Nuvole e vento – di Maria Letizia Gangemi

Nuvole e vento - di Maria Letizia Gangemi

Caro Pierluigi, prima che i pensieri si dissolvano come le nuvole che hanno oscurato il nostro ultimo appuntamento, butto giù queste righe. Contengono forse tutto quello che non ho saputo dirti quando ci siamo visti.
Ricordo ancora la tensione di quella mattinata.
Mi ero svegliata presto, avevo fatto come sempre un po’ di ginnastica, preparato la colazione. Poi mi ero organizzata per uscire. Avevo ritirato la gonna in tintoria, comprato il latte.

Depositato il tutto a casa, avevo cucinato qualcosa per il pranzo. Si era fatta l’ora dell’appuntamento. Raccolsi in una sacca le cose che eri venuto a riprendere, cercando di non pensare a nulla, di non riflettere su come, quello che avevo scambiato per un focolare acceso, che inizialmente sembrava avermi dato calore, si era trasformato poi invece in un camino spento, davanti al quale provavo solo fastidiosi brividi lungo la schiena.
Davanti ai magazzini Coin, luogo dell’incontro, ti mandai un messaggio: ti aspetto come concordato. Nessuna risposta. Giravo lo sguardo da un lato all’altro della strada. Ti vidi arrivare. Camminavi chino, l’aria da cane bastonato, il volto basso, come se guardassi l’asfalto. Sollevasti impercettibilmente la testa e ti fermasti, senza pronunciare parola.

Ghiaccio. Io dribblai.
“Ti ho mandato un messaggio, l’hai letto?”
Per tutta risposta tu apristi, senza parlare, un marsupio allacciato in vita, estraendo dalla cerniera il cellulare. Era spento. Tipico. Io avrei potuto comunicarti qualcosa, magari il cambio di posto dell’appuntamento e tu, tu avevi il cellulare spento!
Continuavi a tacere. Ti allungai il sacco.
“Qui ci sono le tue cose, il violino, il libro, la busta con gli spartiti.”
Guardasti dentro, come per verificare che ci fosse realmente tutto.
“La busta non era quella grande?”
Ti vedo perplesso.
“L’hai già presa tu. Hai lasciato solo questa.”
L’hai tirata fuori dalla sacca, l’hai aperta.
“Ti faccio vedere gli spartiti, sono tutti qua, non c’è altro, ho controllato.”
“Ah sì, forse la scatola grande l’ho già portata su.”
Non sembravi convinto, ti vedevo perplesso. Mi veniva voglia di tirarti dietro gli spartiti, di buttarli al vento e vederli volteggiare in aria come i fogliettini alle processioni, quelli che piovono dai balconi sul selciato e sui fedeli, con su scritto Gesù ti salva…
Non lo feci.
“Se la trovo, te la spedirò, comunque ho controllato, a casa non c’è” ribadisco seccata.

Continuavi a perdere punti, in quella che era diventata una partita senza spettatori. Eravamo su due livelli diversi: io ero stata sempre preoccupata per la coppia, per noi, per noi due insieme. Tu, solo per te stesso, pensai, in una Taranto a tratti assolata ma ventosa, piena di pensieri non confessati, silenzi, parole formali, pause.
“Prendiamo un caffè?” mi chiedesti sempre con l’aria del cane bastonato.
Cercammo un bar con i tavolini all’ombra. Non sapevi che cosa ti attendeva, come ti avrei accolto, se ti avrei accolto, dopo l’ultimo litigio.
Ci sedemmo.
“Ho mal di testa, troppa aria condizionata in treno.”

In realtà mi aspettavo una dichiarazione del genere. Da che ti conosco, hai lamentato continuamente di avere mal di testa. Ti ho suggerito di fare dei controlli, per capire la causa del disturbo. Hai sempre risposto di non avere tempo. La verità è che ti trascuri.
Ero curiosa di vedere come ti saresti mosso, con le parole. Ti lasciai spazio, ti lasciai le pause, i silenzi. Il tuo sguardo vagava dai vicini di tavolino, il cui cane accarezzavo mentre osservava mogio e preoccupato la sua padrona che si allontanava, salutando i componenti del suo gruppo.
“Tu come stai?” mi domandasti.
Non volli dirti niente che riguardasse i miei sentimenti. Ero ancora arrabbiata con te, perché durante la settimana veneziana era stata tutta una delusione. E tu non avevi fatto alcuno sforzo per migliorare le cose. Avevi solo scavato, giorno dopo giorno, un fossato sempre più largo, tra noi, senza ponti levatoi.

