La forza del buonsenso, la qualità che abbiamo perso, ma che serve a vivere bene

7 Aprile 2026

Il mondo è sempre più fragile: senza buonsenso diventa difficile comprendere e vivere bene. Un’analisi sulle cause della crisi che stiamo vivendo.

La forza del buonsenso, la qualità che abbiamo perso, ma che serve a vivere bene

Il buonsenso è una di quelle cose di cui ci accorgiamo solo quando manca. E oggi, sempre più spesso, sembra mancare proprio nei momenti in cui sarebbe più necessario.

Ci sono crisi che si vedono e crisi che si sentono. Le prime hanno numeri, grafici, indicatori. Le seconde non sempre fanno rumore, ma si insinuano nella vita quotidiana, nelle relazioni, nel modo in cui reagiamo alle cose più semplici.

È dentro questa seconda dimensione che oggi si muove una delle trasformazioni più profonde e meno riconosciute del nostro tempo.

Non siamo davanti a una crisi lontana o ipotetica. Siamo già dentro una fase di forte instabilità, in cui tensioni economiche, conflitti, disuguaglianze e paure collettive si alimentano a vicenda.

È una condizione che si è accumulata nel tempo e che oggi rende tutto più fragile, più esposto, più difficile da governare. E quando questa fragilità non viene compresa, rischia di trasformarsi in qualcosa di ancora più profondo.

Non riguarda solo l’economia o la politica. Riguarda qualcosa di più elementare e, allo stesso tempo, più decisivo: la perdita del buonsenso.

Non è un tema teorico, né un problema astratto. Il buonsenso è ciò che permette alle persone di convivere, di capirsi, di non estremizzare ogni posizione, di trovare un equilibrio anche quando le condizioni sono difficili. È una qualità silenziosa, quasi invisibile, ma decisiva. Quando è presente, non ce ne accorgiamo. Quando manca, tutto diventa più complicato.

Oggi non siamo di fronte a una società meno intelligente o meno informata. Siamo di fronte a una società che fatica a orientarsi. Non perché non abbia strumenti, ma perché ha perso il tempo e lo spazio per usarli davvero.

E quando una società perde il buonsenso, entra in una zona più fragile, in cui ogni tensione rischia di amplificarsi. È lì che le crisi smettono di essere episodi e iniziano a diventare sistema.

Il problema non è che il mondo è più complesso. È che lo stiamo affrontando senza buonsenso.

Che cos’è davvero il buonsenso?

Prima ancora di dire che lo abbiamo perso, è necessario chiarire cosa intendiamo quando parliamo di buonsenso. Non è una parola vaga, né un’espressione generica. È un concetto che ha una storia precisa e un significato più profondo di quanto siamo abituati a considerare.

Secondo la definizione della Treccani, il buonsenso è la “capacità naturale, istintiva, di giudicare rettamente, soprattutto in vista delle necessità pratiche”. Non si tratta quindi soltanto di intelligenza o conoscenza, ma di una forma di orientamento che tiene insieme esperienza, misura e capacità di valutazione nelle situazioni concrete.

Una prospettiva che viene ulteriormente approfondita dall’Accademia della Crusca, attraverso l’analisi di Vittorio Coletti. Il linguista definisce il buonsenso come una capacità legata al discernimento razionale, una sorta di “uso equilibrato della ragione” che si colloca tra dimensione individuale e dimensione collettiva. Non è semplicemente un’opinione condivisa, ma una forma di giudizio che nasce dall’incontro tra esperienza personale e criteri di valutazione più ampi.

Proprio qui emerge un passaggio decisivo. Nel tempo, il buonsenso è stato progressivamente confuso con il “senso comune”, cioè con ciò che pensa la maggioranza. Ma questa sovrapposizione rischia di far perdere una distinzione fondamentale: il buonsenso non coincide con ciò che è più diffuso, ma con ciò che è più equilibrato.

Non a caso, già nel Seicento René Descartes identificava il “bon sens” con la capacità di “ben giudicare e distinguere il vero dal falso”, ponendolo al centro dell’esercizio della ragione (Discours de la méthode, 1637).

La differenza tra buonsenso e senso comune

E questa differenza tra buonsenso e senso comune trova una formulazione ancora più incisiva in Alessandro Manzoni, che ne I Promessi sposi scrive:

Il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune.

È una frase che non appartiene solo al suo tempo. Descrive esattamente ciò che accade oggi: il buonsenso esiste ancora, ma fatica a emergere quando il rumore collettivo diventa più forte della capacità di giudizio.

In questa prospettiva, il buonsenso non è una scorciatoia, ma una forma di equilibrio. Non riduce la complessità, ma permette di attraversarla senza esserne travolti. Ed è proprio per questo che la sua perdita non è un dettaglio linguistico o culturale, ma una trasformazione che incide profondamente sul modo in cui viviamo e ci relazioniamo.

Perché la crisi del pensiero uccide il buonsenso

Se il buonsenso è la capacità di giudicare con equilibrio, allora la sua crisi non può che partire da una trasformazione più profonda: il modo in cui pensiamo. Non perché abbiamo perso intelligenza, ma perché abbiamo modificato il rapporto con il pensiero stesso.

