Le margherite mi fanno sorridere – Angela Marrongelli

Le margherite mi fanno sorridere - Angela Marrongelli

Licenziata.
Sono stata licenziata, quindi questo è il momento giusto per una crociera.
Certo, per una come me che non si è mai mossa dalla sua regione, se non per andare molti anni fa a Loreto, questa decisione può sembrare avventata, ma nella vita, si sa non è mai troppo tardi per niente, tantomeno per un viaggio.
Un po’ di anni fa, quando rimasi vedova di un uomo amabile ma statico quanto me, per un attimo avevo pensato a un viaggio ma poi l’idea era svaporata. A pensarci bene, la cosa che più mi frenò all’epoca fu il fatto che avrei dovuto fare la foto per il passaporto.
In foto vengo sempre male e non dimenticherò mai, quella volta a Loreto, la faccia dell’albergatore che aprì la carta di identità per trascrivere le mie generalità. Esibì sfacciatamente un’espressione schifata. Ricordo che mio marito mi disse che non era stata la mia foto a fargli fare quella smorfia, ma l’odore pungente che proveniva dal panino rimasto in borsa che, preparato a casa alle cinque di mattina, alle otto di sera iniziava a trasudare odore di mare.
Era un panino con il tonno.

Sono rimasta sempre con il dubbio, ma in cuor mio so che è stata la foto la causa di quell’atteggiamento poco cortese e questo mi ha lasciato, come si dice, un trauma indelebile.
Ma si sa, nella vita bisogna elaborare. Non ho mai capito bene cosa, ma questa frase la ripete sempre la mia ex datrice di lavoro, persona molto colta, non come me che ho finito a stento la terza media.
Mio marito però mi diceva sempre che la cultura non è tutto e, anche se non ho letto molto in vita mia, secondo lui avevo tante buone qualità quali, per esempio, fare molto bene i dolci a occhio, nel senso che non ho mai usato ricette, avere un ottimo spirito di osservazione ed essere un’amante delle automobili.
Quest’ultima cosa in realtà lui non me l’ha mai detta perché il mio amore per le auto è un po’ particolare.
Sento ancora la sua voce che mi urlava gentilmente dal balcone di casa:
– Settimia, spegni la radio e rientra in casa! Il campanello del forno ha suonato già da cinque minuti e il tuo dolce si sta abbrustolendo.
Sì, perché la nostra macchina, ferma per la maggior parte del tempo in garage, mi serve in realtà per ascoltare la musica.
In casa abbiamo sempre avuto un buon impianto stereo, ma ci sono troppi tasti da utilizzare. L’autoradio è molto più semplice. Ancora adesso, soprattutto la domenica mattina, mi piace passare un po’ di tempo in macchina a mangiare pistacchi e cercare le stazioni radio che trasmettono solo musica italiana.
Mio marito mi ha assillato per anni dicendo che era colpa di questa bizzarra abitudine se la mia circonferenza era lievitata notevolmente nel tempo e se le mie gambe ora sono attraversate da fiumi blu, che emergono a tratti in superficie.
– Sei troppo pigra. Devi camminare, camminare, altrimenti a cinquant’anni ne dimostrerai sessanta, – mi ripeteva mio marito Orlando.

A distanza di tempo devo dargli ragione perché tutti mi dicono che dimostro di più dei miei cinquantotto anni. Anche nella lavanderia, dove lavoravo fino a qualche giorno fa, le altre stiratrici insistevano lagnose sul fatto che dovevo imparare a curare di più il mio aspetto. Ma una donna come me, né bassa né alta, mai stata, neanche in gioventù, attraente, è praticamente incurabile. Anche gli occhi blu diventano insignificanti sulla mia faccia.
Orlando però si era innamorato dei miei occhi. Era riuscito a trovarli sul mio viso, un po’ opaco, di diciannovenne con troppo fondotinta del colore sbagliato per coprire i brufoli.
Ci vuole un po’ d’aria, devo uscire di casa. Questi ricordi mi affollano la gola e spingono le lacrime verso l’alto. E poi, come diceva Orlando, devo camminare molto.
– Signora Settimia buongiorno, in ritardo anche oggi?
– Sì, le buone abitudini sono da conservare, come le sue per le macchie sui vestiti. C’è sempre quella macchia in basso a destra sui suoi pantaloni? Ha poi scoperto se è unto o muffa?
Sarò stata scortese con Costantino? Non credo, anche perché tutte le mattine il mio vicino mi ripete la stessa frase e devo dire che è molto noioso. Lo so, anche Orlando mi richiamava quando diventavo spietata, ma in realtà mi piace esserlo con chi non sopporto. Mi sembra una cosa giusta.
Cosa fa tutta quella gente vicino alla siepe della farmacia di fronte casa? Mi fermerò solo un attimo per vedere cosa succede, altrimenti rischio di fare tardi per andare all’agenzia di viaggi.
– Settimia, hai visto che guaio? Hanno rotto la vetrina della farmacia per rubare dei sandali.
– Quali, quelli rossi e blu che erano esposti da almeno un anno e si erano pure scoloriti?
– Non lo so. Il vero problema è che ormai il quartiere non è più tranquillo come una volta.
– Gianna, per me hanno fatto bene a prenderli. Erano orribili e li avrebbero dovuti regalare a qualcuno già da molto tempo.
Mi piace spiazzare la gente, soprattutto donne come Gianna, paurose e pedanti.
– Vai già via?
– Sì, devo andare a prenotare un viaggio e sono già in ritardo. Devo arrivare a piedi vicino alla piazzetta della chiesa. Il moto, soprattutto alla nostra età, lo sai, è molto importante.
Mentre mi allontano cerco di immaginare la faccia di Gianna, mia vicina di pianerottolo da molti anni. Si toglierà gli occhiali e si passerà una mano sugli occhi. È il suo gesto preferito quando si sente offesa. Infatti Gianna è più giovane di me di almeno dieci anni.

