Alessandro Manzoni insegna come opporsi alla cattiveria dei bulli

1 Febbraio 2026

Ne "I Promessi sposi" Alessandro Manzoni spiega come la "sindrome di Don Abbondio" rende forti i bulli e come reagire alla violenza dei prepotenti.

Alessandro Manzoni insegna come opporsi alla cattiveria dei bulli

La cattiveria, la prepotenza, l’arroganza dei cosiddetti “bulli” sembrano imporsi nella nostra epoca come un tratto sempre più visibile della vita sociale. Non si manifestano solo nei gesti estremi o nei casi eclatanti, ma nel modo in cui il potere viene esercitato, nel linguaggio che umilia, nella progressiva normalizzazione della sopraffazione come forma di relazione. Eppure ciò che oggi appare come una crisi del presente non è un fenomeno inedito. Alessandro Manzoni aveva già compreso, con sorprendente lucidità, non solo l’esistenza di queste dinamiche, ma anche le cause che le sostengono e le condizioni che permettono di spezzarle.

Già duecento anni fa, ne I promessi sposi (1825–27), Manzoni non si limita a raccontare un sopruso individuale. Analizza un intero sistema: il prepotente, il contesto che lo protegge, la paura che si diffonde e diventa abitudine, il silenzio che finisce per trasformare l’ingiustizia in norma condivisa.

Il “bullo” della narrazione, Don Rodrigo, non è un’eccezione mostruosa né una figura isolata, ma l’espressione coerente di una società che tollera l’arbitrio e che, a forza di conviverci, arriva a riconoscerlo come inevitabile. Allo stesso tempo, il romanzo lascia intravedere una possibilità di uscita, mostrando come il potere della prepotenza non si fondi su una forza reale e stabile, ma sulla rinuncia collettiva a opporvisi.

Tutto questo prende forma, fin dall’inizio, in una celebre frase che non ha bisogno di spiegazioni né di giustificazioni, perché rende immediatamente visibile il senso profondo di ogni prevaricazione:

Questo matrimonio non s’ha da fare, né domani, né mai.

In queste parole non c’è solo un divieto. C’è l’essenza stessa della prevaricazione: una volontà privata che pretende di valere come legge, e che può farlo perché trova intorno a sé un terreno già disposto alla resa. È da qui che il romanzo comincia a rivelare il proprio nucleo più profondo: non la cronaca di un abuso, ma l’analisi delle condizioni che permettono alla prepotenza di imporsi e, insieme, delle forze morali e sociali che possono incrinarla.

Il contesto del bullismo ne I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni

Il punto centrale de I promessi sposi non è l’atto di prevaricazione in sé, ma il contesto umano che lo rende possibile e lo attraversa. Manzoni costruisce un sistema di personaggi che non rappresentano semplici caratteri narrativi, ma posizioni sociali e morali di fronte al potere.

La prepotenza di Don Rodrigo non è mai fine a se stessa. Non nasce da un conflitto reale, ma da un’esigenza di affermazione: esercitare dominio là dove è possibile farlo senza conseguenze. Il suo potere non è fondato sul coraggio o sulla forza, ma sulla certezza dell’impunità. È una violenza che non ha bisogno di manifestarsi di continuo, perché è già stata interiorizzata da chi la subisce.

Accanto a lui, come condizione necessaria della sua stessa esistenza, si colloca Don Abbondio. La sua debolezza non è un difetto individuale isolato, ma una funzione sociale. Don Abbondio vede con lucidità l’ingiustizia, ne riconosce l’arbitrio, ma sceglie la rinuncia. La paura diventa per lui una forma di razionalità. È questa resa preventiva a permettere alla prepotenza di non restare un episodio, ma di trasformarsi in sistema.

Di fronte a questo blocco di potere e accomodamento, Renzo Tramaglino e Lucia Mondella incarnano due forme diverse di resistenza. Renzo reagisce con inquietudine, rabbia, slanci che spesso lo portano all’errore e all’esclusione. La sua opposizione è istintiva, imperfetta, ma non accetta mai la legittimità dell’ingiustizia. Lucia, al contrario, oppone una forza silenziosa e radicale. Non sfida il potere sul suo terreno, ma ne incrina le fondamenta morali. La sua fermezza non è passività, ma una forma di resistenza che rifiuta di trasformarsi in violenza.

