Università, il numero chiuso è davvero la soluzione?

In risposta all'articolo di Milena Gabanelli sul Corriere, abbiamo intervistato due rappresentanti del Senato Accademico dell'Università degli Studi di Milano
università italiana intervista gabanelli
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MILANO – In un articolo uscito martedì sul Corriere, Milena Gabanelli traccia una panoramica desolante del sistema universitario italiano. Noi di Libreriamo abbiamo voluto includere il parere degli studenti e abbiamo intervistato due rappresentati al Senato Accademico dell’Università degli Studi di Milano.

La media di laureati è la più bassa d’Europa

«Peggio di noi solo la Romania». Milena Gabanelli traccia una panoramica non certo incoraggiante sullo stato del sistema universitario italiano. Il dato più problematico riguarda il numero di laureati: In Italia abbiamo la più bassa percentuale d’Europa, solo il 29,4% contro la media europea del 40%. «Per recuperare terreno dovremmo rincorrere gli studenti e incentivarli a prendersi un titolo di studio, invece mettiamo ostacoli». Il primo ostacolo, secondo la Gabanelli, è il numero chiuso. E adduce l’esempio della facoltà di Medicina, dove l’introduzione del numero chiuso ha progressivamente causato una strozzatura nel numero di iscritti, che rischierà nei prossimi dieci anni di lasciare milioni di famiglie senza medico di base. Il secondo ostacolo è il numero dei docenti: siamo costretti a limitare il numero di studenti perché non abbiamo professori. Dal 2008 a oggi sono scesi da 63.228 a 53.801. Infine, il terzo ostacolo, il più importante: «l’università italiana è fra le più povere d’Europa: in rapporto al Pil spendiamo lo 0,9 per cento contro l’1,2 per cento della Germania, l’1,3 della Spagna, l’1,5 della Francia, per non parlare degli inglesi che sfiorano il 2 per cento».

Ma cosa ne pensano gli studenti?

Dati alla mano, i fatti sono questi. Ma cosa ne pensano gli studenti universitari? Abbiamo intervistato Giovanni Granata e Lorenzo Cardani, rispettivamente al primo anno di Laurea Magistrale in Fisica, e al terzo anno di Giurisprudenza, entrambi studenti rappresentanti al Senato Accademico dell’Università degli Studi di Milano.

Sei d’accordo con la panoramica che traccia Milena Gabanelli?

Entrambi i rappresentanti concordano con la panoramica tracciata da Milena Gabanelli. «Il tema più rilevante è quello economico» – afferma Giovanni Granata, che sottolinea in particolare l’assenza di un sistema welfare adeguato alle esigenze degli studenti. Le tasse sono troppo alte e mancano le borse di studio: «L’ascensore sociale universitario non funziona a sufficienza e così prima esclude e poi penalizza una notevole fetta dei diplomati. Questa mancanza di welfare universitario non solo limita l’accesso, ma mette in difficoltà le famiglie durante il percorso, ostacolando l’avanzamento della carriera universitaria. «È necessario – aggiunge Lorenzo Cardani – oltre ad una analisi dettagliata dei dati, focalizzarsi maggiormente sulla persona, sugli studenti e i professori che nell’università vedono una possibilità di crescita sia professionale che umana, ed è da questo desiderio di crescita che bisogna ripartire».

Numero chiuso: è davvero la soluzione?

«Il numero chiuso ha portato inevitabilmente ad una strozzatura nel numero di
immatricolati e di conseguenza di laureati, eliminare il numero chiuso può essere una
soluzione solo se le misure adottate per aumentare i posti disponibili siano prese in modo ragionevole, graduale e non dannoso nei confronti della didattica», dice Lorenzo Cardani.

Anche Giovanni Granata affronta la questione in termini pratici: «In diversi casi, come stabilito da sentenze del TAR, gli atenei hanno imposto il numero chiuso senza rispettare  le condizioni della legge 624, secondo la quale si può istituire un test di ammissione solo in presenza di oggettivi problemi di capienza. Quindi spesso il numero chiuso è stato usato come una bandiera per fingere di combattere il problema degli abbandoni, operando un’esclusione a priori. Ad ogni modo, in molte situazioni ci sono attualmente grosse carenze strutturali, limitarsi ad eliminare ogni sbarramento creerebbe una situazione difficilmente sostenibile. Non per questo dobbiamo rifiutarci di considerarlo un obiettivo a lungo termine, oppure di proporci di aumentare progressivamente il numero di posti, in seguito ad investimenti adeguati».

Di cosa hanno veramente bisogno gli studenti universitari per essere incentivati allo studio e alla laurea?

«Un sistema di welfare universitario che permetta agli atenei di fungere da veri ascensori sociali e smetta di escludere così tanti diplomati» risponde Giovanni Granata.
«Esiste però contemporaneamente anche un problema di eccessivi abbandoni, che può e deve essere affrontato con un sistema migliore di orientamento in entrata ed in itinere: serve facilitare una scelta consapevole del corso di laurea, nonché provare a prendere per mano e reindirizzare chi, per qualsiasi motivo, abbia sbagliato scelta. Infine, spesso gli studenti alle prime armi sono abbandonati a loro stessi, in un ambiente che non conoscono: se non comprendono come affrontare lo studio possono avere grosse difficoltà. Serve predisporre sistemi di tutoraggio che consentano loro di essere adeguatamente guidati e consigliati».

«Gli studenti hanno bisogno di una università dove possano coltivare e condividere i propri interessi», conclude Lorenzo Cardani. «Bisogna che lo studente possa essere messo nelle condizioni, innanzitutto di studiare, per cui spazi dove studiare e borse studio per permetterlo a chiunque, e di appassionarsi alla realtà; ciò è possibile solo quando come professori si hanno dei maestri in grado di trasmettere passione per lo studio e per la realtà».

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