Editoriale

Coronavirus, quando la globalizzazione scopre il dilemma dell’isolamento

Il Coronavirus ci ha reso più deboli, più soli. Ci ha fatto comprendere che dipendere troppo da un'unica realtà può essere controproducente quando si verificano delle calamità

editoriale-saro

Come è strano il mondo. Eravamo sempre più convinti che i confini, le barriere non potessero più esistere. E, invece, un invisibile nemico dell’uomo, dallo strano nome di Coronavirus, ci fa riscoprire i limiti territoriali. Arriva l’ordine di stare chiusi in casa, rimanere bloccati nel proprio territorio, per limitare gli effetti di un contagio che di ora in ora diventa sempre più elevato.

In Italia, Lombardia e Veneto, per primi, hanno messo in atto con grande coraggio da parte dei loro amministratori, delle ordinanze mirate a limitare al massimo il contatto tra le persone. Come non condividere tale scelta, che in barba alle logiche dettate dall’economia e dall’opportunità politica, hanno avuto la forza di porre dei freni alla libera circolazione delle persone, per salvaguardare la popolazione dalla diffusione del virus.

Ci vuole coraggio a farlo, proviamo a pensare agli effetti sulle aziende piccole, medie e grandi, che saranno costrette a subire delle perdite significative, mandando inevitabilmente in crisi diverse di queste realtà. Ma il contagio impone delle scelte che non possono essere messe in discussione, bisogna arginare la diffusione del virus, al fine di limitare il più possibile i danni.

Quanto sta avvenendo diventerà oggetto di libri, film, documentari, serie televisive. Sarà studiato nelle università e proposto agli studenti a scuola. Di certo, la scoperta dell’isolamento, della chiusura da parte di una buona fetta di umanità che aveva ormai perso il senso dei confini e delle barriere, avrà degli effetti sulla percezione di ciò che era ormai considerata una strada senza ritorno: la globalizzazione.

La globalizzazione è una ricchezza culturale per l’intera umanità, è una condizione necessaria per la salvaguardia della libertà individuale e per la parificazione dei popoli. Ma la globalizzazione – abbiamo imparato in questi anni – rischia di trasformarsi in globalismo, nel momento in cui una o più potenze economiche mondiali vogliono diventare egemoni, oppure quando poche realtà economiche tendono a dividersi il controllo dell’intera economia mondiale.

Molte realtà della nostra povera Italia hanno conosciuto ampiamente gli effetti del globalismo e malgrado ciò il nostro Paese ha avuto la capacità di non piegarsi all’egoismo, mettendosi sempre al servizio della comunità internazionale. Per quanto le scelte del governatore della Basilicata, di mettere in quarantena gli italiani provenienti da Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e Liguria, o del sindaco di Ischia, che vuole bloccare l’accesso nell’isola, siano criticabili, per non dire inaccettabili, possono tuttavia trovare una facile giustificazione dal punto di vista dell’emotività generale che si respira. Sono sicuro che nelle prossime ore avranno il buonsenso di pensare e agire diversamente e di ricordare che molti loro concittadini e corregionali sono andati al nord anche per aiutare le famiglie d’origine.

Trovo più sgradevole la chiusura dei confini agli italiani proposta da stati limitrofi o vicini. Questa scelta è decisamente fuori da ogni logica di rispetto per il nostro Paese e per la nostra popolazione. Anche qui, immagino subentrerà il buon senso. Oggi bisogna unire le forze e aiutarci l’un l’altro. La soluzione al virus può arrivare solo dalla condivisione delle esperienze dei medici e dei ricercatori dei vari paesi del mondo.

Penso che questo sia il momento più importante per il futuro stesso di un pensiero davvero globale. Se i vari stati non faranno quadrato, ma ciascuno cercherà di difendere solo i propri confini, si aprirà la strada alle scelte isolazioniste. Chi potrà condannare i Paesi che sceglieranno il Sovranismo, i loro elettori avranno tutte le ragioni per proseguire il futuro in una logica sempre più locale. Penso che se ciò dovesse accadere l’isolamento diventerebbe inevitabile e sostenibile da parte di tutte le popolazioni mondiali.

Il coronavirus detterà, quindi, più di quanto accaduto per altri gravi problemi sociali, la strada sul futuro del mercato globale e della globalizzazione. Diventerà il bivio di un nuovo modo di vedere i confini e le diversità economiche, politiche, culturali. Saranno le scelte fatte dai governanti delle diverse nazioni mondiali a segnarne la strada.

Certo è, che oggi ci ha reso più deboli, più soli. Ci ha fatto comprendere che dipendere troppo da un’unica realtà può essere controproducente quando si verificano delle calamità. Distribuire in modo più eguale produzione, risorse e ricchezza potrebbe garantire il necessario equilibrio utile alla reciproca assistenza. La logica della concentrazione economica indiscriminata, simbolo del globalismo, sta manifestando con forza i grandi limiti di un modello interpretato molte volte male dalla politica. La ridistribuzione economica e produttiva, diversificata in quanti più Stati e aree del Pianeta, può garantire nel futuro lo sviluppo dell’uguaglianza tra i popoli e la salvaguardia di un mercato globale, che, come tale, diventerebbe la vera ricchezza per il Pianeta.

Saro Trovato

© Riproduzione Riservata
Commenti