La funzione del coro nella tragedia

La poetessa Francesca Rita Rombolà analizza il ruolo del coro e come la sua funzione vari nei singoli autori e nelle singole opere
La funzione del coro nella tragedia

MILANO – Dal greco choròs, canto accompagnato dalla danza, il coro, nella tragedia attica, designa:

  1. L’ insieme delle persone che danzano e cantano, e che spesso danno il titolo alla tragedia;
  2. Il luogo fisico del teatro in cui vengono eseguite la danza e il canto;
  3. Il testo del canto e la musica, entrambi composti dal poeta tragico.

Alla voce del coro il tragediografo (colui che scrive o compone la tragedia) affidava la parodo, pàrodos, canto d’ingresso del coro sulla scena teatrale, generalmente composto in metri anapestici che, con il loro ritmo, assecondavano il movimento di marcia,e l’esodo, éxodos, uscita, canto del coro intonato al termine del dramma mentre i personaggi uscivano di scena. Ma soprattutto erano affidati al coro gli stasimi, i canti solenni corali composti con grande varietà di metri e di ritmi secondo il modello della triade stesicorea, nella metrica classica periodo metrico ampio e solenne fissato nella sua struttura da Stesicoro, ripreso poi da Pindaro e da Bacchilide fino a raggiungere la sua espressione più compiuta nelle tragedie di Eschilo, Sofocle e Euripide.

La funzione del coro varia nei singoli autori e nelle singole opere. Eschilo affida ad esso le sue riflessioni morali e talvolta gli conferisce l’importanza di un vero e proprio personaggio della tragedia facendolo partecipare all’azione(ad esempio, nelle “Supplici” e nelle “Eumenidi”). In Sofocle, invece, il coro accompagna l’azione con i suoi commenti nei quali si riflette spesso la mentalità e la cultura dello spettatore medio. In Euripide, specialmente nelle tragedie più tarde, il coro comincia a perdere importanza, e la sua funzione diviene prevalentemente lirica.

In epoca moderna fu Alessandro Manzoni, esponente importante della letteratura italiana, a reintrodurre il coro nella tragedia dopo un plurisecolare abbandono(ne “Il conte di Carmagnola” e ne “l’Adelchi”)forse con la finalità, piuttosto chiara, di riservare a sè un “cantuccio lirico” in cui potesse sviluppare, in chiave civile o religiosa, la sua lettura personale dell’ azione drammatica.

Spesso è la “voce interiore del poeta” che si riflette nel coro. Il suo punto di vista, le sue idee, i suoi ideali trovano nel coro il modo più intenso e coinvolgente di manifestarsi e di dare corpo alla sua ispirazione artistica più sentita e più partecipata. Talvolta nel coro, il poeta, proietta anche il suo “doppio immaginifico” nel senso che convoglia in esso tutto il suo fremere, il suo pulsare, il suo sentire, il suo percepire. Nel coro il poeta ha concluso e racchiuso il suo messaggio più vero, più intenso spesso rivoluzionario e quasi veggente nei riguardi di un futuro ancora lontano e incerto e di un presente che non comprende mai il proprio momento storico e ciò che comporta la sua evidenza fulminea velata o palese. Nel coro delle sue tragedie il poeta trasmette ai posteri e dona alla loro ansia intellettuale il senso profondo e oscuro dell’arte quando cerca di alleviare la tensione che scaturisce dall’essenza dell’uomo e dall’anelito innato dell’umanità tutta verso la libertà, la quale ha sempre un qualcosa di sovrumano e di meravigliosamente eterno che la contraddistingue, elevandola e affrancandola da ogni banale contingenza.

Francesca Rita Rombolà

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