Etnologia

Il senso del divino nelle culture primitive

Il senso del divino è una delle caratteristiche che accomunano tutte le civiltà del pianeta. Ce ne parla la poetessa Francesca Rita Rombolà
Il senso del divino nelle culture primitive

La ricerca del Divino si esprime in molti modi, e ogni cultura ha i propri. Danze, canti, riti magici, liturgie raffinate possono sembrare all’apparenza espressioni di contenuti lontanissimi tra loro, forse perfino contrastanti. In realtà poggiano tutte sulle intuizioni più elevate dello spirito e, in fondo, sullo sforzo che l’uomo compie per giungere in qualche maniera a contatto con un’entità suprema, cioè Dio.

Feste, riti e danze, offerte votive, uccisione e sacrificio di animali ritenuti sacri sono comuni in tutte le culture ancora primitive. Riti di morte e risurrezione si trovano nei rituali dei Damari del Sudafrica, nei Boscimani dell’Africa australe, negli Ottentotti, negli Herero del Sudovest dell’Africa. L’idea di un Essere Creatore è presente presso i Bantù insieme al culto degli Spiriti delle forze naturali e degli Spiriti degli antenati. I Semang della Malacca, in Asia, venerano il gra dio Ta Pedn che tutto vede e penetra, e che ha creato l’uomo e la donna modellandoli dalla creta. Gli Aeta, nelle Filippine, adorano un “Gran Dio Creatore”, signore della selvaggina, cui vengono offerte le primizie della terra. Tra la Birmania e Sumatra un altro popolo di “primitivi” adora il dio Puluga, dio dell’uragano, del lampo, del tuono e dei monsoni.

Riti magici e funerari, processioni cultuali e culto degli animali sacri, fede in una certa sopravvivenza dell’anima dopo la morte, l’esistenza di santuari e di divinità testimoniano la prima angosciata ricerca del Divino da parte dell’uomo preistorico. Caverne decorate con animali trafitti e raffigurazione di orme animali presentano un chiaro carattere di santuari. I segni del Divino si moltiplicano nelle età successive: l’età del bronzo e del rame. Si divinizzano pietre, alberi, sorgenti. In una grotta del monte Ida, a Creta, è stata rinvenuta una gemma dell’età minoica che raffigura un sacerdote che suona la conchiglia davanti ad un altare ornato col simbolo del corno del toro e di rami di albero. A St. Moritz, in Francia, erano considerate sacre, e perciò divinizzate, le sorgenti minerali a causa delle loro qualità terapeutiche. La principale delle due condotte, che convogliava tali acque, portava infisse nel legno due spade di bronzo, un pugnale e una spilla, testimonianze dirette di offerte votive presentate alla divinità della sorgente. Il sole fu forse la divinità principale. La copia in bronzo di un carro cultuale trovato a Trundholm, in Svezia, lascia vedere chiaramente che sul carro era collocato un grande disco di bronzo con una delle due facce rivestita di una foglia sottile di oro puro.

Pierre Gordon, studioso di storia delle religioni ed etnologo, osserva:«Ciò che unifica e spiega queste manifestazioni e la ricerca del Divino nell’uomo è il rituale di morte e risurrezione, cioè quel complesso di dottrine e di discipline che tende a svincolare il pensiero umano dall’attaccamento al mondo fisico per indurlo ad entrare in un mondo di energia invisibile fuori dal tempo e dallo spazio. Questo mondo divino di luce, di sapere e di potenza si comunica all’uomo solo quando gli sforzi dell’intelligenza sono sostenuti da altrettanti vigorosi sforzi morali, che si manifestano nell’ascesi. E’, quindi, fondamentalmente errato ritenere che le religioni dei primitivi o dei semi-civili siano un brulichìo di culti rudimentali e informi nati dal semplice gioco della fantasia sotto lo stimolo di ciechi istinti. In realtà, queste religioni hanno le loro fondamenta su idee e concetti molto elevati».

Nelle capanne rituali, nelle maschere sacre, nel totem, nelle danze, nei riti spesso crudeli delle iniziazioni, nel culto del sole, della luna, della terra, dei venti, nel culto degli antenati si condensa da sempre l’immensa ricerca che l’uomo fa per raggiungere, in modi diversi, un essere trascendente e supremo chiamato Dio. In conclusione vi propongo una preghiera, o forse un canto rituale, una poesia che si avvicina al Divino e ne brama il contatto, intensa quanto immediata recitata dai Semang della Malacca.

Possente spirito Ta Pedn
tutto dal tuo soffio vitale
è pervaso, e vive
tutto dal tuo alito di morte
è attraversato, e muore.
Scorre l’acqua del fiume
insieme alle generazioni
per sempre.

Francesca Rita Rombolà

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