trifiletti. Tiziana Blanco ci conduce in un viaggio suggestivo alla scoperta di questo museo della moda

Se nello scorso numero di Astratti Furori ci siamo addentrati nell’affascinante mondo del Castello di Donnafugata, nel ragusano, adesso il viaggio nel tempo prosegue presso il Mudeco, conducendoci a scoprire storia, aneddoti e curiosità di alcuni abiti e accessori antichi della preziosissima collezione Arezzo Trifiletti.

La collezione, dichiarata di eccezionale interesse etnoantropologico, abbraccia oltre tre secoli di moda, dagli inizi del Settecento alla metà del Novecento, mettendo in luce lo sviluppo del costume, e quindi della cultura siciliana in primis, ma con netti riferimenti al resto d’Italia e d’Europa.

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‘’Tutto ebbe inizio con la morte di mio padre, nel 1984: con mio fratello sorteggiammo l’eredità di famiglia conservata tra i saloni della villa di Marina di Ragusa e il Castello Vecchio di Ragusa Ibla. Mio fratello, quando aprì i suoi bauli, vi trovò argenteria e oggetti preziosi mentre i miei bauli erano pieni di vestiti e accessori conservati per secoli dalla nostra famiglia. Ero arrabbiatissimo: non volevo fare il “pezzaro”. Tra l’altro si era rotto il mio primo matrimonio ed ero rimasto solo con una figlia. Furono due miei amici, Rosario La Duca e Gaetano Basile, a farmi cambiare idea: “Tu ti lamenti, ma qui hai un tesoro!”. Così con mia figlia cominciammo ad aprire le casse: non capita a chiunque di trovare abiti e oggetti personali appartenuti a Emerico Amari, Franca Florio, e tanti altri nomi altisonanti. Tra quei capi c’era anche l’abito al quale Visconti si ispirò per Angelica, ne Il Gattopardo.

Quella che mi era capitata non era semplicemente un’enorme collezione di abiti, bensì quattro secoli di storia di una famiglia che per tutto quel tempo aveva conservato non solo i suoi vestiti ma qualunque tipo di accessorio.’’

Così l’avv. Gabriele Arezzo di Trifiletti, nobiluomo colto e raffinato deceduto lo scorso anno, spiegava da dove nasce la collezione attualmente esposta nelle ex scuderie del castello di Donnafugata: il Mudeco, uno dei musei del costume più significativi d’Europa.

Una realtà che ha la forza di dialogare ai più alti livelli con il mondo della cultura museale internazionale.

Gabriele Arezzo di Trifiletti
Gabriele Arezzo di Trifiletti

Il marchese apparteneva a due tra le famiglie più nobili e più antiche di Sicilia: gli Arezzo di Ragusa e gli Amari di Palermo. Trascorse decenni a catalogare tutto il contenuto dei bauli, a studiare e fare ricerche con non poca difficoltà. Gli unici riferimenti di storia del costume erano francesi e non esisteva ancora nessun tipo di documentazione sulla moda in Sicilia.

Riuscì, ancora in vita, a far ritornare ‘a casa’ una parte della collezione e legare il suo nome a quello di Corrado Arezzo De Spuches, barone di Donnafugata e suo avo.  

Ebbi il piacere di conoscere Gabriele anni fa e rimasi subito rapita dai modi squisiti e dall’amore per il bello in tutte le sue forme, exemplum di raffinato signore d’altri tempi. La sua preparazione a tuttotondo (antiquariato, libri, arazzi, dipinti, argenti, etc.), gli consentiva di periziare interi patrimoni per i quali veniva incaricato a stimare e valutare in tutta Italia. Ricordo con quanto entusiasmo e quanta passione mi raccontava determinati episodi concernenti questa o quella famiglia nobiliare, con un’enfasi tale da farmi rivivere passo passo quanto descriveva. Scherzosamente, nelle nostre interminabili chiacchierate telefoniche gli dicevo ‘’allora Gabriele, quale film mi racconti stavolta?’’. Ascoltarlo era un piacere, c’era sempre da imparare.

