Il ricordo di Giovanni Falcone

L’eredità di Giovanni Falcone. Ricordarlo oggi per combattere l’odio

Perché è importante ricordare oggi Giovanni Falcone? Lo abbiamo chiesto a Gabriele Santoro, giornalista e autore del libro "La scoperta di Cosa Nostra"
L'eredità di Giovanni Falcone. Ricordarlo oggi per combattere l'odio

La nascita del Pool antimafia

Nella splendida prefazione di una raccolta di scritti e testimonianze del giudice Rocco Chinnici, Paolo Borsellino ricostruì con queste parole la genesi del Pool antimafia palermitano nel quale lavorò con Giovanni Falcone, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta:

«Chinnici scelse uno per uno noi magistrati che, solo dopo la sua morte, avremmo costituito il cosiddetto “pool antimafia”. Ci prospettò lucidamente le difficoltà e i pericoli del lavoro che intendeva affidarci, ci assistette e ci spronò a superare diffidenze e condizionamenti: poiché allora, con carica non meno insidiosa dell’arrogante tracotanza di oggi, si manifestavano gli ostacoli frapposti dalla “palude” al nostro lavoro».

E ancora: «Chinnici credeva fermamente nella necessità del lavoro di équipe e ne tentò i primi difficili esperimenti, sempre comunque curando che si instaurasse un clima di piena e reciproca collaborazione e di circolazione di informazioni fra i “suoi” giudici. Per suo merito, nell’estate del 1983, si erano realizzate, pur nell’assenza di un’idonea regolamentazione legislativa, ancora oggi mancante, tutte le condizioni per la creazione del pool antimafia, che, infatti, subito dopo fu possibile realizzare sotto la direzione di Antonino Caponnetto, il quale continuò meritoriamente l’opera di Rocco Chinnici e ne realizzò il disegno».

Il metodo Falcone

Nel 1979, quando Falcone arrivò a Palermo nella sesta sezione penale, ufficio istruzione, trovò in Rocco Chinnici una guida fondamentale. Il consigliere istruttore gli affidò inchieste complesse sulla mafia che riguardavano la nuova frontiera dell’eroina, il riciclaggio. Esse più in generale coglievano il sistema di relazioni proprio dell’organizzazione mafiosa. Il pool antimafia ispirato da Rocco Chinnici adotterà il cosiddetto metodo Falcone.

Il fenomeno mafioso è unico e unitario, e solo in una visione complessiva, globale si possono poi studiare e approfondire le singole strategie, ci ha spiegato innanzitutto Falcone. Follow the money era il suo metodo. Seguire le tracce del denaro, perché il riciclaggio di denaro costituisce il cuore dell’attività mafiosa. Falcone inaugurò una strategia investigativa innovativa per l’Italia che rivoluzionerà la storia della lotta a Cosa Nostra.

Il risultato del Maxiprocesso

Il 30 gennaio 1992 alla conclusione del Maxiprocesso, istruito dai giudici del Pool, con la condanna all’ergastolo in Cassazione della cupola di Cosa nostra, fu confermata l’esistenza di un’organizzazione criminosa caratterizzata da una struttura verticistica e dall’aggregazione di diversi nuclei operativi uniti dalla ricerca di profitti illeciti con metodi di sopraffazione e intimidazione.

Questo risultato fondamentale, che vide protagonisti Falcone e i colleghi, nella storia del contrasto alla criminalità nasce e si comprende non dimenticando i tanti magistrati, come il lungimirante giudice Cesare Terranova che già negli anni Sessanta aveva incriminato i Riina e Provenzano, investigatori e uomini delle forze dell’ordine che hanno seminato per giungere a questa svolta.

L’esistenza della mafia

All’inizio del decennio degli anni Ottanta ancora si metteva in discussione l’esistenza stessa della mafia, spesso definita come una semplice associazione per delinquere, quando Chinnici oltre ad aver definito l’essenza del potere di Cosa nostra, ne aveva delineato l’unitarietà e l’interdipendenza fra le famiglie mafiose. Il fenomeno necessitava di una lettura non più frammentaria.

Scrisse Falcone un anno prima della sentenza definitiva della Cassazione:

«È risultato di grande rilievo che sia stata autorevolmente confermata dai giudici di secondo grado, l’esistenza e l’unicità di un’organizzazione criminale che, per numero dei suoi membri e per pericolosità, non ha uguali nel mondo occidentale. La precisazione è d’obbligo: finalmente si è giunti a una incontestabile identificazione della natura e delle dimensioni del “nemico” da combattere.»

Lungo la strada di questo riconoscimento Falcone e Borsellino persero uomini decisivi come Ninni Cassarà, anima e intelligenza unica della Squadra mobile di Palermo, e Beppe Montana. L’azione investigativa di Cassarà fu fondamento del Maxiprocesso. Usando le parole di Borsellino dopo la loro uccisione «non è esistita una sola struttura di polizia in grado di consegnare ai giudici un rapporto sulla mafia degno di questo nome.»

