Turchese – Racconto di Carlotta Laterza

Turchese – Racconto di Carlotta Laterza

L’acqua del mare era turchese screziato e i tuoi occhi smeraldo cercavano un approdo.
Il mare in bonaccia invitava alla quiete. Altrove c’era tempesta, me ne accorsi in ritardo.
Mi prendesti le mani e mi fissasti. Quel silenzio attorno era opprimente, come l’afa che respiravamo. Ti facesti più vicino e solo allora li notai. Lampi verdi nello sguardo come messaggi in codice.
Il calore del tuo corpo mi distolse, per brama di carezze. Fu spontaneo baciarti e toccare la tua pelle accaldata. L’antico languore mi prese e cominciai a desiderarti.
In piedi sulla battigia di quella spiaggia deserta, il desiderio di possederti non era più selvaggio. Era naturale, come respirare.
L’alito tuo sul collo mi annientava la ragione e le mani correvano senza posa.
Sentii il mutamento.
Il vigore marcatamente sensuale, era contrastato da un’altra forza uguale.
Dobbiamo smettere, mi dicesti all’orecchio regolando il respiro. Ti guardai negli occhi sempre più cupi e lessi il messaggio.
Mi staccai dal tuo corpo e compresi che non era pudore.
Era la fine.
Annunciavi la fine a stento temuta, forse agognata, per l’impossibilità di entrambi. Per le nostre rispettive famiglie e per i nostri figli.
Il mio tempo assieme a te era scaduto e non possedevo neppure una ricarica gratuita.
Pensare che di lì a poco avrei indossato la solita maschera, mi dava la nausea.
Guardai l’orizzonte dove il blu del cielo si fondeva con il turchese del mare e gli corsi incontro come si va incontro al salvatore.
Mi immersi in quel mare caldo con tutta la rabbia addosso. Volevo sentirmi libera da tutto e quell’acqua attorno a me mi dava il piacere negato. Assunsi la posizione del morto e forse un po’ lo ero.
Chiamavi ad alta voce, ma non ti sentivo. Solo acqua, dentro e fuori di me.
Poi sentii le tue braccia afferrarmi e riportarmi con forza verso la riva.
Esausti, i nostri corpi distesi sulla battigia rimasero in silenzio. Passammo alcuni minuti sospesi in un limbo inerte ed immoto, uno vicino all’altro.
Poi, il volo di un gabbiano.
Ti sentii improvvisamente su di me. Cercavi convulsamente le mie labbra, per placare la tua sete. Mi abbandonai dolcemente al tuo sensuale impeto e mi augurai di rimanere così, sino alla fine dei giorni. Mi guardasti negli occhi, l’ultima volta e a bassa voce mormorasti un addio.
Ti separasti da me e ti avviasti verso la moto.
Sentii il rombo del motore, un misto di rabbia e potenza decodificati in lucente vernice rossa, allontanarsi e perdersi nel silenzio. Rimasi immobile e con gli occhi chiusi per chissà quanto tempo, lì supina sulla sabbia e circondata da un sole cadente, in attesa.
Grandi gocce di acqua mi colpirono. Aprii gli occhi. Cominciava a piovere.
L’afa è finita, pensai. Tutto sarebbe rientrato nella norma.
Mi misi in piedi e solo allora mi accorsi dello stato in cui ero. La pioggia cadeva giù fitta e pesante e il turchese era dappertutto, persino nell’aria.
Corsi verso l’auto per ripararmi, non ricordo da cosa e mi voltai a guardare la massa turchese in movimento.
Ti odio, gli urlai.
E in quell’istante le lacrime si unirono alla pioggia.

 

Carlotta Laterza

 

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