La sua casa di Palermo accoglieva una vasta gamma di collezioni: libri antichi, giocattoli, ventagli, cartoline, fotografie, bambole, corredi, profumi, ombrelli, autografi di personaggi celebri (Einstein, Dumas, Leopardi, Pellico) e altri rari cimeli. Il suo cruccio è sempre stato quello non poter fare a meno di pensare a quale fine avrebbero fatto i suoi oggetti dopo la sua scomparsa. Una parte di abiti d’epoca e pezzi vari è custodita al Mudeco, ma c’è tanto e tanto altro materiale che potrebbe riempire un altro museo, purchè non vengano smembrate le singole collezioni. Per mantenerne il valore storico infatti andrebbero lasciate integre. Mi raccontava di collezionisti che avrebbero voluto acquistare una certa bambola, un trenino o un ventaglio e come ovviamente lui si rifiutava di vendere pezzi singoli, proprio per non disgregare le collezioni.

Nel 2000 il prof. Antonio Paolucci, allora responsabile del museo della moda di Palazzo Pitti, propose al Ministero per i Beni Culturali e Ambientali di acquistare la preziosa collezione Arezzo, proponendola come assolutamente unica testimonianza della società aristocratica siciliana nel momento del suo massimo fulgore. A bloccare ogni possibilità di vendita fu la Regione Sicilia, vincolando la collezione ed evitando che l’isola fosse depauperata della sua storia. Per certi versi questo fece sì che Gabriele Arezzo da proprietario divenisse ‘custode’ del suo patrimonio…

Sarà l’amministrazione comunale di Ragusa, nel 2014, ad acquisire la collezione.

Trattasi di 1555 accessori moda tra scarpe, cappelli, borse, guanti; 460 abiti completi; 695 singoli indumenti e 72 elementi di oggettistica varia tra cui prodotti per la cosmesi, utensili per il ricamo e il cucito, una rarissima sedia-parto e una vasca da bagno da viaggio. Alla collezione si stanno aggiungendo, previa rigida selezione, alcuni preziosi abiti e accessori donati da alcune famiglie che si rivolgono al Mudeco per garantire loro nuova vita.

Il museologo e architetto prof. Giuseppe Iacono dopo il progetto museologico per l’allestimento è stato incaricato, previo bando pubblico, ad essere direttore del museo.

Sua l’indovinata scelta della citazione che troviamo scritta all’ingresso del museo:

“La moda è una vera insalata psicologica perché per farla, invece del sale, dell’olio e dell’aceto, occorrono: estetica, vanità e mutamento”, tratta dal libro della seconda metà dell’Ottocento Fisiologia del piacere, del medico scrittore Paolo Mantegazza. L’opera fu tradotta in francese dal genero del barone Corrado Arezzo, il visconte Gaetan Combes de Lestrade, esteta e sociologo, dodicesimo barone di Donnafugata.

Il prof. Iacono, deus ex machina di Donnafugata, sta per condurci in un viaggio raccontato attraverso velluti, sete, ricami e i suoi molteplici studi.

Il mio lavoro si è succeduto in vari step: acquisizione dei capi e degli accessori della collezione, sistemazione in depositi con relativa manutenzione e selezione per il restauro degli stessi con l’aiuto della Banca Agricola di Ragusa. Nella distribuzione museologica degli spazi e nella composizione architettonica sono stato supportato da due architetti, Giuseppe Gurrieri e Nunzio Sciveres.

Il concept del progetto ha dato precedenza a un approccio conservativo, data la valenza storica dei locali ospitanti, caratterizzati da ampie volte in pietra e possenti fondamenta, senza tuttavia rinunciare a un innesto di micro-architetture di segno più contemporaneo. Nello specifico, l’introduzione di “gabbie”, ha reinventato le volte e le pareti della struttura, ricoprendole interamente con tendaggi in velluto ignifugo naturale che, senza intaccare la struttura muraria, risolvono il problema dell’oscuramento della luce naturale.

Ho voluto che all’ambiente architettonico si unisse a quello ideale immateriale per la conservazione degli abiti, per cui oggi il Mudeco è per certi versi all’avanguardia per il suo sistema di microclima che tutela le fibre. Ossia aria climatizzata con temperature a minima escursione termica dai 21°-23°, umidità relativa al 45%, il tutto perfezionato da un impianto di microfiltraggio delle polveri.’’ 

‘’Amo pensare che il visitatore deve assolutamente entrare in sintonia con lo spazio che lo accoglie e quindi parlare di risonanza emotiva.

Spesso esporre gli abiti significa stressarli, ho pensato allora di realizzare un manichino ad hoc per ogni abito. Così come il sarto prende le misure del corpo per creare un abito noi dobbiamo riprendere le misure dell’abito per adattare artigianalmente ogni manichino.  I capi si alterneranno in base alle esigenze espositive.

