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saggio sull'indifferenza

Perché l’indifferenza è un male della società di oggi

Oggi le circostanze venutesi a creare a seguito della massificazione della società ci inducono a ragionare sulle drammatiche conseguenze dovute all’opera passiva dell’indifferenza nella storia

Mentre nel Canto III dell’Inferno, Virgilio invita il Dante agens a ignorare la schiera informe e sordida degli ignavi con la celeberrima formula “non ragionar di loro, ma guarda e passa”, oggigiorno le circostanze venutesi a creare a seguito della massificazione della società e della politica ci inducono a ragionare sulle drammatiche conseguenze dovute all’opera passiva dell’indifferenza nella storia.

L’indifferenza secondo Gramsci

Indifferenti, idioti, nefandi e pazzi, leggendo alcuni scritti polemici di Gramsci, si scopre come ogni parola è prodotto di un retaggio, di una storia, è stratificazione semantica. Come gli idioti vengono emarginati dal dibattito pubblico mediante azioni di diffamazione e di dileggio, poiché comunemente ritenuti voci fuori dal coro, ineducati e stolidi, i pazzi, gli ubriachi, i nefandi, nell’accezione di refrattari, coraggiosi e pertinaci, diventano oggetti di studio, qualcosa di disallineato di cui comprendere i fomiti.

Negli anni in cui Gramsci scrive per la sezione torinese de L’Avanti e poi per L’Ordine Nuovo, egli è testimone di contraddizioni, tutte tipiche del costume italiano post-unitario. In fondo, come affermava anche il filosofo danese Søren Kierkegaard, l’uomo è paradosso e scandalo. Verissimo, ma anzitutto l’uomo è consapevolezza della propria condizione e la non accettazione o il mancato riconoscimento di questa è l’errore più nefasto che possa mai commettere un essere umano. Come alcune volte la pazzia può essere una via di fuga da una società degradata e insipida, oscillare tra uno stato di follia apparente e uno accertato è disturbante, perché una volta etichettato come pazzo, l’Enrico IV di Luigi Pirandello dovrebbe esserlo a vita. Inconsciamente si ritiene la pazzia una condizione irreversibile. Si crede che il diretto interessato, prima di rinsavire, debba mandare una lettera in carta bollata della sua riacquisita lucidità a tutti coloro i quali orbitano attorno a lui. Questa è pazzia.

Gli indifferenti di cui parla il pensatore sardo sono quelli che popolano le nostre vite, sono quegli individui sentenziosi e saccenti, cui piace infarcirsi la bocca – sino a quando non si sentono soffocare – di espressioni settoriali, di magniloquenti tecnicismi. Essi si credono portatori di una saggezza rivelata, si considerano alla stregua del caffettiere filosofo di Gioacchino Belli, si sentono investiti di una non ben identificata facoltà vaticinante e credono sia giusto, legittimo, entro i limiti delle loro sovrannaturali possibilità, poter giudicare, secondo stereotipi e banalità varie, la complessità della realtà circostante. Paradossalmente, al giorno d’oggi, gli indifferenti non sono coloro che rifuggono l’ascolto e si rinchiudono nella propria interiorità. Questi sono i veri indifferenti, gli apatici saggi stoici.

Come scrive Gramsci sia in un articolo raccolto in Piove, governo ladro! sia nello scritto Odio gli indifferenti (1917), gli imperturbabili della politica sono i più lamentosi e i più insolenti individui infestanti la crosta terrestre.

Estirpare l’indifferenza oggi

È altrettanto giusto considerare alcune specie di indifferenza come uno stato passeggero, transitorio, qualcosa che colpisce l’uomo in dati momenti della sua esistenza. Dirimpetto, la condizione di cui stiamo dibattendo è molto più profonda: si nasconde, si camuffa e intanto si diffonde. Ecco perché la minaccia degli indifferenti rimane una patologia da estirpare. Ogni bravo medico (e oggigiorno l’abbiamo imparato sin troppo bene) conosce l’importanza della classificazione dei sintomi e dell’individuazione dell’agente patogeno responsabile, però, nel caso in cui risulta difficile rilevare dei sintomi incontrovertibili, la faccenda si complica esponenzialmente. Gli asintomatici dell’indifferenza virulenta, in definitiva, sono dei perenni portatori sani che attraverso la loro opera abulica e qualunquista contribuiscono alla diffusione incontrastata dell’epidemia.

