Investire sull’arte può creare nuovi posti di lavoro, parola di Bruno Zanardi

Mettere in pratica una moderna politica di tutela del nostro immenso patrimonio artistico sarebbe l'occasione per creare moltissimi nuovi posti di lavoro. Bruno Zanardi lamenta che nessuna forza politica se ne renda conto e che la società civile si disinteressi a queste tematiche. In ''Un patrimonio artistico senza'' racconta il sempre più grave ritardo culturale in cui giacciono restauro...

Il famoso restauratore italiano ci parla del suo saggio, “Un patrimonio artistico senza”, e dei problemi che affliggono il settore della tutela del patrimonio artistico nel nostro Paese

MILANO – Mettere in pratica una moderna politica di tutela del nostro immenso patrimonio artistico sarebbe l’occasione per creare moltissimi nuovi posti di lavoro. Bruno Zanardi lamenta che nessuna forza politica se ne renda conto e che la società civile si disinteressi a queste tematiche. In “Un patrimonio artistico senza” (Skira) racconta il sempre più grave ritardo culturale in cui giacciono restauro, conservazione e tutela oggi in Italia, quando invece proprio da qui potrebbe venire la rinascita economica del nostro Paese. Con lui, che è stato allievo di Giovanni Urbani all’Istituto centrale del restauro ed è uno dei più noti restauratori italiani, abbiamo discusso di questi temi.

Può riassumerci quali sono secondo lei i problemi che affliggono il settore del restauro?
Uno dei principali problemi è la tendenza a confondere il restauro con la tutela, tendenza che si riscontra anche nel giornalismo culturale specializzato e che è sbagliatissima. Il restauro infatti non è un intervento di tutela, neutro, ma un intervento che manipola l’opera d’arte.
Il secondo problema è che nella logica del ministero dei Beni Culturali e delle soprintendenze la concezione del restauro è rimasta sostanzialmente ferma a quella definita tra 1938 e 1939 da intellettuali e storici dell’arte come Argan, Longhi e Brandi, concretizzatasi nelle leggi di Bottai del 1939. Viene inteso cioè come restauro critico-estetico, che mira a far tornare alla primitiva bellezza, o comunque all’originaria lezione critica, l’opera d’arte su cui si interviene. Ma questo tipo di restauro è innanzitutto aleatorio, dura pochissimo – le opere tendono irreversibilmente a deteriorarsi. In più non è neppure vero che riportare l’opera all’autenticità della materia originale abbia prodotto un fondamentale salto di qualità negli studi di storia dell’arte. Tutti i grandi storici dell’arte italiani tra Otto e Novecento hanno scritto i loro lavori quando le opere erano state rese illeggibili o addirittura sfigurate da restauri eseguiti alla bell’e meglio.
Tutti questi fraintendimenti segnano un ritardo culturale dell’intero sistema.

Lei suggerisce che il Ministero dei Beni Culturali, per recuperare questo ritardo e attuare una politica moderna ed efficiente di tutela del patrimonio artistico, dovrebbe lavorare con il Ministero dell’Ambiente. Ci può spiegare perché?
Bisogna tener presente che le leggi di tutela sono state emanate in un Paese ancora intatto da un punto di vista socio-ambientale, controllato dal lavoro dei contadini, che riuscivano a contenere i problemi di natura idro-geologica del territorio, le frane e così via.
Questo Paese dopo la Seconda guerra mondiale è scomparso: l’abbandono degli Appennini, delle zone montuose, delle campagne è sotto gli occhi di tutti, e ciò ha comportato una contestuale cementificazione, che è andata progredendo. Questo significa che si sono venuti a creare dei problemi ambientali che prima non c’erano, e che coinvolgono e vanno a toccare non la singola opera, ma l’insieme del patrimonio artistico.
Il primo frutto maturo di questa crisi è l’alluvione di Firenze nel 1966, dimostrazione che anche in Italia si è ormai creata una questione ambientale. L’esondazione dell’Arno infatti non è una fatalità dovuta soltanto alle grandi piogge, ma anche all’abbandono da parte dei contadini dei territori a monte del fiume. E con questa inondazione non va sott’acqua solo il Crocifisso di Cimabue, ma l’intera Chiesa di Santa Croce, tutto il centro storico della città, tutte le tele, le sculture e le chiese. Questa esondazione dimostra come il problema debba essere spostato dal restauro estetico delle singole opere, alla conservazione del patrimonio artistico nella sua totalità, nel suo insieme, un insieme che è onnipresente sul territorio italiano.