Per fornire una visione avvolgente e ammirare meglio la foggia degli abiti, ogni pezzo è stato esposto con angolazioni e su livelli differenti seguendo le linee di fuga di una prospettiva dedicata.

La musica di sottofondo collega il materiale con l’immateriale, è come se ogni abito ascoltasse la musica del suo tempo e, paradossalmente, siamo noi gli estranei perché entrando in questi spazi invadiamo il loro mondo.

E proprio di questo mondo, folle passione dell’amico Gabriele Arezzo, io mi sento responsabile giorno per giorno. I ‘’suoi figli’’ come amava scherzosamente chiamare quei capi, da quando sono in mostra assurgono inconsapevolmente all’eternità. Io da direttore della galleria ho il dovere, oltre all’innegabile piacere, di far sì che questo avvenga nel migliore dei modi.’’

Ogni abito racconta di singoli momenti storici e veste emozioni, siano esse legate alla gioia di un ballo, una passeggiata nel parco con la persona amata o un rito funebre.

Le famiglie aristocratiche spesso attraverso l’abbigliamento lanciavano una sorta di messaggio sociale, come ad esempio le livree della numerosa servitù della famiglia Lanza Branciforte, metà Settecento. La livrea di cocchiere maggiore, conservata al Mudeco ne è testimonianza per la sua preziosità, in quanto lavorata con filo d’argento, proprio per evidenziare lo status della famiglia all’ospite che entrava a palazzo.

Livrea siciliana, XVIII secolo
Livrea siciliana, XVIII secolo

È facile notare come cambino le gonne e con loro il periodo storico, come ad esempio il passaggio dalle ampiezze laterali del ‘700 alla forma ristretta “a colonna” in voga nello stile impero immediatamente dopo la rivoluzione francese; gonne ampie che torneranno di moda a partire dagli anni ‘40 dell’Ottocento e dopo ‘sgonfiarsi’ e aggrapparsi in pieghe nella parte posteriore, per dare la silhouette ad “S” durante la Belle Epoque e per poi assottigliarsi ancora e accorciarsi negli anni ’20 del secolo scorso.

Ad ogni cambiamento corrisponde un accadimento storico, politico o letterario. Gli scavi di Pompei e Ercolano portano in luce delle figure e dei colori molto semplici.

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Possiamo ad esempio ammirare un abito che richiama molto la colonna ionica presente nello stile neoclassico dove sono chiari i rimandi ad una colonna nella quale le maniche richiamano le volute tipiche del capitello e per come scende l’abito sul corpo ne è palese il rimando alle scanalature e allo zoccolo della colonna appunto.

A contrastare la linearità delle forme saranno i preziosi ricami sulla seta in argento e oro.

Frac da mattina di Vincenzo Bellini, 1820
Frac da mattina di Vincenzo Bellini, 1820

L’abito da giorno di Vincenzo Bellini è composto da un frac/redingote dalle falde lunghe fino al ginocchio in panno beige, gilet in vellutino di seta a righe dorate e blu scuro e cravatta annodata in organza arricchita da merletti di Burano. Sono ancora riscontrabili tracce di trucco sulla cravatta che intenzionalmente non sono state eliminate. L’abito prevedeva dei pantaloni lunghi molto attillati e il corredo di cilindro-scarpe basse-bastone. Gabriele Arezzo lo acquistò dai Giuliano di Catania.

Del giovane artista etneo si narra fosse molto gradevole d’aspetto; alto, biondo, occhi chiari e dal fisico asciutto. Per questo, oltre che per la sua ammaliante arte, conquistò il cuore di non poche donne. A Napoli, dove visse alcuni anni si innamorò di una giovane donna che non sposò per l’opposizione del padre. Affranto si trasferì a Milano ed infine a Parigi. Per il suo stile personale, innovativo, le sue opere vennero riconosciute ed acclamate ad altissimi livelli. La Norma e La sonnambula riempivano i teatri di mezza Europa.

Il Cigno catanese morì a Parigi, nel 1835, a soli 34 anni. Attorno alla sua morte aleggia da sempre un alone di mistero: la versione ufficiale, infatti, parlava di decesso per infezione intestinale, ma alcuni storici hanno ipotizzato una morte per avvelenamento. Re Luigi Filippo ordinò l’autopsia e l’imbalsamazione del corpo dell’artista.