Il segreto della nostra civiltà

L’uomo è manicheo di natura, o bene o male. Siamo bramosi di simplicitas e dell’oraziana aurea mediocritas. Come i giudei, siamo ancora in attesa del Messia, sperando riguardi più ambiti possibili: una figura messianica universale. Lo vogliamo celebrare, innalzare, tributargli onori mondani e divini, per poi alla fine, in ultima istanza, crocifiggerlo, dopo averlo dipinto come un tiranno, un impostore, un traditore e chi più ne ha più ne metta. Questo è il segreto (abbastanza palese) della nostra civiltà; imputare a un individuo o a un gruppo omogeneo tutte le colpe, tutte le responsabilità, ci consente di ripartire sollevati e innocenti. È il rito di abluzione della Storia, è un lavaggio di coscienze universale. È necessario che i sopravvissuti vengano ribattezzati in un affollato fonte battesimale per cancellare gli orrori del passato e rinascere a nuova vita.

Il poroso tessuto dell’indifferenza assorbe ogni contrasto, ogni dissenso e una volta scemato l’interesse te lo rigurgita in una foggia più digeribile, cosicché tutti ne possano apprezzare il valore senza capirne effettivamente il messaggio. Infausto epilogo che attende quei prodotti con ambiziosi progetti educativi e morali – su larga scala – è quello della nicchia.

Il paradosso

Il paradosso ritorna sempre: ciò che è popolare, in un catafratto ribaltamento posizionale diventa elitario, per pochi, disprezzato dai suoi stessi discepoli. Forse l’indifferenza non è una semplice pandemia comportamentale, è qualcosa di già codificato nei nostri geni. Chi può dichiarare di non esser mai stato indifferente? In alcune persone è in uno stato di quiescenza e aspetta solo che questi presti il costato alla lancia fatale. Estromettere l’indifferenza dalle nostre vite sarebbe un atto contro natura, però sarebbe un atto, forse, necessario.

Per quanto possa sembrare una contraddizione in piena regola anche il partigiano è un indifferente. Non tutti, sia ben chiaro, ma i più. Esser partigiano detiene un significato nobile: il problema infatti, sorge quando ci si interfaccia a un sentimento così dignitoso, quasi puro, con un approccio particolarista, atomista e intollerante. Si proviene da un retroterra culturale infecondo e sterile perché si possa essere al contempo sia partigiani delle proprie idee sia difensori di quelle altrui, opposte alle nostre.

Le conseguenze dell’indifferenza

L’indifferenza uccide. Produce quegli atteggiamenti tipici del costume italiano: l’omertà, il lassismo, il furor retorico, l’indignatio giovenaliana fine a se stessa. Coloro che pregano tutte le notti per l’arrivo di un salvator mundi che ci risolleverà dalla nostra miseria esistenziale non sono poi tanto differenti da coloro che confidano ardentemente in una sincera azione di massa. Sì, anch’io odio gli indifferenti, soprattutto quando essi sono altresì espressione dell’ipocrisia dilagante.

Se ognuno di noi avesse riguardo, un minimo di cura verso i propri frequentati (che essi siano del nucleo famigliare o amici poco importa), allora mi accoderei a Leopardi e sarei il primo a invocare una mutua cooperazione tra le persone. Peccato però che Giacomino, seppur viene letto e studiato a scuola da decenni, continuerà a essere sempiternamente il pessimista italiano per antonomasia e di social catene se ne parlerà solo all’interrogazione su La ginestra o durante le conferenze monografiche sul poeta recanatese.

Francesco Palladini

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