Vite – Racconto di Francesco Donnicola

Vite - Racconto di Francesco Donnicola

E’ uno dei tanti giorni caldi e afosi che il mese di maggio ci offre. L’isola si mostra come sempre arida e guardando in lontananza, l’asfalto e le rocce, brillano e tremano sotto i raggi di sole. Il mare è di un blu cristallino accarezzato da una leggera brezza che arriva da sud-ovest.
La sveglia suona all’alba e con il suo frastuono si dà inizio ad un’altra giornata, chissà, forse nell’ attesa dell’ennesima chiamata di soccorso che ci informava di un barcone carico di vite umane in difficoltà.
Io ed i miei compagni di turno di soccorso, il cosiddetto turno SVH (sauvez la vie humaine) o i cosiddetti uomini del turno SAR (search and rescue), ci ritroviamo al bar dell’isola a fare colazione ripensando ad alcuni episodi che durante i mesi dell’” Emergenza del Mediterraneo” abbiamo dovuto affrontare, alle vite umane perse, ai cadaveri raccolti, ma per fortuna anche alle vite umane salvate. Un attimo di silenzio. Ognuno torna a gustare la propria colazione. Poi tutti a bordo.
La mattinata scorre veloce. A bordo ognuno svolge le proprie mansioni: chi si occupa della sala macchine, chi degli apparati elettrici, chi delle dotazioni di soccorso sempre pronte all’uso, tra cui barelle, acqua, medicinali, guanti, mascherine e tutto l’occorrente per il primo soccorso. Mai trovarsi impreparati.
Mentre la giornata sembra scorrere tranquilla, ecco che, nel tardo pomeriggio, il telefono squilla: il centro operativo intercetta un bersaglio sui radar e “aggancia” un telefono satellitare. Corriamo immediatamente a bordo, approntiamo l’unità e in pochi minuti molliamo gli ormeggi in direzione sud, rotta 180°. Mentre lasciamo il porto, la centrale ci comunica via radio i dettagli dell’ipotetico bersaglio, il tipo di barcone e quanti occupanti ci sono a bordo. Il sole ormai è a capolinea e si perde all’orizzonte sotto l’immensa distesa di mare, mentre noi, dell’equipaggio SAR, ci prepariamo ad affrontare un’altra notte in bianco con la speranza di portar in salvo altre vite umane.
La navigazione procede spedita, l’equipaggio è pronto per qualsiasi evenienza, tutti equipaggiati con giubbotti salvagente e imbragature. I sistemi di soccorso approntati, dalle zattere di salvataggio, ai salvagenti, alle barelle e per i casi estremi anche i sacchi recupero cadaveri. Tutti vigili e attenti nel rintracciare quel barcone, chi con le spazzate radar, chi con il visore notturno, chi invece ad occhio nudo come i vecchi marinai di un tempo.
Finalmente il radar di bordo inizia a battere un bersaglio sconosciuto e procediamo lungo la rotta in direzione del target. Io sono posizionato a prua dell’unità che scivola veloce sull’acqua nell’immenso blu della notte, dove le stelle la fanno da padrone e gli spruzzi di acqua salata s’infrangono sul volto lasciando i segni della salsedine. Quell’immenso buio viene squarciato dal “gracchiare” della radio portatile che ho addosso, dove i miei compagni comunicano con la centrale operativa i vari cambiamenti di rotta che facciamo per raggiungere i vari bersagli intercettati e controllati durante la navigazione. All’improvviso i fari proiettori si accendono e puntano in lontananza nel vuoto. Dopo poco, ecco scorgere dal buio, il barcone con circa 400 persone a bordo tra uomini, donne e bambini che chiedono aiuto urlando e agitando le braccia. E’ di colore bianco e blu, in legno, con una piccola cabina di pilotaggio al centro, lunga circa 18 metri. Nonostante un po’ di onda, ci affianchiamo al barcone e ci assicuriamo a loro con delle cime. Una volta messi in sicurezza, ci accertiamo che tutti a bordo stiano bene ma purtroppo non è così: c’è un uomo che durante la traversata è stato accoltellato all’addome. Lo trasbordiamo subito a bordo e lo assicuriamo sulla barella tamponando la ferita per fermare il sangue. Nel frattempo il comandante di bordo allerta l’operativa e chiede l’intervento della nave della Marina Militare che naviga a poche miglia da noi per iniziare il trasbordo dal barcone alla nostra unità e poi ancora alla nave. I volti di quelle persone sono scalfiti dalla fatica, dalla fame e dalla sete. Gli occhi iniettati di paura. I bambini, alcuni ancora neonati, ci guardano con occhi pieni di gratitudine. Non piangono. Si sentono al sicuro tra le nostre braccia. Consegniamo il ferito al medico di bordo della nave, che immediatamente gli presta le prime cure mediche. Le operazioni procedono per qualche ora anche per l’ingrossarsi del mare. Le braccia ormai iniziano a fare male e l’equipaggio inizia a sentire la stanchezza: lavorare in equilibrio, attenti a non far cadere nessuno a mare, fa consumare non poche energie, sia a livello fisico che psicologico.
Nel cuore della notte terminiamo con le operazioni di soccorso portando tutti gli occupanti del barcone in salvo e facciamo rientro in porto. Dopo circa due ore di navigazione ormeggiamo e rimettiamo i piedi a terra mentre all’orizzonte si vedono i primi raggi di sole spuntare e dare inizio ad una nuova alba. L’equipaggio è esausto e dopo il disbrigo di alcune pratiche di routine, eccoci tutti insieme al solito bar per un abbondante colazione, con la consapevolezza di essere riusciti ancora una volta a portare tutti in salvo senza dover contare vite inermi perse in mare. Ci salutiamo, ognuno torna nel proprio alloggio a riposare dopo una bella doccia fresca, in attesa che il cellulare squilli ancora, perché tanto, prima o poi ritornerà a squillare.

Francesco Donnicola

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