I catanesi, sconvolti dalla prematura morte del compositore, intervennero vestiti a lutto alla rappresentazione della Norma presso il Teatro Comunale, per l’occasione parato con drappi neri.

Le spoglie di Bellini rientrarono a Catania soltanto dopo quarant’anni e nella notte del 26 settembre 1876, eccezionalmente, venne usato come carro funebre la carrozza del Senato del 1700.

Abiti della contessa Concepcion Lombardo Miramont, XIX sec.
Abiti della contessa Concepcion Lombardo Miramont, XIX sec.

Questi abiti sono appartenuti alla contessa Concepciòn Lombardo, moglie di Miguel Miramòn, fidato generale dell’imperatore Massimiliano d’Asburgo. Nel 1867 a Querétaro, in Messico, furono imprigionati entrambi e condannati alla fucilazione, dopo appena otto anni di matrimonio. Alla Miramon non restò altro da fare che lasciare il Messico e spostarsi da una corte all’altra d’Europa. Nelle Memorie, che scrisse a 80 anni, racconta anche dell’amicizia con la principessa Sissi. Alla sua morte volle che le venisse strappato il cuore e posizionato accanto alle spoglie del marito.

Calzature in tessuto con ricami della prima metà dell’Ottocento appartenute a Maria Malibran (in beige) e Giuditta Pasta (in verde salvia), XIX sec.
Calzature in tessuto con ricami della prima metà dell’Ottocento appartenute a Maria Malibran (in beige) e Giuditta Pasta (in verde salvia), XIX sec.

Maria Malibran e Giuditta Pasta furono le due più celebri soprano della prima metà dell’Ottocento; l’una, anche pittrice, spagnola naturalizzata in Belgio, l’altra lombarda. Vissero la stessa epoca, muse di Bellini, Donizetti, Rossini, accomunate da un fato avverso palesatosi nel 1836. La Malibran ebbe la peggio perché proprio in quell’anno morì, a soli 28 anni, in seguito ai postumi non curati di una brutta caduta da cavallo, a Londra. Si narra che in una delle sue ultime apparizioni a teatro, alla fine del concerto si sentì male; le fu quindi suggerito di non rientrare in scena per il bis di rito. Lei allora si sarebbe alzata e avrebbe detto qualcosa del tipo: ‘’Salirò su quel palcoscenico. Anche se quella dovesse essere una donna morta… canterà!’’

Alla Pasta, invece, in quell’anno le condizioni vocali mostrarono segni di logoramento, tant’è vero che per un paio d’anni dovette interrompere i concerti. Il rientro in scena fu stentato, non era più il grande soprano d’un tempo, un po’ come fu per la Callas. La pianista Pauline Viardot affermò: “È come l’Ultima Cena di Leonardo da Vinci: un dipinto in rovina, ma per me è il più bel dipinto del mondo!’’

L’abito che ispirò il film Il gattopardo, XIX sec.
L’abito che ispirò il film Il gattopardo, XIX sec.

Per il suo romanzo, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, venne fortemente ispirato da quei luoghi in cui trascorse l’infanzia: Palermo, Palma di Montechiaro e soprattutto il palazzo materno di Santa Margherita di Belìce.

Goffredo Lombardo, patron della Titanus, acquistò i diritti del volume nel novembre del 1958, quando Il gattopardo stava riscuotendo un enorme successo editoriale. L’anno dopo vincerà il Premio Strega.

Nel 1960 fu proposto al regista Luchino Visconti l’adattamento della pellicola del romanzo ed egli accettò entusiasta. Nell’autunno del 1961 il regista effettua numerosi sopralluoghi in Sicilia e presso famiglie di nobili palermitani alla ricerca di documenti sulla realtà della vita siciliana negli anni compresi tra il 1860 e il 1862.

Visconti andò più volte in incognito a visitare il castello di Donnafugata, allora in decadimento, per calarsi interamente nelle atmosfere aristocratiche ed inquiete di una Sicilia scossa dai moti risorgimentali. Le riprese cominciarono lunedì 14 maggio 1962.

Il Gattopardo
Il Gattopardo

Il momento mitico del film si concentra nella scena del ballo e trova una immagine indelebile nell’abito indossato da Angelica, la protagonista del film interpretata da una ventiquattrenne Claudia Cardinale.

