Intervista alla vincitrice del Premio MAXXI 2014

Marinella Senatore (vincitrice Premio MAXXI), ”Per le mie opere d’arte traggo spunto dalla vita reale”

In occasione della sua vittoria al Premio MAXXI, abbiamo intervistato Marinella Senatore, giovane artista italiana classe 1977 che vive e lavora all’estero, tra la Spagna, Londra e Berlino...

Il 13 giugno è stato decretato il vincitore del Premio MAXXI, nato per sostenere la giovane generazione di artisti italiani, e giunto quest’anno alla terza edizione. Dopo Rossella Biscotti nel 2010 e Giorgio Andreotta Calò nel 2012, quest’anno a vincere il premio è stata Marinella Senatore, con l’opera The School of Narrative Dance, Roma, insieme a quelle dei finalisti Micol Assaël, Linda Fregni Nagler e Yuri Ancarani

MILANO – In occasione della sua vittoria al Premio MAXXI, abbiamo intervistato Marinella Senatore, giovane artista italiana classe 1977 che vive e lavora all’estero, tra la Spagna, Londra e Berlino. La sua pratica è caratterizzata dalla partecipazione attiva del pubblico. L’idea è quella di promuovere il potere creativo della folla, di avviare un dialogo tra storia, cultura e strutture sociali affinché tutti possano avere un ruolo nell’Arte.

Cosa vuol dire per te aver vinto il Premio MAXXI? Spiegaci in cosa consiste The School of Narrative Dance.
Il Premio ha rappresentato per me un grande riconoscimento nel mio Paese dopo aver tanto lavorato all’estero, ma soprattutto una grande sfida in una piazza come Roma, dove ho vissuto per molti anni. La risposta della città è stata complessa ed eterogenea ma incredibilmente appassionata, e questo premio mi ha dato grande forza e una spinta per andare avanti ma anche dato, cosa che mi rende estremamente felice, coraggio e orgoglio ai partecipanti, scopo primario di tutto il mio lavoro.
The School of Narrative Dance è una scuola itinerante, fondata nel 2013, che propone un sistema alternativo di educazione basato sull’emancipazione dello studente, l’inclusione, l’auto-apprendimento e la costruzione di immaginari politici alternativi, reinventando le strutture e le metodologie dei sistemi sociali codificati. Non si tratta di una scuola di danza in senso stretto, piuttosto di “narrazione”, che tenta di offrire opportunità alle diverse comunità di volta in volta coinvolte, di pensare e vivere collettivamente un’esperienza, integrando numerose discipline – come il teatro, il movimento scenico, l’illuminazione, la storia orale, la scrittura – con le competenze e i talenti di ciascuno, al fine di dar vita a un contesto di creazione corale.

Cosa significa essere una performer donna oggi? Quali sono i tuoi modelli? Quali sono le tue fonti d’ispirazione?
Non mi definirei una performer, quanto piuttosto un “attivatore”; da sempre ho vissuto in contesti “sinfonici”, dove sono molteplici le voci e le identità messe in campo, penso allo studio della musica sin da bambina o alle esperienze nel cinema come direttore della fotografia, e oggi anche alla scrittura a più mani sino alla coreografia contemporanea. La performance è solo una parte di processi a lungo termine, durante i quali vivo a stretto contatto con le comunità coinvolte in uno specifico progetto, ma i miei lavori includono piece radiofonici, piattaforme che indagano i più svariati linguaggi – danza, disegno, installazione, fotografia sino alla didattica. La definizione che in genere utilizzo per spiegare me stessa e quello che faccio è “l’attivazione di processi”, strettamente legata alla conoscenza e allo studio di molti artisti soprattutto di provenienza anglosassone. Quello che mi ispira di più? Senza dubbio la vita reale e le persone che incontro.

Quali sono i tuoi progetti futuri? Su cosa stai lavorando?
A Londra la prima personale con MOTInternational e in Brasile con la Galleria Mendes Wood; poi un progetto per il Petach Tikva Museum of Art in Israele, di nuovo una personale alla Peres Projects di Berlino e una collettiva al Palais des Beaux Arts di Bruxelles.

Quale è, ad oggi, la reale situazione dell’Arte in Italia? Ho letto che vivi e lavori tra Londra e Berlino. Caso fortuito o scelta obbligata?
Non mi sono mai sentita obbligata a prendere nessuna direzione, ad un certo punto ho solo avvertito il bisogno di ampliare le mie esperienze formative; e dunque dopo l’esperienza in orchestra prima e il set cinematografico poi – due modelli di costruzione creativa corale per me molto importanti – ho voluto scoprire altro. Quindi mi sono trasferita in Spagna, dove ho continuato a studiare e sto ancora completando il percorso per ottenere il PHD, ma dove soprattutto mi sono dedicata alla mia lunga esperienza didattica. Inoltre qualche anno fa il mio modo di lavorare in Italia non aveva ancora fatto il suo ingresso, certo avevamo vissuto il grande maestro Pistoletto con il suo teatro di strada e altre poche esperienze, ma io avevo urgenza di formarmi in modo più approfondito, e in quel momento soprattutto nella produzione inglese e in quella americana la modalità di lavoro era già molto affine alla mia, vedendo spesso le comunità avere già un ruolo centrale nel processo creativo dell’arte. Dunque per forza di cose ancora oggi continuo a sentirmi molto più vicina a quel tipo di pratica. Berlino è arrivata poi in occasione di una residenza d’artista, che, come spesso mi è accaduto, mi ha permesso di confrontarmi con nuove comunità e altri artisti. In definitiva la scelta di vivere all’estero non è mai stato un obbligo quanto al contrario una chance. In Italia c’è un ottimo collezionismo e una buona rete museale, ma il sistema, a mio avviso, sostiene ancora molto poco gli artisti italiani.

I tuoi lavori si basano sulla partecipazione attiva del pubblico e allora ti chiedo quale è/dovrebbe essere il ruolo dell’arte nella vita quotidiana delle persone?
La contemporaneità sta modificando sia la richiesta del pubblico, sempre più forte, sia le modalità di fruizione dell’opera d’arte. E a questa esigenza mi sento molto vicina e per questo molto attiva nel cercare di fare ciò che ritengo possibile: proprio in questo senso l’attivazione di processi rimane l’esperienza che più mi interessa. Penso che l’arte, ma soprattutto le istituzioni, possano giocare il ruolo più efficace per assecondare e soddisfare questa richiesta, non a caso i miei modelli sono sempre più spesso le istituzioni anglosassoni, per le quali da molto tempo l’inclusione delle comunità, della gente che visita i musei e le gallerie, è una cosa molto importante e ormai un dato di fatto, per ovviare all’autoreferenzialità o ancor peggio al dialogo con la ristretta cerchia di addetti ai lavori.

28 luglio 2014

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