Oggi 17 luglio 2026 è venerdì 17 e, per i più superstiziosi, l’istinto immediato è quello di procedere con estrema cautela. C’è chi evita di prendere decisioni importanti, chi rimanda viaggi di lavoro, chi si aggrappa a cornetti rossi e amuleti e chi, semplicemente, preferirebbe non dover nemmeno scendere dal letto.
Ma da dove nasce questa profonda avversione per il venerdì 17? Mentre nei paesi anglosassoni il giorno temuto per eccellenza è il venerdì 13, in Italia e in diverse altre aree di cultura mediterranea e greco-latina è il 17 a incarnare la sfortuna assoluta. Per comprendere l’origine di questo timore millenario, dobbiamo fare un viaggio a ritroso nel tempo, esplorando la matematica antica, la storia romana, la religione e la linguistica.
Il venerdì 17 e la “paura folle”: l’eptacaidecafobia
La paura irrazionale del numero 17 ha un nome scientifico altisonante: eptacaidecafobia. Questo termine deriva dal greco heptakaideka (diciassette) e phobos (paura). Quando questa fobia si unisce al quinto giorno della settimana, si crea una vera e propria tempesta perfetta di sventura.
Il venerdì, infatti, porta con sé un forte carico di negatività legato alla tradizione cristiana: è il giorno della settimana in cui, secondo i Vangeli, è avvenuta la crocifissione e la morte di Gesù (il Venerdì Santo). Unire il venerdì a un numero già considerato nefasto come il 17 non poteva che generare la ricorrenza più temuta dell’anno.
L’odio dei Pitagorici per il numero 17
Le prime radici dell’avversione per il 17 si trovano nell’Antica Grecia. Per Pitagora e i suoi seguaci, l’universo era governato dall’armonia dei numeri. In questa visione cosmica, il 16 e il 18 erano considerati numeri perfetti e “puri”, poiché rappresentavano rispettivamente i quadrilateri 4×4 e 3×6.
Il 17, trovandosi esattamente nel mezzo, veniva visto come un fattore di disturbo, un numero primo “imperfetto” che spezzava violentemente l’armonia geometrica dei suoi vicini. Per questo motivo, i pitagorici lo disprezzavano e lo consideravano portatore di caos e sventura.
Al contrario, è curioso notare come nella Cabbala ebraica il 17 sia in realtà un numero positivo: esso rappresenta la somma delle lettere ebraiche che compongono la parola tov (bene).
L’anagramma latino: “VIXI”
Uno dei motivi più celebri e suggestivi legati alla sfortuna del 17 risale all’Antica Roma. In numeri romani, il diciassette si scrive XVII.
Nel Medioevo, un’epoca caratterizzata da un altissimo tasso di analfabetismo, la popolazione tendeva a confondere facilmente le lettere. L’anagramma di XVII è VIXI, una parola latina che significa letteralmente “ho vissuto” (e dunque, per estensione, “la mia vita è finita”, “sono morto”). Questa dicitura veniva comunemente incisa sulle lapidi e sulle tombe romane. Per associazione visiva e linguistica, il numero XVII divenne presto sinonimo di morte e di cattivo auspicio.
La disfatta di Teutoburgo e le legioni perdute
La storia militare di Roma ha ulteriormente consolidato la fama nera di questo numero. Nell’anno 9 d.C., tre intere legioni romane vennero letteralmente annientate dalle tribù germaniche guidate da Arminio nella celebre e sanguinosa Battaglia della foresta di Teutoburgo.
Le legioni distrutte erano la XVIII, la XIX e, soprattutto, la Legio XVII (la diciassettesima). Il trauma per l’Impero fu talmente profondo che il Senato romano decise di non ricostituire mai più queste legioni, cancellando per sempre i loro numeri dagli archivi militari. Da quel momento, il 17 divenne sinonimo di rovina e catastrofe nazionale.
Il Diluvio Universale e la Bibbia
Anche i testi sacri della tradizione giudaico-cristiana hanno contribuito a demonizzare questa data. Nell’Antico Testamento (Genesi 7, 11), viene narrato che il cataclismatico Diluvio Universale ebbe inizio proprio «nel secondo mese, il diciassettesimo giorno del mese». Inoltre, secondo alcune interpretazioni storiche e teologiche della Passione, il venerdì in cui morì Gesù Cristo sarebbe stato proprio il giorno 17.
Il 17 nella smorfia napoletana e nel mondo
Se ci spostiamo nella tradizione popolare italiana, in particolare a Napoli, la Smorfia associa tradizionalmente al numero 17 la “disgrazia” (la sfortuna).
Tuttavia, il mondo è bello perché è vario e i timori cambiano a seconda dei confini geografici. Nei paesi di cultura anglosassone, il giorno nefasto è il venerdì 13. Questa credenza deriva sia dal fatto che Giuda fosse il tredicesimo invitato all’Ultima Cena, sia dalla mitologia norrena, dove il tredicesimo semidio è il malvagio Loki. Inoltre, un venerdì 13 (del mese di ottobre del 1307) il re di Francia Filippo il Bello ordinò l’arresto di massa dei Cavalieri Templari, segnandone la fine.
In Spagna, Grecia e America Latina il giorno temuto è il martedì 13. Il martedì è associato a Marte, il dio della guerra e della distruzione, rendendo questo giorno particolarmente sconsigliato per sposarsi, viaggiare o avviare nuove attività.
Le superstizioni dei grandi scrittori
Se la gente comune evita di viaggiare o di firmare contratti di venerdì 17, il mondo della letteratura non è certo immune al fascino discreto (e inquietante) della superstizione. Molti dei più grandi autori della storia hanno coltivato piccoli rituali maniacali e vere e proprie fobie legate a numeri e sfortuna:
Stephen King e la fobia del 13
Il re del brivido soffre di una severa forma di triskaidekaphobia (la paura del numero 13). Ha dichiarato più volte di non smettere mai di leggere su pagine che siano la 13 o un suo multiplo, e di compiere gli ultimi scalini di corsa per evitare di fare un numero dispari di passi.
Gabriel García Márquez e i fiori gialli
Il premio Nobel colombiano era estremamente superstizioso. Non iniziava mai a scrivere se sul suo tavolo di lavoro non c’era un fiore giallo (spesso una rosa), considerato il suo personale amuleto contro la sventura. Al contrario, bandiva rigorosamente i fiori artificiali e le lumache, associati alla sfortuna.
Isabel Allende e la data sacra
Per l’autrice cilena, l’8 gennaio è una data intoccabile. Ogni suo nuovo romanzo deve rigorosamente iniziare in quel giorno specifico, un rituale nato dopo il successo clamoroso de La casa degli spiriti, iniziato proprio l’8 gennaio del 1981.
Charles Dickens e la bussola
Il celebre scrittore vittoriano non riusciva a scrivere (né a dormire) se il suo letto e la sua scrivania non erano orientati perfettamente verso Nord. Viaggiava sempre con una bussola per essere certo che i flussi magnetici della Terra favorissero la sua creatività ed evitassero influssi negativi.
Che si tratti di un retaggio storico, di una suggestione linguistica o di pura coincidenza astronomica, il venerdì 17 continua a esercitare un fascino misterioso sulla nostra cultura. C’è chi ci ride su e chi preferisce non rischiare: in fondo, come diceva il grande Eduardo De Filippo, “essere superstiziosi è da ignoranti, ma non esserlo porta male”.
A proposito di Venerdì 17, scopri tutti gli aforismi sulla superstizione

Condividi questo articolo