La lettera d’amore di Vittorio Alfieri a Penelope Pitt Ligonier

MILANO – Vittorio Alfieri raggiunse Londra nel 1771, dove conobbe Penelope Pitt, moglie del visconte Edward Ligonier e fin da subito instaurò una passionale relazione amorosa. Il visconte, scoperta la tresca, sfidò a duello l’Alfieri. Lo scandalo che seguì e il processo per adulterio pregiudicarono una possibile carriera diplomatica dell’Alfieri, che in seguito a questi fatti fu costretto a lasciare la donna. Ecco la lettera, tratta da Antologia Amorosa, che contiene i forti sentimenti provati dall’autore nei confronti della di Penelope.

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“Maledetto ballo, e il diavolo che mi ci ha portato! Cos’è dunque quest’uomo nero che vi ha seguita dappertutto, che non vi ha lasciata mai, e di cui pure vostro marito non è affatto geloso, ed è ben più amico vostro, che di vostro padre? Tutto ciò che posso fare, per la stima che ho ancora di voi, è di credere che lui vi è indifferente, ma voi non lo siete a lui. Ho fatto il possibile per irritarlo contro di me, gli avrei strappato il cuore e l’anima, se mi avesse osato dire una sola parola: quale che sia, mi è odioso; saprò chi è, e se so che continua a curarsi di voi, se ne pentirà, lo giuro per il mio sangue, per tutti gli dei dell’inferno che vorrei che già mi facessero sprofondare. Ho l’anima rosa, lacerata: è una settimana intera che non vi si vede, ed è con ben poca soddisfazione che sembra che voi più mi vedete di pessimo umore, più siete allegra, e indifferente. Mai donna fino a oggi mi ha ingannato, ahimè ve ne credo più incapace di alcun’altra, ma l’uomo che si metterà a darmi noia nel possesso del vostro cuore, fosse anche il primo Re della terra, niente potrà sottrarlo al mio furore; non ho paura di niente in questo mondo, e quando si dà la vita, si è padrone di quella di tutti. 

Non c’è più nulla che mi leghi a questa vita miserabile se non voi; ho al più ancora sei settimane o due mesi da vedervi in questo tristo e fastidioso modo: quale che sia, questo vale la pena di vivere, ma è già fisso nella mia testa, che lo stesso giorno in cui voi partirete per la campagna sarà l’ultimo di questa spiacevole vita. Voi mi amate: la vostra cara lettera che ho appena letto, e riletto, me ne dà la certezza; la bacio, la bagno di lacrime, divento pazzo – crudele! -, e voi, insensibile a tutti i miei mali, non provate la quarta parte delle mie pene. Sono le 7 del mattino, non so decidermi a cercare un riposo, che mi sfugge, e vorrei stendermi per dormire di un sonno eterno. Il vostro trionfo è completo, avete soggiogato l’uomo che diffidava massimamente dell’amore, e al quale una triste esperienza ne aveva insegnato tutti i pericoli, ma voi l’avete soggiogato al punto, che non se ne riavrà mai più! Sono nel baratro, ci son dentro fino agli occhi, e e sono l’uomo più innamorato che mai abbiate conosciuto.

Ma voi come guardate all’avvenire? quale soluzione avete preso? volete sopravvivermi? siete in tempo ancora per ritrarvi dal precipizio orribile in cui vi trascino, per ricuperare la tranquillità di un tempo, per passare quietamente il resto dei giorni nel seno della vostra famiglia; oppure, animata da una più nobile passione, incoraggiata dal mio esempio, avete deciso di porre un fine a tutti i vostri mali, con l’ultimo di tutti, che in questo caso dev’essere riguardato come il bene supremo? Si è superiori a tutti i mali quando si ha la forza di sottrarsene: un’anima forte è libera nella schiavitù più grande, non si vedono più i piccoli ostacoli nel momento in cui ci si decide a far saltare il più grande. Addio, continuerò fra qualche poco, quando sarò più calmo.”

  Vittorio Alfieri 

 

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