Passato e presente di una formica bolognese – racconto di Leonardo De Vita

Passato e presente di una formica bolognese - racconto di Leonardo De Vita

Era agosto, e faceva un caldo che neanche ve lo voglio dire.
Avevo vent’anni, e stavo facendo l’amore quando all’improvviso un forte botto in lontananza ha fatto tremare la finestra della mia stanza.
Ricordo la sorpresa e lo spavento che provai in quell’istante, continuare ad amare era impossibile.
Nudo com’ero, mi avvicinai alla finestra, e vidi una densa colonna di fumo nero che si alzava, a occhio e croce dalle parti della stazione.

“Amore, deve essere successo qualcosa di grosso in stazione, si vede il fumo da qui.”
Si alzò dal letto e si mise affianco a me alla finestra.
“Vestiamoci e andiamo a vedere.”
In strada c’era un macello.

In molti correvano, per il viale le macchine della polizia e le ambulanze sfrecciavano velocissime, squarciando l’aria con il suono delle sirene. Ci mettemmo a correre anche noi.
In stazione era l’inferno, macerie e polvere, e sangue.
Strinsi la mano alla persona che amavo in tutto quell’assurdo disordine. Non l’avrei più lasciata.
Restammo tutto il giorno lì, ad aiutare i feriti e i soccorritori, a sudare, a piangere e ad amarci. In mezzo alla morte e alla disperazione, noi ci amavamo.
Non so bene cosa mi spinse a prendere la decisione più importante della mia vita, quale fu la molla che mi fece scattare sull’attenti davanti al tricolore mentre giuravo fedeltà alla Repubblica, né cosa mi spinse a laurearmi in legge.

Non me lo so spiegare nemmeno ora, che ormai sono vecchio, e di tempo per pensare al passato ne ho avuto davvero molto; ancora oggi non so se decisi di fare lo sbirro per soddisfare il desiderio di trovare i colpevoli e sbatterli in galera, oppure perché in fondo, speravo che qualche comunista come me mi sparasse e mi facesse sparire per sempre da questo mondo in cui non mi sono mai, nemmeno per un momento, sentito accettato.
Nessun compagno mi ha mai fatto questo piacere, e dunque ora sono qui, vecchio e forse, nonostante l’amore di chi mi ha sempre amato, solo.
Sono solo perché l’amore, dopo la passione travolgente, si è trasformato in un mucchio di mutande e calzini sporchi, di bollette e conti da fare alla fine del mese, di silenzi interminabili; il mio amore si è lentamente trasformato in una piatta e fredda monotonia, non ho mai avuto la gioia di essere padre.
Dopo la nomina a commissario mi hanno trasferito in questa città orribile, tanto lontana dalla mia Emilia, dai suoi profumi, dalla sua campagna sterminata, dal profumo della notte e del vino, e così tanto simile ad un formicaio brulicante di una vuota operosità, fatto solo di cemento e ferro.
Ecco, d’ora in poi questa città la chiamerò semplicemente Formicaio, perché formiche sono i suoi abitanti ed è governata da una gigantesca formica, impegnata a divorare tutta la ricchezza che qui viene prodotta.

A questo punto, non ha nemmeno senso presentarmi, chiamatemi Ismaele.
Oggi sono ben lontani i tempi delle investigazioni per cercare di arginare l’azione dei terroristi, e forse, mi accorgo solo ora, quella vita frenetica era la linfa che mi impediva di lasciarmi andare alla tristezza che oggi è diventata padrona di me e della mia vuota esistenza.
Oggi, faccio solo il responsabile del servizio d’ordine di fronte al palazzo della Regione, simbolo di Formicaio, e mi trovo qui perché il Governatore ha pensato bene di esprimere il suo vuoto e demagogico parere riguardo i diritti civili degli omosessuali.
Dopo aver dichiarato che concedere loro il matrimonio o l’adozione significa aprire la porta che conduce ad una società contro natura, molti gay e non solo hanno pensato bene di far sentire il loro parere sulla questione.

Ed eccoci qui, io con il comando del mio reparto antisommossa, e i manifestanti, sotto questa pioggia fine e ininterrotta, bagnati fradici, a maledirci gli uni contro gli altri.
Infagottato dentro il mio giubbotto, identico a quello di tutti gli altri, bestemmio senza riguardi, e mi chiedo perché questi non potevano venire a manifestare in un giorno di sole, anche perché non sembrano quello che si dice un corteo pacifico.
Molti hanno il volto coperto dal cappuccio, ma forse è solo per la pioggia.
Molti hanno cartelloni con manici di legno molto lunghi, ma forse servono solo a manifestare pacificamente ciò che pensano.
Certo, e forse a Bologna è scoppiata solo una caldaia, nessuna bomba, nessun terrorista.
Razza di idioti.

Idioti quelli come il Governatore che provoca la folla, solo per poi spacciarsi come vittima, tanto le botte le prendiamo solo noi bastardi. Noi che abbiamo giurato.
Idioti quelli che accettano le provocazioni e manifestano solo per prendere le mazzate, da noi che abbiamo giurato, e chiamarci fascisti.
Il corteo continua ad avvicinarsi, sono ormai a pochi metri, e non accennano a fermarsi.
“State pronti a caricare. Una carica leggera, disperdiamoli e basta.” Grido al mio reparto, che già da qualche minuto lo vedo fremere.
Prendo il megafono, urlo ai manifestanti di fermarsi, di non andare oltre.
Figurati se mi ascoltano.