L’orologio della farmacia lampeggia numeri sbiaditi e incomprensibili. Mi chiedo perché non lo abbiano ancora cambiato. È esattamente da tredici giorni che non funziona più. Lo ricordo bene perché tredici giorni fa ho visto l’ultima volta il tizio strano, quello che corre per il quartiere tutto vestito di bianco, con una scatola di cartone bianco in testa a mo’ di cappello, tenuta da due lacci per le scarpe blu.
Quel tipo mi è simpatico.
Orlando avrebbe detto:
– Ma come fai a notare e ricordare tutte queste cose. Per me sei una investigatrice mancata.
– Se-e, la Signora in giallo! – avrei risposto un po’ brontolando.
Però, sotto sotto, quel complimento mi lusingava. Mi ha sempre fatto sentire intelligente.
La piazzetta vicino alla chiesa è un posto dove mi piace passare anche quando non mi è di strada, soprattutto in questo periodo, quando spuntano le prime pratoline sottili e mosce, quelle che hanno le foglioline così tenere da poterle mangiare nell’insalata.
Le margherite, non so perché, mi fanno da sempre, teneramente, sorridere, anche contro la mia volontà. Chissà da quale tempo lontano arriva questo moto incontrollato di comunione con la natura.
Non lo ricordo più.
Se non sbaglio vicino all’edicola della piazza c’è una di quelle cabine per fare le foto. Quasi quasi ne approfitto e mi faccio subito la foto per il passaporto. La tendina è tirata. Sicuramente c’è qualcuno dentro che ha avuto la mia stessa idea. Speriamo sia veloce.
Certo, tutte quelle facce giovani e sorridenti, che tappezzano l’esterno della cabina, mi innervosiscono un po’. Fammi vedere se c’è la foto di qualcuno della mia età. Sicuramente saranno in basso, nel posto più nascosto.

Lo sguardo però scorre a mia insaputa un po’ troppo verso il basso e lì ci sono, inaspettati, i sandali della farmacia. Sono sicura che quei sandali scoloriti che spuntano dalla cabina sono gli stessi che erano sullo scaffale della vetrina frantumata.
– Signora, la cabina è libera. Io ho finito, – mi dice improvvisamente un tizio alto, magro e con una capigliatura nero corvino. È uscito improvvisamente da dietro la tendina rossa e il mio grazie mille è venuto fuori un po’ gutturale, perché ero ancora con la testa piegata in avanti a controllare i suoi piedi. Decido di indagare.
– I suoi sandali sono scoloriti, – gli dico a bruciapelo con un sorriso che spero sia sarcastico.
– Sì.
– Lei è una persona che sta molto al sole?
– Si.
– Lei tutto intero o solo i suoi sandali? – e mentre dico questa frase a effetto lo guardo dritto negli occhi. Lui non reagisce e mi fa una specie di inchino a mani giunte.
– Vedo che ha dei graffi sulle mani. Fa un mestiere pericoloso? – gli chiedo continuando a guardarlo fisso e non ricambiando affatto il suo saluto a mani giunte.
– No, raccolgo more.
– Certo i rovi a volte sono tremendi, procurano ferite come quando ci si taglia con un vetro.
A questo punto sono sicura che ha capito che ho capito. Mi chiederà di non dire nulla, che lui è povero e la sua famiglia lontana ha bisogno di mangiare e lui, senza scarpe, non può andare neanche a raccogliere le more, cosa peraltro impossibile in questa stagione.
– Signora, mi scusi ma lei deve fare adesso la foto?
– Sì perché, lei non ha finito?
– Sì certo, ma volevo prestarle questo.
Lo vedo mettere la mano in tasca e qui Orlando avrebbe detto:
– Come al solito ti sei cacciata nei guai. Questo tira fuori una pistola e ti minaccia e fa pure bene, perché sei un’impicciona.
Certo, non avrei potuto immaginare niente di più lontano da un’arma da fuoco. Il tizio mi mette tra le mani un fermaglio per capelli.
Lo guardo sorpresa e rimango in silenzio. Le parole, che di solito arrivano veloci come boomerang, sono rimaste tutte al punto di partenza. Ammetto che non so che dire.
– Gentile signora, usi il fermaglio per raccogliere i suoi capelli.
– Perché? – chiedo oscillando un po’ avanti e dietro, come un cobra davanti al suo incantatore, movimento che si scatena indipendentemente dalla mia volontà quando mi sento in imbarazzo.
– Perché così si vedono meglio i suoi occhi blu.
Appena sento pronunciare questa frase mi convinco che la reincarnazione esiste e che davanti a me c’è l’unico uomo che li abbia veramente mai visti: mio marito Orlando!

Angela Marrongelli

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