L’Istituto centrale del restauro ha lottato per imporre questa concezione?
Sì, sotto la direzione di Pasquale Rotondi prima e di Giovanni Urbani poi, ha cercato di portare all’attenzione questo tema dal 1961 fino al 1983, quando Urbani ha infine gettato la spugna per il disinteresse completo del ministero, dei colleghi soprintendi e professori universitari verso qualsiasi innovazione del settore. Il discorso della conservazione del patrimonio artistico in rapporto all’ambiente non passa, si resta ancorati a un restauro concepito come rivelazione estetica e critica.
La situazione si è aggravata con l’arrivo delle mostre, che naturalmente hanno tanto più successo quanto più vengono esposte opere famose. Qual è il risultato dunque? Che queste opere vengono continuamente restaurate per essere esposte, e ciò ne compromette il valore: tutte le volte che si interviene, in particolare con le puliture, qualcosa si toglie. Per citare un caso celeberrimo, Caravaggio è diventato un pittore di chiariscuri, di tinte bianche e tinte nere, perché con i vari restauri sono state eliminate le tinte intermedie.

E nessuno si lamenta della situazione attuale?
No, è una situazione che è sotto gli occhi di tutti, ma nessuno ormai dice niente. È finita l’epoca delle grandi polemiche. Sono passate le polemiche sulla grande speculazione edilizia – si pensi al film “Le mani sulla città” di Rosi, sceneggiato da Raffaele La Capria, o al romanzo “La speculazione edilizia” di Calvino, o ancora a “Fratelli d’Italia” di Arbasino: oggi non c’è più niente di tutto questo. Dell’argomento non importa più a nessuno. E sono finite anche le grandi polemiche sui restauri – come quella di Alessandro Conti sul restauro della Cappella Sistina –, che se anche in parte sbagliate, quanto meno attestavano un interesse della società civile per queste tematiche. Oggi il restauro è un problema che interessa sempre meno persone.

Perché secondo lei?
Per varie ragioni. Innanzi tutto le cosiddette scienze umane sono in uno stato di crisi terribile.
In più nessuno fa politiche di tutela del territorio o di educazione alla tutela e alla difesa del territorio nelle scuole. Se non si insegna ai ragazzini a leggere il territorio e la sua identità storico-artistica, come si può sperare che i più giovani comincino a capire che non è giusta l’aggressione all’ambiente che si sta verificando?
E così si è arrivati alla situazione in cui ci troviamo oggi: una statistica dice che in Italia vengono consumati 8 metri quadrati al secondo per costruzioni del tutto inutili, quindi verosimilmente promosse da mafia, ‘ndrangheta e camorra, che sfregiano il paesaggio.

Come si potrebbe uscire da questa situazione?
Solo operando una completa riforma delle strutture di  tutela, non pensando più che la tutela coincida con il restauro, unendo il Ministero dei Beni Culturali con quello dell’Ambiente indissolubilmente e  mettendo il problema della conservazione del patrimonio artistico in rapporto all’ambiente come uno degli obiettivi per un diverso modello di sviluppo economico del nostro Paese. L’industrializzazione mostra la corda a ogni piè sospinto – basta pensare all’Ilva di Taranto, o al movimento no TAV in Val di Susa. Tutti questi segnali sono segnali di stanchezza della società, che vede violentare il proprio patrimonio, il proprio ambiente, il proprio territorio, e al contempo vede il lavoro migrare verso altri lidi – la Cina, l’India. Si pensi invece a quante possibilità di occupazione potrebbe creare la decementificazione del Paese, o, come l’ha chiamata più elegantemente Renzo Piano di recente, il “rammendo delle periferie”. Un’opera del genere comporterebbe di ridisegnare il rapporto tra città e territorio, di recuperare i centri storici. Si tenga presente che ci sono circa 8 mila comuni in Italia – è una delle grandi meraviglie del nostro Paese – e 6 mila hanno meno di 5 mila abitanti. Tra questi 6 mila, circa 3 mila stanno scomparendo, il che significa che stanno scomparendo i loro centri storici. È un terzo dell’Italia che sta svanendo! Ci sarebbe moltissimo lavoro da fare in questo campo! C’è solo da sperare che qualche forza politica si sieda al tavolo e cominci a ragionare seriamente su questi temi, se non è chiedere troppo per il nostro povero Paese.

7 febbraio 2014

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