Fernando Botero, “l’arte deve procurare piacere”

In occasione della presentazione dell’ultima monografia dedicata a Botero, Skira ha organizzato un incontro con l’artista colombiano che non si è sottratto alle numerose domande del pubblico
Fernando Botero, “l’arte deve procurare piacere”
Fernando Botero, “l’arte deve procurare piacere”. Incontro e intervista a Fernando Botero in occasione dell'uscita della sua ultima monografia.

MILANO – Un’arte assolutamente riconoscibile, originale e autentica. E’ quella di Fernando Botero, artista che abbiamo avuto la fortuna di intervistare nel foyer del Teatro Franco Parenti in occasione della presentazione della sua ultima monografia realizzata da Rudy Chiappini ed edita da Skira. Un libro che nasce da una forte passione per l’arte e dalla voglia di organizzare cinquant’anni di attività ripercorrendo l’evoluzione pittorica di uno dei maestri dell’arte contemporanea, dalla sua formazione fino ad oggi. Un testo che però sa anche sorprendere, mostrando un aspetto della pittura di Botero sconosciuto ai più, un mondo parallelo a quello così dolce a cui siamo abituati a pensare quando immaginiamo la sua arte. La monografia è costruita su un climax sapientemente voluto, che introduce il lettore in un mondo ironico e sorridente per trasportarlo poi, man mano, alla conoscenza di un Botero inedito ai più. Un’opera che mira a dare una visone ampia e completa dell’attività del maestro colombiano che guarda alle radici figurative, ai capolavori degli anni ’50 carichi di espressionismo drammatico, ed arriva ai giorni nostri.

IL LIBRO DI RUDY CHIAPPINI – Attraverso queste pagine capiamo che “ci sembra di aver sempre conosciuto Botero – come ha dichiarato lo storico dell’arte Stefano Zucchi – ma forse ne conosciamo una parte molto limitata. L’artista familiare, affabile, cordiale e accessibile è, in realtà, molto più ampio di quello che credevamo, è da scoprire”. E queste parole rimandano subito ad una sezione di dipinti di Botero carichi di un espressionismo drammatico di cui le sue opere più celebri sembrano essere prive. In questo testo compaiono dipinti che immortalano scene di massacri, di violenza, di torture che il maestro colombiano ha realizzato per raccontare la realtà abbracciando una sfida intellettuale: l’arte può essere anche drammatica, ma deve essere in grado di procuraci piacere, un piacere sicuramente diverso, ma non meno forte di quello che danno le opere “felici”.

L’INCONTRO CON BOTERO – L’incontro organizzato da Skira ha permesso di sciogliere dubbi, soddisfare curiosità e comprendere a pieno l’arte del maestro colombiano, che si è concesso alle numerose domande del pubblico. Dalla formazione, basata sull’arte italiana del ‘400 e sulla pittura spagnola di artisti come Goya e Velasquez,  si è passati ad approfondire aspetti più propriamente figurativi delle opere di Botero come la fissità dello sguardo dei suoi personaggi e il perché della loro natura corpulenta, giunonica. Noi siamo riusciti ad intervistarlo poco prima dell’incontro con il pubblico e gli abbiamo sottoposto alcune delle nostre curiosità.

– La sua è una pittura che potremmo definire “felice”, dai toni chiari e priva di tensione drammatica. Come e perché sono nate queste soluzioni stilistiche?
In generale è vero: il mio lavoro presenta un lato positivo e ottimistico della vita allo stesso tempo, ma non sempre la mia pittura è felice. Ho realizzato diversi quadri che riflettono il dramma della vita; ho fatto, ad esempio, più di cento opere sulla violenza in Colombia e tante opere sulle torture della prigione di Abu Ghraib in Iraq. Le dico questo per ricordare che ho fatto anche molte composizioni drammatiche, sebbene in linea di massima sicuramente le mie opere si basano su un’idea positiva e felice dell’esistenza.

– Quanto ha influito l’arte italiana nella sua pittura e nella sua formazione?
È stata definitiva l’influenza dell’arte italiana, soprattutto di quella del Quattrocento. Sono venuto in Italia molto giovane a studiare e mi ha colpito molto l’esaltazione del volume nella pittura di Giotto, Masaccio, Michelangelo e in tutti i grandi artisti italiani. L’invenzione di creare un’illusione di spazio e di volume su una superficie piatta è stata rivoluzionaria e meravigliosa. Ho iniziato in Colombia a realizzare intuitivamente questi volumi, ma quando sono venuto in Italia e ho visto la grandezza di quest’arte sono stato sedotto completamente ho iniziato a camminare su questa strada. Era qualcosa che mi interessava, che mi piaceva, da cui mi sentivo attratto e lentamente ho dato vita a uno stile che è diventato molto personale.

– Lei ha dichiarato che l’arte pittorica può essere allo stesso tempo angosciante e una gioia. Quanto c’è del suo stato d’animo nelle sue tele?
Credo che l’arte debba dare piacere. Non sono una persona che ha dei pensieri negativi, sono piuttosto ottimista e le opere drammatiche che ho dipinto qualche volta le ho fatte perchè c’era un piacere intellettuale nel farlo. Io personalmente non sono una persona che guarda all’aspetto drammatico della vita o alla tristezza e, come le ho detto, credo che l’arte debba dare piacere, anche nel drammatico. La Crocifissione di Matthias Grünewald, ad esempio, mi procura un piacere enorme pur essendo totalmente drammatica. Si può vivere il piacere dentro il dramma grazie alla bellezza dell’arte.

 

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