Il corteo è ormai davanti a noi.
Idioti.
Uno tira un calcio sullo scudo di plastica di un collega.
Idiota.
Il collega inizia a manganellare, e con lui tutti gli altri.
Un ragazzo, avrà massimo venticinque anni, si insinua tra i colleghi in prima fila e punta dritto su di me.
Io faccio un bel respiro, e gli tiro una manganellata dritta sulle coste, sperando di non avergliene rotta neanche una, lui crolla a terra e subito un collega lo immobilizza e lo spedisce diretto sulla camionetta.

I manifestanti smettono di caricare, due di loro, con il volto sporco di sangue si avvicinano alla prima fila, mano nella mano, e si baciano.
In fianco a me, qualcuno borbotta un “ricchioni”, e a me viene voglia di picchiarlo. Quei due ragazzi si stanno giurando amore, come è successo a me tanti anni fa.
Perché l’amore vince sempre, e i nostri manganelli non possono farci nulla, come non possono farci nulla i cattolici o i politici che fanno di tutto per sconfiggerlo.
I miei occhi sono fissi sui due innamorati, che si baciano con trasporto, mischiando con la pioggia il loro sangue, al termine del bacio si guardano, ridono e si siedono in terra, con le gambe incrociate e stringendosi la mano.
Ci guardano, ho l’impressione che mi guardino.

Qualcosa dentro di me si muove, non so dargli un nome, forse è solo una forma rancida di rassegnazione, il sapere di essere ormai alla fine della carriera e l’avere davvero poco da perdere. Forse è solo la voglia di tornare a Bologna, ma getto a terra scudo e manganello, getto anche il casco, e la pioggia inizia a bagnarmi la testa, i capelli bianchi e la pelle del viso, mescolandosi al sudore.
Mi faccio strada verso di loro, il corteo distante qualche metro inizia a fischiare.
Arrivato davanti ai due mi fermo e mi siedo a gambe incrociate davanti a loro, li guardo dritto negli occhi.

Il ragazzo alla mia destra li ha marroni, quello a sinistra azzurri.
“Come vi chiamate?” chiedo loro.
È occhi azzurri a parlare per primo: “Ci vuoi arrestare?”
“No, voglio sapere solo i vostri nomi, potete anche non dirmi il cognome”
Stavolta è il turno di occhi marroni, che mi sorprende con una voce molto profonda
“Io Paolo, lui è Francesco. E tu?”
Sorrido e rispondo: “Non ha importanza, voi due vi amate?”
Il nostro dialogo viene interrotto da qualche fotografo che immortala la scena. Questa mia iniziativa non andrà giù al questore, ma ormai non me ne frega più di nulla.
“Certo, ci amiamo.” Mi rispondono quasi all’unisono.
“Allora promettetemi che continuerete a farlo, che vi rispetterete, che vi aiuterete e che non permetterete a nessuno di dividervi. Me lo prometti Francesco?”
Occhi azzurri mi guarda con un’espressione attonita, ma farfuglia un “Sì.”
“E tu me lo prometti Paolo?”
Occhi marroni mi guarda invece incuriosito.
“Tu sei come noi.”
“Perché, voi come siete?”
“Gay”
“Un po’ riduttivo, non ti pare? Siete uomini, siete ragazzi, siete coraggiosi, siete anche stupidi, siete innamorati e siete anche molto di più.”
“Mi fai sti discorsi dopo averci riempito di botte?”
“Non mi piace quello che faccio, ma ho giurato di farlo. Ho giurato di difendere qualcosa di più grande di me e di te.”
“Bel giuramento!”
“Sono d’accordo, dovrebbero farlo tutti.”
“Sei solo un servo dello Stato.”
“E sono orgoglioso di esserlo. Hai detto bene, servo lo Stato, non il potere. Allora, me la fai o no sta promessa?
“Sì!” e dà un bacio ad occhi azzurri.
“Allora sposatevi alla svelta e adottate un figlio, e cercate di essere felici. Poi magari evitate di venire a prendere delle botte da noi, che tanto non serve a niente, fa solo guadagnare gli ortopedici. Baciatevi dappertutto, soprattutto davanti alle chiese. Tenetevi la mano, fate tanto l’amore. Così, sono sicuro che cambierete il mondo.”

Detto ciò mi alzo e torno al mio posto. I manifestanti continuano a fischiare, i miei colleghi mi guardano male, la pioggia mi ha bagnato anche parti del corpo che mi ero dimenticato di avere e so che prima di tornare a casa dovrò subire un grosso cazziatone dal Questore.
Ma non mi importa nulla, perché anche oggi, quando tornerò a casa stanco e dolorante, l’uomo che ho amato da una vita sarà lì ad aspettarmi, e forse, dopo molto tempo, stasera torneremo a fare l’amore.

 

 

Leonardo De Vita

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