La scomparsa

Kobe Bryant, l’artista del basket capace di emozionare e intrattenere il pubblico

L’ex cestista dei Lakers Kobe Bryant è scomparso insieme alla figlia di 13 anni Gianna e ad altre sette persone a bordo di un elicottero. La sua eredità come uomo e artista
Kobe Bryant, l’artista del basket capace di emozionare e intrattenere il pubblico

La scomparsa di Kobe Bryant ha colpito tutti, non solo gli amanti del basket e dello sport. L’ex cestista dei Lakers è scomparso ieri mattina (ore 19 in Italia) insieme alla figlia di 13 anni Gianna e alle altre sette persone che erano a bordo dell’elicottero che si è schiantato al suolo a Calabasas, presumibilmente a causa della nebbia fitta.

Il legame con l’Italia

La notizia ha scioccato tutti, in America come in Italia, dove Kobe è cresciuto dai 6 fino ai 13 anni di età, spostandosi nelle varie città dei club per i quali giocava il padre: tra il 1984 e il 1991 passò da Rieti a Reggio Calabria, per proseguire a Pistoia e infine a Reggio Emilia. Poco importa in questa sede soffermarsi sui suoi record sportivi (tra tutti i 5 titoli NBA e le due medaglie d’oro olimpiche): chi lo ha conosciuto in campo e fuori parla di un esempio di vita, un professionista serio, “maniaco” dei dettagli e della perfezione, ma al tempo stesso altruista e generoso.

Mentalità vincente

Una mentalità vincente, quella di Black Mamba (soprannome scelto da lui stesso ispirandosi al film ‘Kill Bill’ di Quentin Tarantino), possibile grazie ai principi che lui stesso ha confessato di aver imparato durante gli anni trascorsi in Italia e raccontati nel libro “The Mamba mentality. Il mio basket“. Tra questi, spicca il come sia riuscito a superare le proprie paure: “Ho avuto paura nella mia vita, ma l’ho sempre accettata come sfida, non ho mai lasciato che ne fossi preda. L’ho imparato da giovane, per la prima volta al Camp Cotigliano di Pistoia – racconta in un’intervista alla Gazzetta dello Sport – dove c’era anchea Mario Boni. In una gara ero nervoso e giocai male, quella sera cercai di capire perché era accaduto. Questa filosofia ha radici in quella nottata”.

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Dalla lettera d’addio all’Oscar

Una vita per il basket che lui stesso ha avuto modo di raccontare attraverso una lettera con cui annunciò il proprio ritiro al basket nel 2015, convertita in un cortometraggio animato intitolato Dear Basketball. Nel gennaio 2018 fu annunciato che la lettera sarebbe stata candidata all’Oscar come miglior cortometraggio d’animazione, ed il 4 marzo 2018 la pellicola vinse la statuetta, rendendo Kobe il primo sportivo in assoluto a vincere il prestigioso premio.

Artista eterno

Il mondo dello sport ha regalato alla storia campioni senza tempo, capaci con le proprie performance agoniste di essere etichettati come artisti grazie alle rispettive vittorie e gesti atletici. Non a caso il giornalista di Sky Flavio Tranquillo per commentare la scomparsa di Kobe Briant ha a utilizzato una frase di Alberto Moravia dopo il delitto Pasolini: “Voi non lo sapete, ma quando muore un poeta è un dramma per tutti”. Secondo il giornalista, Kobe Bryant è stato infatti un Poeta per tutto lo sport mondiale, uno capace non solo di ispirare, ma anche di intrattenere, come un vero performer durante un’exhibition, uno spettacolo a teatro o al cinema, milioni di persone. Come tutti gli artisti, a prescindere dal rispettivo campo d’appartenenza, di “Black Mamba” rimarrà il suo lascito, non solo le sue partite ed i suoi record, ma anche tutto il resto, un esempio senza tempo come tanti altri artisti che, attraverso le rispettive opere, sportive e non, sono riusciti a emozionare intere generazioni e spingere all’emulazione coloro che come lui vogliono affermarsi nella stessa disciplina sportiva.

L’impegno nel sociale

Non soltanto un cestista, ma un uomo impegnato anche nel sociale: l’ex atleta è stato a capo della Kobe Bryant China Fund per favorire l’educazione scolastica e sportiva dei ragazzi in Cina. Nel 2011 fondò invece con sua moglie Vanessa la Kobe & Vanessa Bryant Family Foundation, con cui si impegna nel sociale verso i più giovani abitanti di Los Angeles in difficoltà economico-sociali. È anche ambasciatore ufficiale dell’After-School All-Stars, organizzazione non-profit che provvede al doposcuola dei ragazzi di tredici stati degli Stati Uniti, e in generale fu protagonista di tante altre iniziative benefiche, come quando donò 1 milione di dollari per aiutare i soldati a integrarsi nella vita civile dopo la guerra.

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