La lettera di Franz Kafka al padre

MILANO – Nella “Lettera al padre, Kafka riflette sui sentimenti ambivalenti di odio e amore che nutre nei confronti della figura di suo padre Hermann (1852-1931), esponente della buona borghesia ebraica di Praga. Il testo si apre su un punto assai significativo, ovvero su una domanda che Hermann ha rivolto a Franz: il padre di Kafka ha chiesto al figlio come mai provi paura nei suoi confronti. Kafka, proprio per rispondere alla domanda del genitore, stende una lunga missiva di circa 45 pagine manoscritte in cui approfondisce, senza i timori e le remore del confronto diretto con il padre, tutti i turbamenti, le ansie e le angosce della sua infanzia e della sua adolescenza. Ecco alcuni estratti della lettera tratta da Parados.it

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Ecco l’inizio della lettera in cui emerge subito il rapporto particolare tra lo scrittore e suo padre:

“Caro papà, recentemente ti è capitato di chiedermi perché affermo che avrei paura di te. Come al solito non ho saputo risponderti, in parte appunto per la paura che mi incuti, in parte perché motivare questa paura richiederebbe troppi particolari, più di quanti riuscirei a riunire in qualche modo in un discorso”. Così inizia una lunghissima lettera di oltre sessanta pagine che nel 1919 Franz Kafka scrive al padre, senza poi trovare il coraggio di consegnarla al destinatario. La lettera ripercorre la storia di un rapporto assolutamente squilibrato tra un padre troppo forte ed un figlio troppo debole.”

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.In questo estratto Kafka racconta i pochi momenti felici vissuti con il padre:

“Ad esempio quando, nelle estati più calde, subito dopo pranzo ti vedevo addormentarti in negozio, col gomito sullo scrittoio; o quando la Domenica, affaticato, venivi a goderti con noi la frescura estiva; […] o quando durante la mia ultima malattia ti sei avvicinato pian piano a me, nella camera di Ottla, sei rimasto sulla soglia allungando soltanto il collo per vedermi nel letto, e per riguardo ti sei limitato a salutarmi con la mano. In tali occasioni ci si coricava e si piangeva per la felicità, e si piange anche ora che si scrive. Hai anche un modo particolarmente bello, e molto raro a vedersi, di sorridere: placido, contento e promettente, che può rendere felice colui al quale è diretto. Non ricordo che nella mia infanzia mi sia stato espressamente rivolto, ma potrebbe benissimo essere accaduto, infatti perché mai avresti dovuto negarmelo allora, quando ti sembravo ancora innocente ed ero la tua grande speranza? Inoltre anche queste impressioni gradevoli alla lunga non hanno avuto nessun altro effetto se non quello di accrescere il mio senso di colpa e rendermi il mondo ancora più incomprensibile.”

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