Il Cristo morto di Mantegna, un’opera d’arte dal fascino immortale

4 Aprile 2026

Scopri l'eccezionalità del Cristo morto di Mantegna, celebre per il vertiginoso scorcio prospettico della figura del Cristo disteso

Il Cristo morto di Mantegna, un'opera d'arte dal fascino immortale

Esistono opere capaci di fermare il tempo e di costringere l’osservatore a un confronto diretto, quasi brutale, con la realtà. Il Cristo morto (noto anche come Lamento sul Cristo morto) di Andrea Mantegna — pittore, incisore e miniaturista cittadino della Repubblica di Venezia — è senza dubbio una di queste. Custodito nella Pinacoteca di Brera a Milano e databile tra il 1470 e il 1483 ca., non è solo un dipinto religioso: è un esperimento visivo, un trattato di anatomia e un’esperienza emotiva che continua a sconcertare a distanza di secoli.

Il Cristo morto di Andrea Mantegna

Ancora oggi, contemplando il Cristo morto di Andrea Mantegna non possiamo che rimanerne catturati. A spiegarci cosa si nasconde dietro questa fascinazione è l’esperto nonché noto critico d’arte Luca Nannipieri, autore dei libri “Raffaello” e “Capolavori rubati” pubblicati da Skira.

Un’invenzione prospettica senza precedenti

Il primo elemento che colpisce chiunque si trovi davanti a questa tela di piccole dimensioni (68×81 cm) è il vertiginoso scorcio prospettico. Mantegna sceglie di ritrarre il corpo di Cristo visto quasi interamente dai piedi: una scelta rivoluzionaria in cui il Redentore sembra uscire dalla cornice per entrare nello spazio dello spettatore.

Tuttavia, l’occhio esperto nota un “inganno” geniale. Se Mantegna avesse seguito alla lettera le leggi della prospettiva geometrica, i piedi in primo piano avrebbero coperto il resto del busto. Il maestro operò invece una correzione ottica consapevole: ridusse le dimensioni delle gambe per permettere alla vista di risalire lungo il corpo fino al volto, mantenendo un’armonia che non sacrifica la potenza del messaggio.

La cruda umanità del corpo divino

Il dipinto è un inno al realismo. La pelle ha il colore cereo della morte e il corpo “pesante” subisce la forza di gravità sulla fredda lastra di marmo. Proprio questa estrema umanità rende l’opera così spirituale: Mantegna non dipinge il Dio trionfante, ma l’Uomo che ha sofferto, portando il divino a una dimensione tangibile.

Accanto a lui, compressi in un angolo a sinistra, troviamo i dolenti: Maria, che si asciuga le lacrime con un fazzoletto, San Giovanni che piange a mani giunte e il profilo di una terza figura. I loro volti sono solcati da rughe profonde, deformati dal dolore, rendendo la scena un dramma claustrofobico. Le donne sono tagliate dalla scena per accentuare il carico di disperazione: rimangono solo il volto della Madonna e un’altra bocca spalancata accanto, a cui il pittore elimina addirittura gli occhi.

Misteri e simbologie: l’opera privata

Ciò che rende questo dipinto davvero magnetico è la storia intima che nasconde: si ritiene infatti che Mantegna non lo abbia realizzato su commissione, ma per sé stesso, forse come compagno visivo per la propria cappella funeraria. Questa ipotesi spiegherebbe la scelta, all’epoca insolita, di dipingere su tela anziché su tavola e il fatto che l’opera sia rimasta nel suo studio fino alla morte, avvenuta nel 1506, quando fu rinvenuta dai figli e registrata come un “Cristo scurto”.

In questo memento mori personale, ogni dettaglio è intriso di un simbolismo profondo che la narrazione pittorica svela gradualmente: la pietra dell’unzione, con le sue venature rosse, sembra trasudare il sangue versato dal Redentore, mentre il sudario che lo avvolge presenta pieghe così rigide e precise da apparire quasi scolpite nel metallo. Nell’angolo in alto, un piccolo vasetto di unguenti ci suggerisce che il corpo è stato appena preparato per la sepoltura, un istante cristallizzato da una luce che proviene da destra. È proprio questa luce a tagliare la scena in modo drammatico, scavando volumi e ombre profonde che trasformano il corpo inerte in un monumento eterno al dolore e alla fragilità umana.

Perché quest’opera ci parla ancora oggi?

No, non aveva ragione Jorge Luis Borges quando diceva che “la morte è un’usanza che tutti dobbiamo rispettare”. Quando chi ami non ti risponde più ed è lì davanti a te, immobile, la morte non è un’usanza: è cieca disperazione.

Questo dipinge Mantegna: il momento in cui, per troppo amore, non vedi più amore. Quante volte abbiamo pianto come la Vergine Maria in questa cella d’obitorio! Eppure, l’opera ci insegna una cosa fondamentale: se togliessimo quei tre volti che piangono sulla sinistra, rimarrebbe solo un corpo muto e una solitudine estrema.

Invece Mantegna ribadisce che, per fortuna, nella nostra vita non moriamo soli. Neanche colui che è morto su una croce è trapassato in solitudine: accanto aveva chi lo ha pianto, cioè chi lo ha ringraziato di essere stato in vita. Qui sta la salvezza del nostro esistere: la morte non è mai un atto solitario.

Visitarlo a Brera significa intraprendere un viaggio nel cuore pulsante dell’umanità e osservare la tragica forza della vita, anche se pare ne raffiguri la fine.

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