Lettera d'amore di Carducci

La lettera d’amore di Giosuè Carducci a Lidia

Bellissima lettera d'amore, piena di passione e sensibilità scritta da Giosuè Carducci all'amante Carolina Cristofori Piva
Giosuè Carducci, le poesie più belle

Bellissima e tenera lettera d’amore di Giosuè Carducci inviata a Lidia. Carducci, già sposato con Elvira Menicuzzi, si innamora nel 1872 di Carolina Cristofori Piva, a sua volta sposata con un ufficiale. Deluso dalla donna, Carducci la abbandonerà poi definitivamente per tornare alla moglie che nonostante il tradimento lo aveva aspettato. A lei sarà poi fedele per il resto della vita considerandola il suo unico vero amore. Vediamo in ogni caso la lettera che il Nobel per la Letteratura scrisse a Lidia tratta da Antologia Amorosa.

 

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“Mio amore,

Che vuoi ch’io ti dica? Le tue lettere mi commuovono, m’inteneriscono, mi ricordano tante e tante dolci cose, e tanto amore lacrimato, gioito, fatto con tanta verità, che io ho vergogna e dispetto di trattarti alle volte cosí male, e ne voglio male a me stesso. Ma d’altra parte grandi ombre nere sorgono e s’interpongono fra l’amor mio e la verità. Tu hai troppi segreti, troppi intrighi, troppi sottintesi. Ma lasciamo di ciò. Lasciamo: tanto… Se bene sarebbe meglio parlarne. Oh, se tu fossi piú intera, piú schietta, piú una! Se tu volessi e potessi sacrificare un po’ della tua civetteria, della tua leggerezza crudele, della tua fantasia egoistica per cui intendi a piacere soltanto, a chiunque siasi, in qualunque modo; se tu potessi o volessi sacrificare queste tendenze della tua natura ferocemente feminea all’amor vero, alla vera passione, che tu non conosci altro che a momenti; le cose andrebbero meglio. Ma… ma bisogna rassegnarsi, finché potremo rassegnarci.

Vedi: in questi ultimi giorni, io mi sono accorto di tre o quattro cose passabilmente oscure o misteriose o incerte o involute. E tu hai la superba e candida pretesa, che un uomo come me, il quale ebbe dalla natura il triste privilegio di una perspicacia sicura a diffidare e conoscere il male; tu hai, dico, la superba e candida pretesa che io mi stia a’ tuoi piedi tutto credulo e contento alle parole che dici. Tu credi che le parole, quando escono dalla bocca tua e perché escono dalla bocca tua debbano sonar per me verità. Ah, dolce amica! Io sono uno strano uomo: il cuor mio arde e ama sempre; il mio cervello è gelido e diffida e ride sempre. Come accozzare i due contrari? Tanto piú che la mia ragione è fieramente ammaestrata e maestra nella scherma nel dare e riparare i colpi dell’odio, del dubbio, della diffidenza, del disprezzo? Meglio sarebbe, amor mio, abbracciarci e carezzarci, quando possiamo; e poi, del resto, non vederci; non parlarci, non discuter mai, l’un con l’altro. Io e tu non possiamo stare insieme due giorni senza contendere; non possiamo scriverci due lettere, che una punta d’ironia, o di diffidenza, o d’odio, o d’insulto non ci traspaia. Ah, no! non c’intendiamo. Guardino gli iddii che fossimo marito e moglie, come tu ne’ tuoi slanci lirici vorresti. Finirebbe alla corte di assise. Basta, amor mio, quel troppo che mi hai fatto soffrire come amante. Con ciò, non disconosco quel molto di bello e di buono e di tenero e di sublime che è in te. Ma in te anche predomina la fantasia sul cuore e la ragione. Tu veramente non hai cuore. Tu ami solamente con l’imaginazione. Quindi ogni tuo difetto. E bada che l’imaginazione sola nell’amore o nel desiderio di piacere conduce alla corruzione, alla depravazione, all’abominio. Tu di queste cose sostieni di non capir nulla, ma ne sai, viceversa, piú di me. Credi, amica mia, che, dopo quattro anni, le frasi non mi convincono piú; amerei i fatti.

I fatti? i fatti? tu dici. Ma che non ho fatto per te?  Rimproveri e rimpianti inutili. Tu non vuoi metter giudizio: tu sei e sarai sempre cosí: l’intrigo, la falsità, e la gran vernice ideale e sentimentale e superba, è il tuo destino. Povera donna! sciagurata e deplorabile donna! Non si può barare col destino e con gli iddii. Tu sei cosí. Tu sei la falsità ideale, la menzogna sentimentale, l’equivoco romantico, la viltà eroica, la cabala, l’imbroglio armonizzato in un’arietta classica. Addio, mia cara. Ti sentiresti proprio di rispondere con fatti a certe opposizioni che potrei moverti? con fatti, bada, non con parole. Di queste ne ho avute tante da quattro anni, e tutte sono state contraddette, invalidate, provate false da altre parole; che io per me rinunzio ad averne di nuove.

Ti saluto e ti abbraccio, perché ti amo. E darei non so che, perché si potesse mutare in te la natura e tu potessi risolverti a essere schietta, vera, una. Tu non sai, e non puoi concepire, quanto l’uomo cresce a essere schietto e vero, anche contro di sé; e come è debole, vile, spregevole la creatura falsa, riconosciuta falsa, e che si ostina a esser falsa.”

 

 

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