Alla ricerca di abiti originali che potessero ispirare i costumisti Visconti, memore della sua visita al castello di Donnafugata, andò in casa Arezzo di Trifiletti dove ammirò diversi abiti, ma quello esposto oggi vinse tra tutti.

Piero Tosi eseguì il disegno del costume di scena e la sartoria romana di Umberto Tirelli lo realizzò quasi identico all’originale ma, a differenza di quello rosa indossato nel romanzo, lasciarono il colore bianco per evitare di scivolare in una visione eccessivamente americana.

“L’abito era talmente stretto che Alain Delon poteva stringermi la vita usando una sola mano. Visconti vide che avevo delle macchie di sangue sulla vita, e mi chiese perché. Non gli dissi niente, mi limitai a rispondere ‘’ma non sono io che soffro, è Angelica’’. Tosi era un perfezionista che non si preoccupava minimamente della comodità degli attori. I costumi venivano preparati prima delle riprese. Lui non veniva sul set.

Nella borsettina che portavo durante il ballo del Gattopardo c’era un carnet de bal, anche se non lo si vedeva mai. Visconti voleva che la borsetta contenesse tutti gli oggetti necessari, anche se nella scena non l’avrei mai aperta. Le sottovesti di pizzo, anche loro invisibili, erano comunque d’epoca. Le stecche di balena dei busti facevano un male cane, ma bisognava sopportare, i costumi di allora erano così!”

Claudia Cardinale

 

Donna Florio
Donna Florio, 1921
Abito di Franca Florio in velluto di seta color nero, xx sec.
Abito di Franca Florio in velluto di seta color nero, xx sec.

 I Florio, straordinariamente all’avanguardia, riuscirono a realizzare innumerevoli iniziative sociali, sportive, culturali, economiche e politiche. Famiglia che portò in Sicilia un soffio vitale di progresso e modernità, e proprio Franca e il marito Ignazio contribuirono con vigore a scrivere una pagina gloriosa di imprenditorialità.

Quando nel 1891 morì il padre, Ignazio ed il fratello minore Vincenzo, ereditarono un’immensa fortuna, fondata su cantieri navali, banche, industrie, attività commerciali fra le più svariate, tonnare, saline, cantine vinicole, e soprattutto il capitale di maggioranza della Società di Navigazione Italiana, una delle più grandi flotte di navigazione d’Europa.

A Palermo, dal loro Villino dell’Olivuzza sono passati zar e imperatori, re e regine, poeti, compositori, banchieri, tutti ricevuti da camerieri in livrea che servivano le pietanze in piatti d’oro.

La loro ricchezza era accompagnata da un gusto eccellente che affidarono ai migliori artisti dell’epoca: Ernesto Basile, Ettore de Maria Bergler e Ducrot.

I migliori sarti siciliani e francesi creavano per Franca Florio gli abiti più esclusivi, lo stesso dicasi per i gioielli, disegnati per lei dai più rinomati orafi del mondo, da Lalique a Cartier. Il celeberrimo ritratto di Giovanni Boldini è rinomato anche per la raffigurazione della collana lunga sette metri e composta di 365 perle.

Le rose erano i suoi fiori preferiti, adornavano tutte le case e le carrozze di famiglia.

Gabriele d’Annunzio definì Donna Franca unica e divina, i siciliani la chiamavano la Regina di Sicilia, mentre il Kaiser Guglielmo II la soprannominò la Stella d’Italia. Come una donna in carriera di fine ‘800, colta, scaltra, parlava correttamente inglese, francese e tedesco. 

Tante le leggende che la riguardano, come quella della Regina Elena che, temendo il confronto con la Florio, non volle venire in Sicilia ad una prima del Teatro Massimo e Re Vittorio Emanuele III presenziò da solo. O quando il soprano Lina Cavalieri, la donna più bella del mondo, si esibì a Palermo e ci fu un po’ di trambusto. In città si vociferava del flirt tra lei ed Ignazio Florio e per l’occasione il barone Airoldi organizzò una claque con una quarantina di fedelissimi di Franca che la sostennero fischiando la Cavalieri. La Florio invece applaudì.

La nobildonna Francesca, figlia del barone Jacona della Motta di San Giuliano e di Costanza di Notarbartolo di Villarosa, nasce a Palermo il 23 dicembre 1873. Magra, alta un metro e settantatre, occhi verdi e brillanti, capelli neri, carnagione olivastra; pare che per seguire la moda che voleva che le donne fossero diafane, si fece schiarire la pelle sottoponendosi a Parigi alla porcellanizzazione del volto. Trattamento smentito categoricamente, anni dopo, dalla figlia Giulia.

