Giovanni Pascoli svela perché piangere può essere il miglior antidoto all’ansia

25 Febbraio 2026

Piangere non è debolezza: Giovanni Pascoli ne "Il fanciullino" svela perché può essere un antidoto all'ansia, il vero malessere dei nostri tempi.

Giovanni Pascoli svela perché piangere può essere il miglior antidoto all’ansia

Viviamo in un’epoca che ci insegna a trattenere tutto. Eppure Giovanni Pascoli aveva già intuito una verità semplice e scomoda: piangere fa bene. Non esiste nessuna legge che vieti le lacrime, ma tutto intorno a noi spinge nella stessa direzione: resistere, reagire, performare. Anche quando stiamo male, dobbiamo farlo in modo composto, possibilmente invisibile.

La tristezza deve essere breve. La fragilità deve essere gestita. Il dolore deve diventare subito crescita. È così che il benessere contemporaneo, mentre promette equilibrio, finisce spesso per produrre il suo effetto collaterale più silenzioso: la vergogna di non farcela sempre.

Giovanni Pascoli aveva già visto questo meccanismo con oltre un secolo di anticipo. Nel saggio Il fanciullino non troviamo nessuna pedagogia della felicità obbligatoria. Troviamo piuttosto il riconoscimento di una presenza fragile e tenace che sopravvive dentro ogni essere umano, anche quando l’adulto si irrigidisce.

È la parte che non calcola. Non ottimizza. Non si anestetizza. È la parte che continua, ostinatamente, a vibrare.

È dentro noi un fanciullino che non solo ha brividi,… ma lagrime ancora e tripudi suoi.

Il contesto: che cos’è davvero Il fanciullino

Il fanciullino è il saggio in cui Giovanni Pascoli espone nel modo più compiuto la propria visione della poesia e, insieme, una delle intuizioni più profonde sulla natura emotiva dell’essere umano. L’opera, divisa in venti capitoli, fu pubblicata per la prima volta nel 1897 e successivamente raccolta nel volume Miei pensieri di varia umanità (1903), per poi confluire nei Pensieri e discorsi del 1907, ultima edizione uscita in vita del poeta.

Non siamo davanti a un semplice testo di teoria letteraria. Pascoli compie un’operazione molto più radicale. Individua dentro ogni individuo una presenza originaria, il “fanciullino”, capace di guardare il mondo con stupore, sensibilità e immediatezza.

Secondo il poeta, questa voce interiore non scompare con la crescita. Rimane nascosta sotto la corazza dell’età adulta e continua a percepire ciò che spesso sfugge alla ragione e all’abitudine.

È proprio questa facoltà intuitiva, più vicina alla meraviglia che al ragionamento, a generare la vera poesia. Il “fanciullino” conosce il mondo in modo diretto, quasi primordiale: dà nome alle cose come se le vedesse per la prima volta, restituendo realtà e freschezza a ciò che per l’adulto è diventato routine.

Da qui nasce anche la dimensione etica del pensiero pascoliano. Pur non proponendosi come poesia morale o didattica, la poesia possiede — nelle parole del poeta — una «suprema utilità morale e sociale»: perché insegna a riconoscere la bellezza nelle cose umili e vicine, placando quell’ansia di felicità che spesso inquieta l’uomo moderno.

In questa prospettiva, il “fanciullino” diventa molto più di una metafora poetica. È una postura dello sguardo, una forma di conoscenza e, insieme, una possibilità di riconciliazione tra gli esseri umani.

Quando smarriamo il fanciullino e inseguiamo felicità distanti

Il disagio contemporaneo non nasce solo dal dolore. Quello, in fondo, ha sempre accompagnato la condizione umana. Nasce piuttosto da una frattura più sottile. Viviamo sempre più spesso inseguendo forme di felicità che non ci appartengono.

La cultura della performance ci spinge verso obiettivi esterni, misurabili, visibili. Successo, efficienza, controllo emotivo. Tutto deve crescere, migliorare, ottimizzarsi. Anche il benessere diventa una meta da raggiungere, qualcosa da costruire per accumulo.

È esattamente qui che, secondo Pascoli, avviene lo scarto più pericoloso.

Ne Il fanciullino il poeta suggerisce che dentro ogni essere umano esiste una misura diversa del sentire, più fragile, più immediata, più vera, che l’età adulta tende progressivamente a coprire. Quando questa voce si affievolisce, non perdiamo solo la poesia: perdiamo anche la capacità di riconoscere ciò che davvero ci nutre.

Come scrive Giovanni Pascoli nel suo saggio:

noi cresciamo, ed egli resta piccolo; noi accendiamo negli occhi un nuovo desiderare, ed egli vi tiene fissa la sua antica serena maraviglia; noi ingrossiamo e arrugginiamo la voce, ed egli fa sentire tuttavia e sempre il suo tinnulo squillo come di campanello.

Il punto è che ci allontaniamo sempre più da quella zona sensibile in cui il “fanciullino” continua a guardare il mondo con stupore.

Inseguiamo felicità rumorose e visibili, mentre quella voce interiore cerca ancora cose minime: un dettaglio, una vibrazione, una corrispondenza segreta tra noi e ciò che ci circonda.

