La strage di Piazza Fontana

Piazza Fontana, il processo impossibile raccontato da Benedetta Tobagi

Figlia del giornalista ucciso dalle brigate rosse, Benedetta Tobagi narra fatti e personaggi del processo legato alla strage di Piazza Fontana

C’è una sottile linea rossa che lega Sant’Anna di Stazzema e Piazza Fontana. Intanto le vittime, quasi 500 a Sant’Anna il 12 agosto 1944, 17 e 90 feriti il 12 dicembre 1969, 50 anni fa nella prima strage dell’Italia Repubblicana. Ma non c’è più una guerra ed è per questo che si tratta di una data che costituisce una cesura tra un prima e un dopo. Ma soprattutto, l’analogia di una mancata giustizia che per Sant’Anna è giunta in modo parziale oltre 60 anni dopo per colpa di uno Stato che ha coperto le responsabilità e nel caso di Piazza Fontana ha partecipato attivamente al depistaggio e alla copertura dei responsabili, accusando innocenti e garantendo impunità ai colpevoli. Sant’Anna e Piazza Fontana diventano simboli di una giustizia diventata impossibile. Proprio a Sant’Anna di Stazzema sotto lo stimolo delle domande della Vice Capo Redattore Esteri del TG1 Francesca Capovani, Benedetta Tobagi, figlia di Walter, giornalista ucciso dal terrorismo rosso, ha presentato il suo Piazza Fontana, il processo impossibile che narra con passione fatti e personaggi del processo legato alla strage di Piazza Fontana. Un processo impossibile senza colpevoli. 

 Perché un libro su Piazza Fontana?

Per un interesse personale, una sorta di nemesi che viene dalla mia storia familiare che mi ha spinto ad analizzare una strage che segna un passaggio epocale nella nostra storia perché è la prima dell’epoca repubblicana. Non è una strage casuale, ma che si inserisce in un contesto storico preciso. Ho provato a farlo cercando di trasformare la mia ricerca in un racconto. Ed alcuni protagonisti sono dei veri e propri personaggi. 

 Qual è questo contesto ?

Siamo subito dopo  il 1968, che in Italia assume un carattere particolare, perché la protesta studentesca si saldò, caso unico in Europa, con quella operaia. Il giorno prima il Senato aveva approvato  lo Statuto dei lavoratori, una riforma epocale. In tutto l’anno si erano susseguiti tanti campanelli di allarme, i fatti della Bussola del capodanno 1969, a gennaio il caso Lavorini e poi i tanti attentati che mai avevano interessato le persone. A dicembre lo scoppio di Piazza Fontana nella Banca dell’Agricoltura che costituisce un salto di qualità nella tensione in una Italia che ha ritrovato la democrazia solo da venticinque anni e in cui stanno crescendo spinte verso un modello più autoritario. Quel giorno scoppiarono altre bombe a Roma e poi a Milano. Non è vero che non si voleva uccidere perché era il pomeriggio inoltrato e la Banca doveva essere chiusa: da decenni la Banca dell’Agricoltura apriva al venerdì pomeriggio per le trattative di piccoli operatori agricoli e la Banca era piena di persone come capitava ogni settimana. Piccoli proprietari che si incontravano: vi erano anche due adolescenti che andavano a pagare una cambiale per la mamma, con la promessa che in cambio avrebbero potuto vedere le vetrine delle vie del centro di Milano a due passi dalla Banca. Ben presto prese corpo la pista dell’eversione nera, ma solo perché si presentò un testimone, Guido Lorenzon. E partirono di nuovo le minacce e i tentativi di screditare e bloccare la nuova indagine. 

 Cosa rende impossibile il processo?

I depistaggi che iniziano con la pista anarchica contestualmente ai fatti, che evidentemente non reggeva. Poi il trasferimento a Roma e quindi, il ritorno a Milano alla vigilia delle elezioni del ’72, interrompendo il  processo agli anarchici che era appena iniziato. Infine, il trasferimento a Catanzaro, dove  per poter celebrare il processo si dovette allestire una sede che non esisteva. Si temeva che in Calabria il processo sarebbe stato definitivamente seppellito, perché ad esempio, gli  avvocati che lavoravano pro bono avevano difficoltà a seguire un processo a mille chilometri di distanza e così le famiglie delle vittime. Il  telegramma di una vedova con la figlia denuncia già tutto, i depistaggi, il sospetto di coperture, il dubbio sulla volontà di fare un processo. E invece quei giudici riuscirono a fare un lavoro straordinario, portando lo Stato alla sbarra. Ben presto l’indagine si indirizzò giustamente sulla pista del terrorismo nero che ha goduto di una copertura a diversi livelli, i testimoni furono minacciati e screditati.  Lo sgretolarsi della pista anarchica portò a un cambio di strategia nei depistaggi, dopo il ’74: per Brescia, per esempio, fu spinta una “falsa pista nera”. Il terrorismo nero conobbe successivamente una nuova escalation di violenza, con intrecci con ‘Ndrangheta e Mafia. E gli abusi di potere nelle inchieste sulle stragi contribuirono ad esacerbare l’escalation della violenza del terrorismo rosso. La reazione composta della città di Milano ai funerali fu una risposta importante per la democrazia. Trecentomila milanesi parteciparono silenziosi alle esequie, e oggi possiamo dire che la loro composta fermezza fu fondamentale nel bloccare ogni tentazione autoritaria.

Nasce la strategia della tensione…

L’espressione per coincidenza nasce pochi giorni dopo coniata dal settimanale britannico The Observer. Va detto che alcuni esponenti politici di spicco, come il Presidente della Repubblica Saragat, vedevano di buon occhio una svolta presidenziale o neocentrista, e  l’innalzamento del livello dello scontro sociale avrebbe potuto favorirla. 

Mi viene da dire che Piazza Fontana costituisce con una immagine di Conrad, il passaggio di una Linea d’ombra, il passaggio all’età adulta. Fu anche però un risveglio dello Stato che ha condannato apparati che favorirono depistaggi.  La Cassazione nel 2005  ha sancito le responsabilità dei gruppi di estrema destra di Ordine Nuovo, quindi abbiamo una verità storica, ma nessuno ha subito una condanna. 

Qual è l’eredità di Piazza Fontana ?

Le parole adatte a descrivere l’eredità di piazza Fontana credo possiamo trovarle in un articolo del 1975 del giornalista Corrado Stajano che è come un testimone da raccogliere oggi. La verità è venuta fuori per la volontà e la coscienza civile di alcuni uomini che dentro l’apparato dello Stato hanno sacrificato tutto alla libertà. Ci sono sempre persone che lottano anche contro forze che appaiono soverchianti che sabotano l’accertamento della verità. Vi è stata una sommatoria di sforzi anche figure dimenticate o quasi che hanno fatto la differenza che ci hanno regalato una verità storica su questa vicenda. 

© Riproduzione Riservata