anniversari artistici

Artemisia Gentileschi, quando la pittura si fa donna

Con le sue opere e con il suo impegno è diventata un simbolo del femminismo internazionale
Autoritratto Artemisia Gentileschi

MILANO – Ricordiamo oggi una delle figure più emblematiche dell’arte classica, Artemisia Gentileschi, che con le sue opere (ritratti soprattutto) e con il suo impegno, è diventata un simbolo del femminismo internazionale, con numerose associazioni e circoli ad essa intitolate, oltre che fonte d’ispirazione imperitura per qualsiasi donna voglia accostarsi alla pittura. Oggi il mondo della letteratura ricorda invece lo scrittore Jean De La Fontaine.
GLI ESORDI – Nata a Roma l’8 luglio 1593, cominciò a dipingere da giovanissima, dimostrando molto più talento dei fratelli, nonostante a quel tempo la pittura non fosse esattamente un “mestiere da donne”. A esse veniva infatti negato l’accesso alla sfera del lavoro e la possibilità di crearsi un proprio ruolo sociale, poiché una donna non poteva realizzarsi puramente come lavoratrice. D’altronde anche l’ambiente che le stava attorno era artisticamente molto fertile, dal Caravaggio che a quel tempo frequentava la bottega del padre Orazio mentre lavorava nella Basilica di Santa Maria del Popolo e nella Chiesa di San Luigi dei Francesi, Guido Reni e Domenichino che gestivano il cantiere a S.Gregorio Magno, e i Carracci che stavano terminando gli affreschi della Galleria Farnese.
LO STUPRO – Negli anni Settanta la sua popolarità raggiunse il vertice soprattutto per via della vicenda che la vide accusare il suo violentatore, il pittore Agostino Tassi (al punto da sottoporsi allo schiacciamento dei pollici per confermare l’attendibilità delle sue accuse, cosa che per lei, pittrice, non dovette essere solo un dolore fisico). Artemisia è divenuta così il simbolo del femminismo e del desiderio di ribellarsi al potere maschile: tuttavia questo fatto le fece un grande torto: l’avere spostato l’attenzione (ed averle attribuito un particolare successo) sulla vicenda dello stupro, mettendo in ombra i suoi meriti professionali, ormai ampiamente riconosciuti dalla critica, a partire da Roberto Longhi e dal suo pionieristico articolo del 1916 “Gentileschi padre e figlia.”
VIAGGIO IN ITALIA – Dopo la vicenda dello stupro, che suggellò in pittura con “Susanna e i vecchioni” del 1610 e “Giuditta che decapita Oloferne” del 1612-13 conservato al Museo di Capodimonte a Napoli, Artemisia si sposò e si trasferì a Firenze, dove fu ammessa all’Accademia delle Arti del Disegno, prima donna a godere di tale privilegio. Qui a Firenze entrò in contatto con importanti personaggi dell’epoca, primo fra tutti Galileo Galilei e il figlio di Michelangelo, che le commissionò alcuni dipinti. Ma la vita fiorentina era dispendiosa e perciò, soffocata dai debiti, Artemisia si trasferì nuovamente a Roma, ma pare non riscosse molto successo, per cui si spostò certamente a Venezia tra il 1621 e il 1630 in cerca di nuove e migliori commissioni. Infine, tornata da Venezia, nel 1630 giunse a Napoli, dove vi rimase per tutta la vita, a parte una breve parentesi inglese, alla corte di Carlo I, fanatico collezionista. Sono del periodo napoletano le tre tele che per la prima volta Artemisia si trovò a dipingere per una chiesa, la cattedrale di Pozzuoli: “San Gennaro nell’anfiteatro di Pozzuoli”, “l’Adorazione dei Magi” e “Santi Procolo e Nicea”. Morì poco dopo nel 1653.

 

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