Da Palermo Falcone offrì una visione d’insieme del crimine transnazionale con le connessioni mafiose tra l’Isola e gli Stati Uniti. Gli investigatori statunitensi rimasero colpiti dal carisma naturale che Falcone esercitava e dai successi delle operazioni Pizza connection e Iron Tower. Falcone fu in grado di costruire un dialogo con il collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta. Quest’ultimo, seppure non si spinse oltre un certo limite, garantì una lettura dall’interno di Cosa nostra.

La solitudine di Giovanni Falcone

Il magistrato, nato alla Kalsa, sapeva soffrire e sopportare la solitudine molto più degli altri senza arrendersi. «Molti lo ricordano ancora oggi per il rigore delle sue indagini. Riconoscendogli, anche a livello internazionale, la grande professionalità e il merito di avere scoperto cosa significasse Cosa Nostra. Pochi ricordano i momenti più tragici della sua vita e gli attacchi subiti anche da chi riteneva amico e il grande isolamento in cui fu costretto a vivere, rendendo ancora più pericolosa la sua vita», ha sottolineato la sorella Maria Falcone. Non dimentichiamo che la prima statua in memoria di Falcone è stata eretta in America a Quantico nell’accademia dell’Fbi, nel 1994. Mentre in Italia per avere una lapide commemorativa al Ministero di giustizia si è aspettato fino al 2002.

La stagione dei veleni

Dopo l’addio del consigliere istruttore Antonino Caponnetto. L’uomo, tornato in Sicilia per proseguire il lavoro intrapreso da Rocco Chinnici, a Palermo il decennio di lotte che aveva prodotto il Maxiprocesso entrò in una fase di reflusso o “normalizzazione.” Il 19 gennaio 1988 il Consiglio Superiore della Magistratura per la carica di guida dell’Ufficio Istruzione, al posto di Caponnetto, indicò per questione d’anzianità Antonino Meli, scartando la candidatura autorevole di Falcone non raramente accusato di protagonismo giudiziario.

L’apice della stagione dei veleni fu l’attentato mancato all’Addaura: 58 candelotti di esplosivo rinvenuti il 21 giugno 1989 nel tratto di scogliera tra la casa, presa in affitto da Falcone, e il mare. Dopo la conferma in sede giudiziaria della validità dell’impianto accusatorio del Maxiprocesso con il progressivo smantellamento del pool, l’azione repressiva del fenomeno mafioso perse di slancio e d’efficacia.

In seguito alla sentenza del Maxiprocesso del 16 dicembre 1987, che inflisse 2665 anni di carcere ai mafiosi, Falcone segnalava invece la necessità di un ulteriore salto di qualità nella strutturazione del lavoro antimafia. Un’urgenza che lo portò da Palermo a Roma, dove ricoprì la carica di Direttore generale degli affari penali del Ministero di giustizia. L’impegno coerente di Falcone si interruppe solo con il suo assassinio.

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La strage di Capaci

Alle 17.56 del 23 maggio 1992, su una curva dell’autostrada che dall’aeroporto di Punta Raisi corre verso Palermo, la potentissima deflagrazione di oltre cinquecento chili di tritolo, scavando un cratere, uccise Giovanni Falcone. Con lui morirono la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Sopravvissero all’attentato i poliziotti Angelo Corbo, Paolo Capuzza e Gaspare Cervello, che viaggiavano sulla terza auto blindata di scorta. Con loro è sopravvissuto Giuseppe Costanza, autista di Falcone, che sedeva nel sedile posteriore della vettura guidata dal giudice.

La strage di Capaci è una ferita ancora aperta della storia repubblicana e l’ha segnata in profondità. Oggi più di ieri è vivo un invito del giudice. Affrontando la sfida alla criminalità organizzata ciascuno è chiamato alle proprie responsabilità. Non possiamo cedere alla tentazione di delegare a pochi la missione della lotta alla mafia. O restare indifferenti a ciò che in una società libera è affare di tutti.

Falcone non amava la retorica dell’eroe. Era un uomo concreto e fallibile. Sapeva commisurare la paura con il coraggio. Prese atto della situazione in cui si trovava fino all’ultimo seppe agire come le circostanze richiedevano. Per questo non ne deve essere perduta la memoria.

Gabriele Santoro

Gabriele Santoro (Roma 1984) è giornalista professionista dal 2010. Ha lavorato per Adnkronos, gli esteri di Rainews24, Tv2000 e il Venerdì di Repubblica. Dal 2012 collabora con le pagine culturali de Il Messaggero. Scrive per le riviste online Minima&moralia e Il Tascabile – Treccani. E’ autore del libro “La scoperta di Cosa Nostra“, edito Chiarelettere.

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