Ti avevo detto, prima di partire, riproviamo, ma se non va, possiamo rimanere almeno amici. Nel pieno rispetto l’uno dell’altro, s’intende, però. Eri d’accordo, avevi detto che tenevi a me moltissimo, perché gli screzi già avvenuti si potevano ricomporre, come il nostro rapporto. Così ci eravamo dati un’altra possibilità. Per riconquistarmi, avresti dovuto dare il meglio. E invece hai preso una clava e dato giù di brutto, da vero troglodita.
Se il tuo modo di fare, irascibile, esasperante, patetico, era il tuo meglio, non osavo pensare. Che cosa mi avresti mostrato con il peggio? Non avevo alcuna intenzione di fare la vittima sacrificale, per che cosa, poi? Così, esasperata, non mi chiamare più, ti avevo urlato al rientro per telefono. Non ti voglio più sentire. Riprenditi la tua roba, che hai lasciato da me, poi sparisci.

Eh sì, perché, al rientro dalla vacanza, non contento dei musi lunghi che mi avevi messo, del modo di camminare davanti lasciandomi sola dietro di te come un cane, dei silenzi ostinati che inutilmente tentavo di forare, mi avevi inviato una mail scrivendomi che eri giù, che volevi essere compreso, che io non ero stata tua complice. Incredibile. Ci vediamo e tu non hai voglia di parlare. Metti il muso non si sa perché ed io non ti ho capito.
Sei distratto ed assente ed io non sono stata tua complice. Complice? E di che? Dei tuoi capricci? Così ora eri venuto a riprenderti le tue cose. Qualche nuvolone si stagliava su di noi, il cielo s’incupiva.

Strana estate, dove il sole non prendeva pienamente possesso del tempo meteorologico, dove i nostri sguardi cercavano di non incrociarsi. Io tenni gli occhiali da sole, più per difendermi dai tuoi occhi che dal riverbero della luce.
Un anno fa, nello stesso periodo, stavamo per andare in vacanza insieme, in Olanda. La gente che ci osservava, incuriosita, siete amici?ci chiedeva. E tu, tutto fiero, siamo una coppia, rispondevi. Non immaginavi per quanto poco, ancora.
Mi avevi detto che saresti giunto il ventiquattro giugno.

Ti avevo aspettato per tre sabati, ogni volta mi sembrava la settimana in cui saresti arrivato, così mi svegliavo nervosa, chiedendomi che cosa ci saremmo detti, sempre che fossimo riusciti a spiccicar parola. Poi il sabato giusto era arrivato, quello in cui avresti preso il treno per venire a recuperare le cose lasciate. Assurdo, vero?Fare un viaggio solo per questo. Ti avevo preavvisato, ti conviene prendere ciò che hai parcheggiato da me, ma tu- no, pesa, non ho posto in valigia, un’altra volta, avevi obbiettato. Eri sicuro che le tue cose erano di casa, per sempre. Arrivo alle dieci, riparto all’una, mi avevi fatto sapere, quindi avevi scelto di non fermarti neppure una mezza giornata.
Non facesti alcun cenno alla nostra sconclusionata settimana trascorsa insieme a Venezia.

Mi chiedesti solo com’era andata da mia sorella. Dovevamo essere suoi ospiti, ma io non volevo andarci con te. Non aveva più senso, dormire insieme e fingere fosse tutto romantico. Di romantico non c’era rimasto nulla, tra di noi, ed io volevo starmene per i fatti miei, senza condividere con te né l’ultima notte né la vista del lussureggiante giardino che circonda la casa di mia sorella.
“Muoviamoci,”- ti dissi, -seduta al tavolino di fronte alla mia aranciata rimasta intatta nel bicchiere. Tu annuisti, un cenno del capo, ma non ti muovevi. Sembravi cercare dentro di te qualcosa, un’intuizione, un gesto, una parola. I minuti scorrevano lenti. Al tavolo accanto il cane, il pelo morbido,ben curato, si sottrasse alle mie carezze per continuare a guardare
in direzione della sua padrona che era andata via. Un uomo, forse il marito di lei, lo prese per il guinzaglio, si alzò, salutò anche lui il resto del gruppo, e lo condusse con sé.

Ti ripetei la domanda:” Ti va di camminare?Arriviamo al Ponte.”
Mi alzai in piedi. A quel punto ti alzasti anche tu, raccogliesti le tue cose poggiate sulla sedia, pagasti il conto. C’incamminammo.
Al sole faceva caldo, all’ombra quasi freddo. Arrivammo alla ringhiera che si affaccia di fronte al Castello Aragonese. Ci fermammo.
“Com’è andata da tua sorella?”
Il vento ci scompigliava capelli e idee. Per la testa, pensieri confusi. Rigirava un’idea, forse, il rimpianto per quello che s’era spezzato. Guardavamo l’acqua, non avevo ancora risposto alla tua domanda.