L’abito nero esposto al museo fu protagonista di un curioso episodio che la contessa Michelina Arezzo di Celano, sposata al conte Gabriele Amari di Sant’Adriano, appuntò all’epoca nel suo diario.

La stravagante nobildonna teneva in casa due diaboliche scimmiette, Fitty e Fufi. Un giorno, cercando d’imparare a fumare come avevano visto fare, cominciarono a sfregare i fiammiferi da cucina contro il muro fino ad accenderli provocando un incendio in cui bruciarono la preziosissima tenda del Cinquecento, vanto di casa Florio, e alcuni abiti. Pare che le due pesti avessero salito dei capi sui rami dell’albero di magnolia, in giardino. La contessa Arezzo avvisò subito la Florio che si trovava a Roma. Lei, parecchio alterata per l’accaduto, rispose: ‘’Io non potrei mai indossare abiti che hanno ripulito le foglie di un albero!’’

Quell’abito fu trasferito a Villa Mari dove la famiglia dimorò per un periodo, sino a quando Gabriele Arezzo di Trifiletti non lo ereditò dai suoi antenati.

Di questa donna altera e brillante si è sovente mostrato il lato frivolo, salottiero, come se Franca Florio avesse trascorso la sua vita esclusivamente tra ricevimenti e prime a teatro, ma c’è stato molto altro.

Subì la perdita di tre figli, tra cui l’unico maschio, ‘’baby boy’’, a otto anni. Creò e promosse diversi istituiti che si occupavano dei minori di famiglie indigenti o abbandonati e un educandato per ragazze in difficoltà.

Insieme al marito fondarono, in un immobile di loro proprietà, l’Istituto per ciechi Ignazio Florio e Salamone, ancora oggi esistente a Palermo. Fu promotrice dei primi asili nido all’interno delle loro fabbriche.

All’Olivuzza fecero allestire una cucina economica che per decenni cucinò circa 500 pasti al giorno per i poveri del quartiere. Non ultimo, nel 1908, lei e Ignazio accorsero a Messina per aiutare i superstiti del terremoto.

Ma questo suo aspetto filantropico-manageriale non è emerso quanto meritava.

Nel 1950, a 77 anni, nella Villa Salviati della figlia Igea, si spegneva con lei quella figura carismatica, volitiva ed emancipata che rappresentò la Sicilia nel mondo.

Abiti periodo Belle Epoque e anni venti, XX sec.
Abiti periodo Belle Epoque e anni venti, XX sec.              

 

Rarissimo esemplare di sedia da parto
Rarissimo esemplare di sedia da parto

 

Vasca da bagno da viaggio con coperchio, XIX sec.
Vasca da bagno da viaggio con coperchio, XIX sec.

Mudeco 

Per diversi anni e a partire dal XVII secolo era di gran moda portare il corsetto, busto, per far assumere al corpo femminile quella classica forma a clessidra.

Il corsetto era un indumento composto da tessuto rinforzato da stecche che oltre a stringere la vita ne modellava i fianchi mettendoli in evidenza. Aveva anche il ruolo di far risaltare il seno o di ridurlo di dimensioni appiattendolo, assecondando la moda del tempo.
La tendenza di raggiungere un giro vita anche di 40 cm faceva sì che per indossarlo era necessario l’aiuto di qualcuno.

Iacono chiese numi al suo amico, il prof. Eduard Le Jeune, che gli spiegò quanto la stretta fosse micidiale per la gabbia toracica che per la compressione non permetteva poi una normale respirazione. Il diaframma veniva spinto verso l’alto e si riduceva il volume dei polmoni con le conseguenze che ne derivavano.

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Al corsetto si abbina spesso il male di Glenard malattia conosciuta come visceroptosis, ossia mancanza di tono del muscolo addominale e del dislocamento viscerale. Gli organi interni erano costretti a spostarsi in maniera innaturale verso l’alto o verso il basso. Altri problemi erano dati da emorragie interne ed erano diffusissimi i casi di svenimenti o mancamenti per problemi legati alla respirazione e alla digestione.

Questo busto tendeva a deformare anche lo stomaco e il fegato. Davanti all’arte del vestire il canone di bellezza coincideva spesso con il canone di sofferenza.