Intorno a loro, Manzoni disegna una rete che impedisce alla prepotenza di chiudere definitivamente il gioco. Agnese rappresenta la concretezza e il sapere quotidiano. Fra Cristoforo introduce un limite etico che il potere non riesce a intimidire. L’Innominato mostra che anche la violenza più estrema può incrinarsi quando incontra una coscienza. Il Cardinale Federigo Borromeo trasforma la conversione individuale in responsabilità pubblica.

La sindrome di Don Abbondio: quando la paura rende forti i bulli

Nel disegno manzoniano, Don Abbondio non è un personaggio marginale né una macchietta morale. È, al contrario, il perno silenzioso che consente alla prepotenza di funzionare. La sua debolezza non è un incidente individuale, ma una forma di adattamento sociale: il modo in cui una comunità impara a convivere con l’ingiustizia senza metterla in discussione.

La celebre riflessione di Don Abbondio non va letta come un’autogiustificazione psicologica, ma come la formulazione più limpida di una logica collettiva:

Il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare.

In questa frase non c’è solo la voce di un uomo timoroso. C’è la razionalizzazione della rinuncia. Il coraggio non viene negato come valore, ma rimosso come possibilità. La paura diventa criterio di giudizio, misura dell’agire, fondamento di ciò che è considerato “ragionevole”. È qui che la prepotenza smette di essere un fatto episodico e si trasforma in ordine implicito.

Alessandro Manzoni mostra con precisione che Don Abbondio comprende perfettamente l’ingiustizia che sta subendo. Non è ingenuo, non è confuso. È lucido. Proprio per questo la sua scelta pesa di più. La rinuncia non nasce dall’ignoranza, ma da un calcolo: opporsi costa troppo, adeguarsi sembra più sicuro. In questo passaggio, la paura cessa di essere una reazione emotiva e diventa strategia di sopravvivenza.

Dal punto di vista sociologico, questa è la vera vittoria del bullo. Don Rodrigo non ha bisogno di imporre la propria volontà con la forza continua, perché trova intorno a sé individui che hanno già interiorizzato il limite. La prepotenza funziona quando chi potrebbe contrastarla decide di non farlo, trasformando la prudenza in norma e il silenzio in virtù.

La “sindrome di Don Abbondio”, se si dovesse dare un nome alla paura e alla debolezza che rende più forti i bulli, non riguarda solo chi subisce direttamente l’abuso. Contagia l’intero contesto. Produce una catena di rinunce, di piccoli arretramenti, di giustificazioni che finiscono per rendere l’ingiustizia accettabile. In questo senso, Don Abbondio non è solo vittima della prepotenza, ma anche, suo malgrado, ingranaggio del sistema che la mantiene.

È contro questa logica che il romanzo, lentamente, costruisce la sua risposta. Perché se la prepotenza si nutre di paura interiorizzata, allora l’unica via d’uscita non è la forza bruta, ma la ricostruzione di una responsabilità condivisa. Ed è qui che entrano in scena le figure capaci di spezzare l’equilibrio. Chi rifiuta di chiamare prudenza ciò che è solo resa, e introduce un limite là dove il potere crede di non averne.

Nel percorso di Renzo e Lucia, Manzoni mostra che uscire dalla sindrome di Don Abbondio non significa diventare eroi, ma smettere di accettare l’ingiustizia come destino. È questo il passaggio decisivo che prepara la caduta della prepotenza e apre lo spazio a una trasformazione più ampia, individuale e collettiva.

Le forme di resistenza al bullismo: Renzo, Lucia e Agnese

La risposta alla prepotenza nei I promessi sposi prende forma attraverso tre atteggiamenti diversi che Manzoni osserva con estrema lucidità. Renzo Tramaglino, Lucia Mondella e Agnese non incarnano semplicemente tre caratteri narrativi, ma tre modi concreti di reagire alla violenza del potere.

La resistenza di Renzo nasce dall’urgenza. Renzo percepisce immediatamente l’ingiustizia e la rifiuta senza mediazioni. Non accetta che la prepotenza diventi legge e reagisce d’istinto, spinto da un senso immediato di giustizia. Manzoni lo ritrae nel momento in cui questa reazione prende corpo, mostrando insieme la sua autenticità e il suo limite:

Renzo, sentendosi ribollir il sangue, rispose con parole che non sapeva più misurare.

