Quarantanove e non sentirli – racconto di Laura Piloni

Quarantanove e non sentirli - racconto di Laura Piloni

“Quarantanove e non sentirli” fu il pensiero con cui aprì gli occhi il giorno del suo compleanno.
Ora si sentì di dover completare quel pensiero “quarantanove e non sentirli, che sia già diventata sorda?”. Avrebbe potuto e dovuto essere motivo di indagine, insieme a quel mal di testa fastidioso che le avrebbe rovinato la festa.

Aveva deciso di prendersi la giornata libera per celebrare quel giorno, infondo se non pensava lei a se stessa chi altro era in dovere di farlo?
Caffè veloce, avrebbe poi fatto colazione seduta al tavolino di uno dei bar del lungo-lago. Voleva festeggiare così il suo compleanno: da sola, a guardare, sentire e pensare. Le piaceva stare da sola, ogni tanto. Trovava la sua una buona compagnia.
Il caffè veloce fu l’unico tassello del puzzle che riuscì a collocare nel bel quadretto immaginato.

Salì in macchina, infilò gli occhiali da sole, accese la radio e sistemò il cellulare sul sedile a fianco per godere, anche senza leggerli, dei messaggi che le stavano arrivando, ascoltando in sottofondo il piacevole segnale acustico.
Non c’era molto traffico, erano già le nove. Era un piacere guidare, cantare a squarciagola e godersi il panorama che migliorava, di chilometro in chilometro, mentre si avvicinava al lago.
Parcheggiò con tutta comodità, ma mentre stava raccogliendo il contenuto della borsa che si era sparso sul sedile, un lancinante mal di desta la bloccò e la costrinse a chiudere gli occhi appoggiandosi al volante.

Proprio non si sentiva bene. Una ridda di pensieri le si accavallò nel cervello. Strana sensazione mai provata prima. Troppi pensieri per un solo istante.
Chi c’era andato vicino aveva raccontato di una specie di film, una cosa tranquilla. Non era pronta per quello che provava.
Oltre al dolore alla testa, la cosa più difficile era tenere a bada quell’amarcord multimediale, quelle slide multisensoriali che le esplodevano nel cervello. Così, pensò, doveva essere l’effetto di un’overdose di pastiglie colorate per lo sballo. La ruota della bici che girava a vuoto, il dolore bruciante delle gambe scorticate; il gusto morbido della panna montata, sopra quello croccante della cialda; quel sapore di ferro esploso in bocca dopo aver picchiato la testa cadendo dall’albero, quel tramonto che le aveva dipinto l’anima.

Se l’era immaginato spesso quel momento: ogni volta che le capitava di uscire di casa non perfettamente in ordine. Visualizzò la scena: le infermiere la stavano soccorrendo, una in particolare, più larga che alta, vicina alla pensione, con un grosso neo col pelo sul mento e la fede al dito, ma profondamente zitella dentro. La sentì richiamare le altre per rilevare, con soddisfazione, la presenza di qualche pelo di troppo sulle gambe ed esclamare soddisfatta, dopo averle tolto i vestiti: “ Son buoni tutti, sopra baldoria, sotto misericordia”

E invece no! Questa soddisfazione non gliela avrebbe data a quell’arpia e alle sue colleghe. Alla faccia loro, il giorno prima aveva fatto una seduta dall’estetista, e la mattina, dopo la doccia, aveva indossato biancheria intima di tutto rispetto, perfino un po’ sexy.
Un altro pensiero si fece largo nel tumulto che aveva in testa. Si congratulò con se stessa per essersi fotografata con l’Iphone, prima di partire. Non era venuta niente male, ben vestita, con tracce ben visibili d’intelligenza e gli angoli della bocca entrambi rivolti verso l’alto in un sorriso che le illuminava gli occhi. Forse una premonizione, sarebbe servita quella foto.

Meno male. Si rilassò. Un poco. Le scocciava un sacco andarsene così. Aveva sempre pensato che la dipartita, se fosse stata prematura, non sarebbe stata, di certo, banale. Le sarebbe piaciuto succedesse durante un viaggio, magari per mano di un qualche rivoluzionario o per una rara malattia tropicale.
Le toccava, invece, andarsene in modo così poco onorevole: occhio e bocca destri storti e tendenti al basso, con filo di saliva a imperlare un’espressione priva di qualsiasi traccia di intelligenza e, oltre tutto, incapace di proferir parola.

Giusto ieri, prima di dormire e pensando ai quarantotto anni passati, aveva buttato giù questo pensiero:
… voglio tornare nuova dentro.
Fuori non importa
si appoggino pure, come ragnatele, le rughe sul viso
si diverta pure la gravità a sgraziare il corpo
si faccia pure spazio il bianco tra i capelli
fuori non m’importa
voglio tornare nuova dentro.”
Be’ non intendeva certo così nuova, anche un po’ meno poteva bastare.

Per un po’, rimase in attesa che qualcuno si accorgesse che non stava schiacciando un pisolino. Non sapeva quanto tempo fosse passato. Ma ormai non importava più saperlo.
Pensò alla foto sulla lapide e alla scritta che avrebbe voluto leggere: “La mia non sarà stata una vita piena di anni, ma sono stati, di certo, anni pieni di vita. Addio.”
Guardò dall’alto, con tenerezza, l’altra lei riversa sul volante della macchina e le sembrò di vedere l’angolo destro della bocca risollevarsi in un sorriso.
Andò via serena.

 

Laura Piloni

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