Lo feci con un moto di stizza, che ancora celavo dentro, sepolta tra quella che avrei voluto fosse stata indifferenza.
“Sono stata bene, certo, ma io volevo andare da sola, e tu non lo capivi. Non aveva più senso, andare insieme.”
“No, no, è per questo che non sono venuto anch’io” ti giustificasti subito.
La rabbia trattenuta mi gorgogliò in gola fin quasi a soffocarmi. Stavi di nuovo negando la realtà, com’era tua abitudine, fare una cosa, affermarne un’altra. Perché non ti aveva minimamente sfiorato l’idea di restartene un giorno da solo, l’ultimo, prima di salutarci definitivamente. Cercavi una soluzione per venire con me.
Per stemperare la sensazione che provavo, ti rivolsi una domanda.
“Hai fatto poi la foto alla canoa che passava sotto il Ponte di Rialto?”
“Sì, devo farla stampare, quand’è pronta, se vuoi, te la mando.”

Ci spostammo verso la Lega Navale, dove una delle Sirene dello scultore Trani si erge sugli scogli. Dei ragazzi in canoa giocavano a palla, cercando di fare canestro mentre pagaiavano. I loro sforzi catturarono per un po’ la nostra attenzione, e ci distraemmo come una coppia davanti al televisore acceso, quasi grati di avere uno spettacolo che ci sollevasse dall’obbligo di un dialogo che non veniva.
Ancora silenzi. Poi, all’improvviso, avvertii sulla mia spalla una lieve ma decisa pressione: la tua mano mi accarezzava. Restai esterrefatta, indecisa tra la sorpresa e il fastidio. Riflettevo che quando avrei desiderato le tue carezze, a Venezia, ti eri chiuso nel mutismo e nell’immobilità, con me accanto.
“Che significa ora questa mano?” proruppi allora stizzita.
“Niente!” rispondesti, e continuasti ad accarezzarmi.

Mi spostai di lato, sottraendomi così al tuo tocco.
“Non siamo più una coppia, ormai, e il tuo niente è, come sempre, in contraddizione con quello che fai.”
“Fra un po’ ho il pullman.”
“Allora muoviamoci, ti accompagno alla fermata.”
Arrivò il 20. Ma tu non salisti. Non sapevi come salutarmi.
“Aspetto il prossimo, tanto è presto.”
Sentivo il tuo disagio, non feci niente per cavarti d’impaccio, ero stanca di essere quella che capisce, viene incontro, giustifica, previene, consola, come da sempre ti eri aspettato da me nel nostro rapporto, senza poi preoccuparti minimamente di come stessi io.
Arrivarono e ripartirono altri due autobus, ma tu non ti decidevi. Io sentivo caldo, eravamo in pieno sole, adesso, cominciavo a spazientirmi, era tutto così senza senso! Possibile che tu non fossi capace di esprimere quello che provavi per lasciare sempre tutto in sospeso?!
Giunse un altro autobus e questa volta capisti che non avevi scampo.
“Sì, sì, questo lo prendo.”

Lo so, volevi fermare l’autobus, fermare il tempo, lì, a quella fermata dove pochi passeggeri scendevano, in una città accaldata e annoiata. Ma il tempo era andato avanti per i fatti suoi. Eravamo stati insieme a Venezia, era lì che avresti potuto mostrarmi i tuoi sentimenti migliori. Avevi saputo tirare fuori solo suscettibilità, preoccupazioni per te stesso, ripicche infantili. Non avevamo costruito niente, impossibile, su quelle basi. Ora volevi recuperare, forse almeno l’amicizia. Ma anche quella scelta va condivisa, ed io non me la sentivo di proseguire il rapporto, neppure come amici.
Così stavi per salire sull’autobus, che in precedenza avevi preso ma con altro spirito, pieno di entusiasmo e di promesse. Io aspettavo di vedere, ancora una volta, come ti saresti mosso.

Non feci un passo. Anzi, stavo quasi per tenderti la mano, come ad un estraneo, quale forse eri diventato.
Tu ti avvicinasti e stampasti sulle mie guance due baci.
“Ti mando le foto, allora.”
Un filo, al quale ti aggrappavi. Ed io, con voce flebile:”Se vuoi…mandamele…”
Salisti su.
Non sapevo se volgermi a guardarti. Attraversai dietro la vettura, che ripartì lentamente. Alzai lo sguardo. Mi stavi cercando col tuo. Allora sollevai la mano, la mossi appena, in segno di saluto. Tu ricambiasti.
L’autobus acquistò velocità. Svoltò dietro l’angolo. Scomparisti alla mia vista mentre si dirigeva verso la stazione. Ti allontanasti, una macchia all’orizzonte, impalpabile, come quella sinfonia che dal tuo violino per me hai suonato solo una volta, etereo, ormai, come quelle nuvole scompigliate dal vento sui torrioni del Castello, inconsistente, come la nostra storia che finiva così, con le parole e le emozioni che si erano sciolte dentro, prima ancora di giungere, e fiorire, in superficie.

 

Maria Letizia Gangemi

 

 

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