In questa frase è già contenuta la fragilità della sua opposizione. Renzo ha ragione a ribellarsi, ma la sua ribellione è solitaria. Non dispone di una rete che lo sostenga né degli strumenti per affrontare un sistema che tollera la prepotenza. Proprio per questo il potere riesce a isolarlo, a esporlo all’errore, a trasformarlo facilmente da vittima in colpevole. La sua resistenza non fallisce perché è sbagliata, ma perché resta individuale in un contesto che premia l’arbitrio.

La resistenza di Lucia si colloca su un piano diverso. Lucia non nega l’ingiustizia e non la accetta, ma non reagisce per impulso. Manzoni insiste nel mostrare che la sua forza non nasce dall’assenza di paura, ma dalla capacità di non lasciarsi governare da essa:

Lucia tremava come una foglia, ma le parole le uscivano dal cuore.

La paura non viene rimossa, ma attraversata. Lucia non affronta la prepotenza frontalmente e non ne assume il linguaggio. La sua opposizione passa dalla parola, dalla richiesta di aiuto, dalla fermezza morale che rifiuta ogni compromesso. Nel momento più critico, Manzoni osserva:

Parlava come una persona che non aveva più nulla da perdere.

È questa “resistenza gentile” a mettere in crisi il sistema del bullismo. Lucia non sfida la violenza sul suo stesso terreno, ma introduce un limite che non può essere negoziato. La prepotenza non viene combattuta, viene esposta.

La forza concreta di Agnese

Accanto a Lucia agisce Agnese, che trasforma la dignità in possibilità concreta. La funzione di Agnese è decisiva perché introduce nella resistenza ciò che né Renzo né Lucia possiedono da soli: la conoscenza del mondo. Agnese non è un’eroina morale né una figura ideale. È una donna che ha visto come funzionano i rapporti di forza e che sa distinguere il pericolo reale dalla paura ingigantita dall’immaginazione.

Alessandro Manzoni le affida parole che chiariscono immediatamente il suo ruolo:

Io son venuta al mondo prima di voi; e il mondo lo conosco un poco. Non bisogna poi spaventarsi tanto: il diavolo non è brutto quanto si dipinge.

In questa frase non c’è incoscienza, ma misura. Agnese non nega il rischio, non minimizza la prepotenza, ma rifiuta che la paura diventi criterio assoluto dell’agire. A differenza di Don Abbondio, non scambia la prudenza con la rinuncia. La sua è un’intelligenza concreta che sa quando è necessario muoversi, a chi rivolgersi, quali protezioni cercare.

È grazie a questa lucidità che la fermezza morale di Lucia diventa praticabile. Agnese traduce la dignità in azione possibile, la resistenza in strategia. Non sfida frontalmente il potere, ma lo aggira, lo espone, lo mette in relazione con forze che non può controllare. Dove Don Abbondio arretra per timore, Agnese avanza con cautela ma senza paralisi.

Manzoni suggerisce così che la vera alternativa alla prepotenza non è solo il coraggio individuale, ma la capacità di ridimensionare il potere, di non attribuirgli un’aura di onnipotenza. La prepotenza prospera quando viene ingigantita dalla paura. Incontra un limite quando qualcuno, come Agnese, smette di crederla invincibile.

Gertrude, la Monaca di Monza: quando la resistenza viene impedita

Dopo aver mostrato forme diverse di resistenza alla prepotenza, Alessandro Manzoni introduce una figura che racconta ciò che accade quando la resistenza viene impedita prima ancora di nascere. È Gertrude, la Monaca di Monza.

La storia di Gertrude non è quella di una ribellione fallita, ma di una volontà deformata in anticipo. A differenza di Renzo, Lucia e Agnese, Gertrude non dispone di una rete che la protegga. La prepotenza che subisce non è episodica, ma continua, familiare, sociale. Non le viene imposto un singolo atto, ma un destino.

Manzoni insiste sul fatto che Gertrude cresce in un ambiente in cui la possibilità di scegliere viene progressivamente cancellata. Viene educata a desiderare ciò che altri hanno deciso per lei, fino a non distinguere più tra obbedienza e volontà. La violenza non esplode, ma si insinua, diventando norma, aspettativa, dovere.

In questo senso, la Monaca di Monza rappresenta il volto più inquietante della prepotenza. Non quella che schiaccia apertamente, ma quella che plasma dall’interno, fino a far coincidere la colpa con l’identità. Gertrude non diventa complice del sistema per scelta libera, ma perché non le è mai stata concessa una vera alternativa.

