Chi non ha mai avuto la curiosità di approfondire il mondo dei tarocchi? Ecco una mostra dedicata a queste carte ricche di fascino e di mistero. A Bergamo, presso la Accademia Carrara, c’è l’occasione di approfondire l’argomento grazie all’esposizione “Tarocchi. Le origini, le carte, la fortuna”, aperta fino al 2 giugno 2026. La mostra è un percorso culturale e storico che attraversa sette secoli di storia delle carte dei tarocchi: dalla loro nascita nel primo Quattrocento come gioco per le corti nobiliari fino alle interpretazioni artistiche e simboliche più moderne.
Tra arte e divinazione: i mazzi di carte più famosi
Un momento molto atteso dell’esposizione è la riunione completa delle 74 carte del celebre Mazzo Colleoni, opere realizzate da Bonifacio Bembo e Antonio Cicognara nel 1455 circa, che dopo oltre un secolo tornano ad essere esposte insieme grazie al prestito della Morgan Library & Museum di New York e di una collezione privata bergamasca. All’interno della mostra si può approfondire non solo l’evoluzione artistica e culturale dei tarocchi come oggetti di lusso e di svago, ma anche il loro passaggio, grazie alla stampa e ai secoli successivi, verso strumenti popolari e simbolici connessi alla divinazione.
L’esposizione è arricchita da prestiti internazionali e da opere di artisti del Novecento che hanno reinterpretato il linguaggio simbolico dei tarocchi in chiave moderna, integrando arte antica e contemporanea. La mostra ripercorre secoli di storia e, partendo dalle origini nelle corti della prima età moderna, arriva fino al Novecento.
Nel XX Secolo sono stati numerosi gli artisti e le personalità del mondo della cultura a farsi coinvolgere e affascinare dai tarocchi. Per esempio, nel 1955 Leonora Carrington (Clayton Green, 1917 – Città del Messico, 2011) – che proprio in questi mesi viene celebrata a Milano con una mostra a Palazzo Reale – disegnò il proprio mazzo con i 22 Trionfi che utilizzò per anni per praticare la cartomanzia. Anche Niki de Saint-Phalle (Hauts-de-Seine, 1930 – San Diego, 2002) rimase affascinata da queste carte, tanto da renderle protagoniste del suo Giardino dei Tarocchi nei pressi di Capalbio, in Toscana.
L’affascinante origine dei tarocchi
L’origine dei tarocchi è ancora oggi oggetto di dibattito: alcuni studiosi in passato li hanno collegati all’antico Egitto o alla Cina, ma l’ipotesi più accreditata li colloca nelle corti italiane tra Trecento e Quattrocento, dove nacquero come carte da gioco destinate all’aristocrazia. Le più antiche testimonianze li collocano nelle corti di Milano, Ferrara e nelle città di Firenze e Bologna La loro particolarità consiste nell’aggiunta, alle comuni carte numeriche, dei cosiddetti Trionfi, chiamati allo stesso modo del poema allegorico di Francesco Petrarca, oggi noti come Arcani maggiori.
Sono proprio queste figure – come l’Imperatore, la Ruota della Fortuna, la Stella o la Giustizia – a rappresentare nell’immaginario collettivo l’essenza dei tarocchi, grazie alla loro forte carica simbolica. Anche l’etimologia del termine è incerta, ma la parola “tarocco” compare per la prima volta nel 1505, quasi contemporaneamente in Francia e in Italia. In origine, tutte le carte erano utilizzate esclusivamente per il gioco; solo nel XVIII secolo, soprattutto in Francia, i tarocchi iniziarono a essere associati all’occultismo e alla cartomanzia, assumendo quel valore esoterico e divinato.
L’origine storicamente documentabile risale alle corti dell’Italia rinascimentale dove nacquero come carte da gioco corredate da un raffinato apparato figurativo. Le immagini degli arcani mettevano in scena una vera drammaturgia dell’esperienza umana dalla nascita attraverso vari cicli di trasformazione fino alla morte. Ma è nell’ Ottocento romantico dell’Europa che diventano depositari di una sapienza perduta e, sottratti al gioco, si collocano nello spazio dell’interpretazione. Funzionano per analogia, per configurazioni di senso ed è per questo che affascinarono gli scrittori: da William Butler Yeats a Thomas Stearns Eliot fino a Italo Calvino che nel libro “Il castello dei destini incrociati” li trasforma in un linguaggio muto che genera racconti.