‘’Il vestiario di una persona, vale a dire ciò che forma l’essenziale del suo esteriore, è cosa che di lui cambia e resta forma palpabile attraverso i secoli.”  

Filippo De Pisis

BREVE EXCURSUS STORICO

1735 inizia la dominazione borbonica in Sicilia. La gonna tende ad ampliarsi

ai fianchi grazie a sottostrutture chiamate paniers.

1738-1748 Johan Winckelmann rinviene Ercolano e Pompei

1764-1815 stile neoclassico: l’abbigliamento è più confortevole e pratico, all’inglese.

Riscoperta dell’antico, l’esotismo e il naturalismo influenzano la moda

1850-1860 aumenta il volume della gonna con l’avvento della crinolina,

ampia struttura sottogonna rigida circolare.

Si utilizzano bustini per assottigliare il punto vita evidenziando l’effetto clessidra.

1859 Francesco Arezzo crea a Ragusa la Filanda Donnafugata, attrezzata con

macchinari all’avanguardia. Gestita poi dal figlio Corrado fino al 1874.

1861 fine dominazione borbonica, Unità d’Italia.

1876 in Inghilterra nasce lo smoking, giacca nera o blu notte coi revers in seta.

1880 con Oscar Wilde e altri l’abbigliamento maschile si ravviva

e impreziosisce, dando luogo allo stile dandy.

1897 le donne indossano i primi pantaloni per andare in bicicletta.

1900 Parigi capitale mondiale della moda.

1903 in Francia nasce il pret à porter.

1912 affonda il Titanic. Inizia il declino delle certezze della Belle Epoque

1914 nel manifesto Che bel vestito Giacomo Balla afferma che: ‘’l’abito deve essere: dinamico, aggressivo,

urlante, volitivo, violento, volante, agilizzante, gioioso, illuminante, fosforescente,

semplice e comodo, di breve durata, igienico, variabile.’’

1914-1918 prima guerra mondiale

1917 Cocò Chanel reinventa il tailleur, privilegiando la comodità e utilizzando il tessuto jersey.

La giacca maschile dotata di ampie tasche e la gonna dritta diventano il simbolo della emancipazione femminile. Le fidanzate e le mogli degli uomini al fronte iniziano a lavorare.

1919 i fratelli Prada vestono i Savoia.

1920 nasce il charleston, il nuovo ballo vorticoso dalle movenze sbarazzine. Le ragazze si tagliano

i capelli alla garçonne, si accorciano le gonne fin sopra il ginocchio, il giro vita si abbassa

fino ad essere segnato solo da una leggera sciarpa.

1921 Guccio Gucci fonda a Firenze la casa di moda Gucci che diventa famosa per la pelletteria

di fascia alta, ma anche per articoli da viaggio e per l’equitazione.

1923 Salvatore Ferragamo diventa il calzolaio delle stelle a Hollywood.

1927 Elsa Schiaparelli apre a Parigi una casa di moda frequentata dai più noti artisti del tempo.

I suoi abiti e gioielli si ispirano ai quadri di Picasso e Giacometti;

realizza vestiti e accessori con Dalì. Nel 1934 inventerà il rosa shocking.

1933 lo stile androgino e austero diventa un motivo provocatorio per molte dive del cinema,

come Greta Garbo e Katharine Hepburn. Appare su Vogue America la prima foto

del tailleur pantalone indossato dall’attrice Marlene Dietrich.

1939-1945 seconda guerra mondiale.

1946 nasce in Francia il bikini.

1951 la moda italiana si emancipa dalla francese con Giovanni Battista Giorgini.

1963 la stilista inglese Mary Quant lancia la minigonna.

Tiziana Blanco

tiziana blanco Tiziana Blanco è nata a Siracusa nel 1968. Ha studiato fotografia allo IED di Roma e da un trentennio si occupa di fotografia a trecentosessanta gradi. Ha iniziato come fotoreporter per il Giornale di Sicilia, ha insegnato sei anni teoria e tecnica della fotografia all’Accademia di Belle Arti “M.Minniti” di Siracusa e realizzato delle mostre tra Ragusa, Siracusa, Venezia ed Emirati Arabi.

Una fotografa con la passione della scrittura e la letteratura noir d’oltralpe.

La curiosità è il focus del suo mondo, osservare quanto la circonda e raccontarlo con le immagini o con le parole, anzi le ‘conversazioni’.

 

 

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