A differenza di Lucia, Gertrude non ha un’Agnese che sappia tradurre la dignità in strategia. A differenza di Renzo, non può nemmeno tentare una ribellione impulsiva. La sua vicenda mostra che la resistenza non è solo una qualità morale individuale, ma una possibilità sociale. Dove manca una rete di protezione, la prepotenza non viene contrastata, ma interiorizzata.

Con Gertrude, Manzoni chiarisce un punto essenziale. La cattiveria non produce solo vittime e carnefici, ma anche esistenze deformate, persone che finiscono per abitare un ruolo imposto. È il risultato estremo di una società che, invece di opporsi all’arbitrio, lo normalizza.

Come si fa a sconfiggere i bulli. La lezione di Alessandro Manzoni

Dopo aver mostrato la prepotenza che si impone, la paura che la rende possibile, le forme di resistenza che possono contrastarla e il caso estremo di Gertrude, in cui la resistenza viene impedita, Manzoni conduce il romanzo verso la sua risposta definitiva. Non una soluzione astratta, ma un cambiamento reale del contesto.

La cura non consiste nell’eliminare il prepotente con un gesto eroico, né nel ribaltare la violenza con altra violenza. Manzoni è molto chiaro su questo punto. La prepotenza non cade quando viene affrontata frontalmente, ma quando perde il terreno che la sostiene.

È qui che entra in gioco la trasformazione del potere stesso. Prima con L’Innominato, poi con l’intervento di Cardinale Federigo Borromeo. L’Innominato rappresenta una forma di dominio ancora più radicale di quella di Don Rodrigo. Eppure è proprio lui a mostrare che anche il potere più violento può incrinarsi quando incontra un limite che non può intimidire.

L’incontro con Lucia non è uno scontro, ma una frattura interiore. Per la prima volta il potere non ottiene obbedienza, né paura, né silenzio. Ottiene una domanda muta che non cerca compromessi. È questo che apre la crisi. La conversione dell’Innominato non è un miracolo improvviso, ma il risultato di un vuoto che il dominio non riesce più a colmare.

Il Cardinale Federigo Borromeo trasforma questa crisi individuale in responsabilità pubblica. Non esercita autorità attraverso il timore, ma attraverso la coerenza. Non umilia, non punisce, non schiaccia. Introduce un ordine diverso, in cui il potere non si auto-legittima, ma si misura con un bene che lo supera.

Come viene davvero sconfitto Don Rodrigo

È solo a questo punto che si comprende come e perché il bullo che ha dato vita alla prevaricazione, ovvero Don Rodrigo viene sconfitto. La sua fine non è spettacolare, né esemplare. Don Rodrigo non viene vinto da Renzo, né smascherato pubblicamente, né punito da un’autorità che prima non esisteva. Viene sconfitto per sottrazione.

Per tutta la prima parte del romanzo, il suo potere si fonda su tre elementi precisi: la paura diffusa, il silenzio collettivo, l’assenza di limiti riconosciuti. Quando questi elementi vengono meno, Don Rodrigo resta senza appoggi. Non è più temuto, non è più centrale, non è più protetto.

La peste lo coglie quando il sistema che lo sosteneva è già crollato. È solo. Non comanda più, non decide più il destino degli altri. La sua morte non è la causa della sconfitta, ma il suo epilogo. Don Rodrigo muore dopo aver perso il potere, non perché qualcuno lo abbia abbattuto, ma perché nessuno ha più bisogno di obbedirgli.

Manzoni suggerisce così una verità decisiva. Il bullo non è forte in sé. È forte finché viene riconosciuto come tale. Quando la paura smette di circolare, quando il silenzio non è più condiviso, quando l’arbitrio incontra limiti morali e sociali, il potere si svuota.

La cura per Alessandro Manzoni non è la vendetta, né la punizione esemplare. È la ricostruzione di un contesto in cui la prepotenza non può più prosperare. Un contesto in cui la resistenza non è solitaria, la paura non diventa norma e l’autorità non coincide con l’arbitrio.

Ne I promessi sposi, la cattiveria non è un destino inevitabile, ma un sistema che può essere incrinato. Non dal coraggio isolato, ma dalla convergenza tra coscienza morale, intelligenza sociale e responsabilità collettiva.

È questa la lezione più attuale di Manzoni. La prepotenza prospera nelle solitudini. La paura si rafforza nel silenzio. Ma quando una comunità smette di legittimarle, il potere che umilia resta senza voce.

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