Quando questo scarto si allarga troppo.  Non è un caso che proprio in questa frattura si alimentino molte delle forme di ansia diffusa che attraversano soprattutto le generazioni più giovani.. Una stanchezza emotiva che non dipende solo da ciò che viviamo, ma da come abbiamo imparato a guardarlo.

È in questo slittamento silenzioso che l’adulto perde progressivamente contatto con la propria sorgente più sensibile. Il “fanciullino” non scompare, Pascoli è chiarissimo su questo, ma smette di essere ascoltato.

E quando una parte viva di noi non trova più spazio, il corpo e l’emozione cercano altre vie per farsi sentire. Forse è proprio da qui che bisogna ripartire per capire il senso profondo delle lacrime.

Perché per Pascoli piangere non è debolezza

Per lo sguardo adulto, abituato alla logica della prestazione, le lacrime appaiono come una perdita di controllo: un cedimento da ricomporre in fretta. Ma Pascoli rovescia silenziosamente questo schema. Ciò che ci commuove non è ciò che ci indebolisce. È ciò che dimostra che il “fanciullino” è ancora vivo.

Piangere, allora, non è una regressione. È un momento di verità emotiva. In un tempo segnato da livelli crescenti di ansia emotiva, questa intuizione pascoliana suona ancora più necessaria.

Significa che qualcosa del mondo è riuscito ancora a toccarci senza filtri. Significa che la corazza dell’adulto, fatta di abitudine, difesa e calcolo,  non ha soffocato del tutto la nostra capacità di sentire.

Pascoli sa bene che lo sguardo del “fanciullino” non coincide con quello razionale dell’adulto. Non si tratta di confondere realtà e illusione, ma di riconoscere che esiste un modo più profondo — e più umano — di percepire il mondo.

Lo chiarisce in un passaggio finissimo de Il fanciullino, quando difende il linguaggio emotivo del bambino:

Pare, non è, intendiamoci… Ma, caro bimbo, lo sapevamo da noi che la campana non piange, ma par che pianga: anche però il giorno par che muoia, e non muore.

Pascoli non nega la realtà. Dice qualcosa di più sottile. Il “fanciullino” non sbaglia quando si commuove. Coglie, attraverso l’immaginazione e la sensibilità, una verità emotiva che il solo ragionamento non riesce a restituire.

Per questo arriva ad attribuire alle lacrime una funzione quasi salvifica. Scrive infatti:

Egli è quello che nella morte degli esseri amati esce a dire quel particolare puerile che ci fa sciogliere in lacrime, e ci salva.

In questa prospettiva, le lacrime non sono una caduta di forza. Sono il segno che quella zona viva non è stata completamente zittita.

Quando riusciamo ancora a commuoverci, non stiamo perdendo solidità. Stiamo conservando accesso a quella parte originaria che ci permette di riconoscere la bellezza, la fragilità e —soprattutto — l’umanità degli altri.

Ed è forse proprio qui la lezione più attuale di Pascoli: in un tempo che ci vuole sempre più impermeabili, piangere può diventare un gesto silenzioso di resistenza emotiva.

La fratellanza dei fragili come resistenza

La vera intuizione sociologica di Pascoli non è l’isolamento nel proprio dolore, ma una forma radicale di riconoscimento reciproco. In un sistema che ci spinge ad armarci l’uno contro l’altro nella competizione per una felicità sempre più performativa, il poeta suggerisce una tregua silenziosa.

Scrive infatti:

Perché non gli uomini si sentono fratelli tra loro… sì i fanciulli che sono in loro… si corrono incontro, e si abbracciano e giocano.

Qui sta il punto più moderno de Il fanciullino. La vulnerabilità non separa: riconosce. Non indebolisce: connette.

La risposta al disagio contemporaneo non è l’iper-controllo emotivo, ma la possibilità di riconoscersi nella medesima “antica serena maraviglia” e nella medesima inquietudine che attraversa l’esperienza umana.

Se il benessere moderno ci vuole opachi e perfettamente funzionanti, Pascoli ci immagina ancora capaci di lasciarci toccare dal mondo, imperfetti, esposti. Non inutili in senso passivo, ma indisponibili alla completa ottimizzazione del sentire.

L’audacia di restare sensibili

Alla fine, la proposta di Giovanni Pascoli suona quasi controculturale. In un mondo che premia la corazza emotiva, difendere la propria permeabilità diventa un gesto di lucidità.

Non si tratta di restare bambini. Si tratta di diventare adulti che non hanno paura, ogni tanto, di allentare l’armatura.

La felicità promessa dal sistema vive nei grandi traguardi visibili. Quella intravista dal “fanciullino” abita invece nei dettagli che non producono rendimento: uno stupore improvviso, una commozione inattesa, una lacrima che non chiede giustificazione.

Restare umani, oggi, significa forse proprio questo: non avere fretta di guarire dalla propria sensibilità. Perché è in quel “tinnulo squillo” che ogni tanto sentiamo affiorare,  fragile, ostinato, inattuale, che continua a custodirsi la parte più vera di noi.

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