La lettera di Louis Stevenson all’amica Frances Sitwell

Sette e mille giorni ancora - racconto di Pia Elena Caprioli

MILANO – Questa lettera è un estratto del libro dell’autore “Non sono un miscredente. Lettere 1868 – 1894“. Lo scrittore, in questa lettera all’amica Fanny Sitwell, confessa tutti i pensieri che lo tormentano come se parlasse a una sorella. Ne emerge un auto – ritratto che ci aiuta a conoscere meglio il celebre autore de “L’isola del Tesoro” e  “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde“. In generale, le lettere-diario di Stevenson rivelano un aspetto sconosciuto della personalità dello scrittore: la sua profonda ricerca interiore di una fede.

Ancor prima di ricevere questa lettera, avrai preso atto che sono capace di prevenire i tuoi consigli dicendo a mia madre che ho sentimenti anch’io. Ma non è stato facile né piacevole. Ci sono sentimenti che è un insulto dover spiegare. Poiché sono un tipo elastico – un indubbio vantaggio in questo maledettissimo mondo – è naturale, suppongo, che i miei siano convinti che non m’importi nulla delle loro sofferenze; ma Dio sa che non è così.
Avere a che fare con qualcuno che entra subito in sintonia con quello che dici, e non dici, è talmente diverso, mia cara, che forse stenterai a capire – per la verità stento io stesso a capirlo – fino a che punto sono diventato timido e riservato con loro. Ho un carattere addirittura troppo libero e aperto con gli altri; ma, non so perché, mi paralizzo se temo di essere frainteso o si dubita di me. Vedi, i miei ritengono che l’offesa sia stata intenzionale sin dall’origine, e quindi ogni attestazione di rincrescimento è come fumo negli occhi per loro. Mi credono spensierato come sempre e non si accorgono della differenza. Siccome per loro sono sempre lo stesso superficiale senza cuore, mi tocca lasciar perdere. Non se ne esce, non c’è possibilità di intendersi; non vedo uno spiraglio di luce davanti a noi, finché le cose andranno avanti così – soltanto un continuare ad arrancare, come impantanati nella pioggia e nel fango, oscillando fra dissimulazione riuscita e terribili scoperte, seguite da amara disperazione da una parte e amara sofferenza dall’altra. No, mia cara amica, sono perfettamente calmo e critico in questo momento: non intravedo se non questa cupa alternativa, che sarebbe – nel migliore dei casi – una prospettiva assai incresciosa.
Ho la sensazione di parlarti da vicino adesso, in quella vena un po’ saccente da pedagogo che mi prende la mano qualche volta, ed è come se tutte le centinaia di miglia che ci separano si dileguassero. Ciò che tu, e anche Colvin, mi avete detto stamattina, mi ha disposto in modo più favorevole verso questa indecorosa battaglia, favorevole come non avrei mai immaginato in altri tempi. Conto molto sulla tua comprensione, e ricorda sempre che devi la tua vita a molti di noi – è un po’ meno tua, adesso, di quanto non lo fosse lo scorso luglio, non è così? C’è qualcun altro che dipende moltissimo da te. Mi hai sollevato dal limo fangoso e mi hai messo sulle labbra un cantico nuovo, di una tale bellezza che non sarei altro che un orfanello se privato della costante benevolenza della mia divinità. Si deve ringraziare Dio se c’è qualcuno, come te, che porta una luce di conforto sulle nostre vite opache, dispensando all’uno e all’altro un’incalcolabile solidarietà; elargendola – come il sole – senza limiti né timori.
Devo essere particolarmente forte se resisto a queste vessazioni e continuo a stare bene. L’altro giorno mi hanno pesato, e il peso complessivo della mia corpulenta persona non superava i 50 chili! Non è sorprendente che con tali raffiche di vento riesca a tenere accesa la fiamma in una lanterna così fragile? Ed è ancora lì, che brucia allegramente

Robert Louis Stevenson 

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