In questo senso, la riflessione di Hannah Arendt rimane una delle più incisive. Analizzando il processo Eichmann, Arendt non individua il problema nella malvagità, ma nell’assenza di pensiero. Non nel gesto estremo, ma nella sua normalizzazione.

La filosofa precisa:

La triste verità è che la maggior parte del male è compiuta da persone che non decidono mai di essere né buone né cattive.
(Eichmann in Jerusalem, 1963)

Questa frase non riguarda solo la storia. Interroga il presente. Quando non decidiamo davvero, quando non attraversiamo fino in fondo ciò che accade, smettiamo di esercitare quella forma minima di responsabilità che passa dal pensiero. E senza pensiero, il buonsenso non può formarsi.

Arendt, parlando del pensare, utilizza un’espressione altrettanto significativa:

Pensare senza avere appigli.

“Pensare senza corrimano” (la traduzione letterale di “Thinking without a banister”) significa non appoggiarsi automaticamente a ciò che è già dato, non aderire senza distanza a ciò che circola. È un esercizio faticoso, perché espone all’incertezza. Ma è anche l’unico spazio in cui può nascere un giudizio autentico.

Oggi, invece, tendiamo a evitare questo passaggio. Non perché non siamo in grado di farlo, ma perché il contesto in cui viviamo ci spinge altrove. Verso la rapidità, la presa di posizione immediata, la semplificazione. E in questa dinamica, il pensiero si accorcia, si riduce, fino a diventare reazione. È lì che il buonsenso inizia a indebolirsi, perché viene sostituito da qualcosa di più veloce ma meno consapevole: la reazione.

La velocità ha cambiato il modo in cui crediamo alle cose

A questa trasformazione si aggiunge un altro elemento decisivo: la velocità con cui entriamo in contatto con le informazioni e, soprattutto, il modo in cui le elaboriamo.

Daniel Kahneman ha mostrato come il nostro cervello funzioni attraverso due sistemi: uno rapido, intuitivo, automatico; l’altro lento, riflessivo, più impegnativo. In condizioni di sovraccarico informativo, il primo tende a prevalere.

È in questo contesto che si inserisce una delle sue osservazioni più rilevanti:

Un modo affidabile per far credere alle persone delle falsità è la ripetizione frequente, perché la familiarità non si distingue facilmente dalla verità.
(Thinking, Fast and Slow, 2011)

Ciò che si ripete diventa familiare. E ciò che è familiare non viene più messo in discussione. Non perché lo abbiamo verificato, ma perché lo riconosciamo. È un meccanismo naturale, ma oggi è amplificato da un ecosistema che vive di esposizione continua.

Il buonsenso, però, non nasce dalla familiarità. Non si costruisce sulla ripetizione, ma sulla capacità di distinguere, di mettere in relazione, di interrogare ciò che appare evidente. Richiede tempo, distanza, una forma di attenzione che non può essere compressa.

Quando questo tempo viene meno, non perdiamo solo profondità. Perdiamo la possibilità stessa di discernere.

Siamo sommersi da informazioni, ma sempre meno orientati

Il paradosso del nostro tempo non è la mancanza di contenuti, ma la loro sovrabbondanza. Non viviamo in una società che sa poco, ma in una società che fatica a trasformare ciò che sa in comprensione.

Già negli anni ’80, Neil Postman aveva colto con anticipo questo rischio, mettendo in discussione l’idea che più informazione coincida automaticamente con più conoscenza.

Il sociologo statunitense scrive:

Ciò che dobbiamo considerare è la possibilità che l’informazione, a un certo punto, diventi una forma di spazzatura.
(Amusing Ourselves to Death, 1985)

Quando l’informazione diventa continua, frammentata, priva di gerarchia, perde la sua funzione originaria. Non aiuta più a orientarsi, ma contribuisce a creare rumore. Non costruisce visione, ma produce dispersione.

In questo scenario, il buonsenso non scompare per assenza, ma per saturazione. È come se non trovasse più spazio per emergere. Ogni contenuto richiede attenzione, ma nessuno ne riceve abbastanza. Ogni stimolo sollecita una reazione, ma raramente genera una riflessione.

E così si crea una condizione in cui sappiamo sempre di più, ma comprendiamo sempre meno. Non perché manchino gli strumenti, ma perché manca lo spazio mentale necessario per trasformarli in comprensione.

Una società che si basa solo sulla prestazione riduce lo spazio del pensiero

A tutto questo si aggiunge una trasformazione ancora più profonda, che riguarda la cultura in cui siamo immersi. Non viviamo solo in un sistema informativo accelerato, ma in una società che trasforma ogni dimensione della vita in prestazione.

Byung-Chul Han descrive questo passaggio come l’evoluzione verso una società in cui l’individuo non è più semplicemente soggetto a regole esterne, ma diventa imprenditore di sé stesso, continuamente chiamato a produrre, esprimersi, performare.

Il soggetto della prestazione si abbandona a una libertà compulsiva, cioè alla libera costrizione di massimizzare la prestazione.
(The Burnout Society, 2010)

Anche il pensiero entra in questa logica. Non è più uno spazio di elaborazione, ma una forma di esposizione. Le opinioni devono essere rapide, visibili, condivisibili. Non è necessario che siano approfondite, ma che siano presenti.

In un contesto simile, fermarsi diventa difficile. E senza la possibilità di fermarsi, il buonsenso, che richiede misura, equilibrio, capacità di valutazione,  perde il suo terreno.

Non scompare in modo improvviso. Viene progressivamente sostituito da qualcosa di più funzionale al sistema: la reattività, l’immediatezza, la partecipazione continua.

Il buonsenso è ciò che permette alle persone di vivere bene insieme

Eppure, proprio perché il buonsenso non è un concetto astratto, la sua perdita non riguarda solo il pensiero, ma la qualità della vita quotidiana. È ciò che permette alle persone di convivere senza trasformare ogni differenza in conflitto, di riconoscere limiti e possibilità, di trovare un equilibrio anche quando le condizioni sono difficili.

Il punto è che oggi viviamo in una realtà sempre più complessa, ma continuiamo a utilizzare strumenti di comprensione sempre più semplici. È questa frattura che rende tutto più instabile.

Edgar Morin lo ha spiegato con grande chiarezza:

La conoscenza pertinente deve affrontare la complessità.
(La testa ben fatta, 1999)

Non è una frase teorica. È una diagnosi precisa del nostro tempo. Quando semplifichiamo ciò che è complesso, non rendiamo il mondo più comprensibile: lo rendiamo più fragile. Perché perdiamo le connessioni, le sfumature, le relazioni che permettono davvero di orientarsi.

Il buonsenso nasce proprio da questa capacità di tenere insieme. Di non ridurre, ma di comprendere. Di non reagire subito, ma di attraversare ciò che accade.

Oggi, invece, siamo spinti nella direzione opposta. Verso risposte rapide, posizioni nette, semplificazioni che funzionano nel breve periodo ma che non reggono nel tempo. E in questo processo, ciò che perdiamo non è solo profondità, ma la possibilità stessa di convivere in modo equilibrato.

Recuperare il buonsenso, allora, non significa tornare indietro o rifiutare la complessità. Significa imparare ad abitarla. Accettare che non tutto può essere immediato, che non tutto può essere ridotto a una scelta semplice.

È un lavoro più lento, più esigente, ma anche più umano. Ed è forse l’unico modo per riportare equilibrio in un mondo che, senza questa capacità, rischia di diventare sempre più difficile da vivere.

Se perdiamo il buonsenso, rischiamo di farci male davvero

C’è un punto che non possiamo più evitare. La perdita del buonsenso non è una questione culturale secondaria, né un tema da osservare con distacco. È qualcosa che incide direttamente sul modo in cui viviamo insieme, sulle relazioni, sulle scelte collettive, sulla capacità di tenere in equilibrio una società sempre più esposta a tensioni e fragilità.

Quando il buonsenso si indebolisce, non perdiamo solo una qualità individuale. Perdiamo una forma di protezione condivisa. Perché il buonsenso è ciò che, nel quotidiano, impedisce alle differenze di diventare scontro, alle opinioni di trasformarsi in estremismi, alle paure di degenerare in conflitti.

Oggi questo equilibrio è sempre più fragile. Non perché il mondo sia improvvisamente più pericoloso, ma perché lo stiamo attraversando con strumenti che non sono più adeguati. Reagiamo più di quanto comprendiamo. Prendiamo posizione più di quanto riflettiamo. E così facendo, riduciamo la complessità a semplificazioni che funzionano nell’immediato, ma che nel tempo producono fratture.

Il rischio non è astratto. È concreto. È nel modo in cui parliamo, discutiamo, ci confrontiamo. È nella difficoltà crescente di ascoltare senza giudicare, di distinguere senza dividere, di riconoscere senza contrapporre.

Quando una società perde il buonsenso, perde la sua capacità di autoregolarsi. E quando questo accade, ogni tensione tende ad amplificarsi, perché manca ciò che la contiene.

È qui che torna centrale una prospettiva che oggi non può più essere rimandata: quella della Human Culture. Non come concetto teorico, ma come pratica concreta. Cultura intesa non come accumulo di contenuti, ma come capacità di comprendere, collegare, dare senso. Come spazio in cui il pensiero torna a essere uno strumento per vivere meglio, non solo per interpretare il mondo.

Recuperare il buonsenso significa proprio questo: riportare al centro una forma di umanità che non semplifica, ma comprende. Che non reagisce soltanto, ma elabora. Che non divide automaticamente, ma prova a tenere insieme.

Non è un esercizio immediato. Richiede tempo, attenzione, responsabilità. Ma è una condizione necessaria. Perché senza buonsenso non è solo più difficile capire il mondo. Diventa più difficile viverci dentro.

E il rischio, se continuiamo su questa strada, è uno solo: farci male davvero. Non come individui isolati, ma come società. Tutti.

Perché oggi il vero atto rivoluzionario non è avere un’opinione. È tornare ad avere buonsenso.

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