L’ombelico del mondo – di Diana De Rosa

L'ombelico del mondo - di Diana De Rosa

C’era un piacevole odore di colla e di pittura in quella camera.
Dalla vetrata che dava sul giardino entrava, prepotente, uno spicchio di luce.
Non mi soffermai a lungo a guardare fuori.
All’interno della stanza c’era qualcosa di ben più interessante.
Avanzava lentamente verso il centro della camera e non potei fare a meno di pedinarla con lo sguardo.
A piedi scalzi tracciava una linea perfetta sul parquet. Le gambe lunghe e affusolate spuntavano sotto una camicia maschile. La stoffa leggera assumeva la forma delle natiche.
Indossava solo quella.
Sbirciai i muscoli tendersi ad ogni passo, disegnando tratti decisi sulla pelle lucida.
Sfuggita alla morsa del fermaglio, lungo la schiena, una manciata di capelli color petrolio ondeggiava appena.
Una breve piroetta. E, come sulla scia della punta di un compasso, si voltò.
Si accorse subito della mia adorazione.
Gli occhi gialli, come quelli di un animale selvatico, puntarono dritto nei miei annacquati di desiderio.
Un lieve sorriso di compiacenza le si allungò sul viso.
Nessun imbarazzo.
Mi sembrò che stesse continuando a dondolarsi, come in una danza timida, ma carnale.
O forse era a me che girava la testa!
Prese a spuntarsi i bottoni della camicia. Uno dopo l’altro. Con naturalezza. E ancor prima che l’ultimo fosse sganciato, potei scorgere il piccolo ombelico sul ventre piatto.
Ne ero certo: era quello il centro gravitazionale della sensualità in una donna.
Con la mente tornai al mio primo incontro ravvicinato con un corpo femminile.

Terza liceo. Era l’estate rovente del ’93.
Un vecchio ventilatore sbuffava rumorosamente aria calda sulla mia fronte madida.
Ero convinto servisse a ben poco, o al massimo a girare le pagine ingiallite del mio libro di storia dell’arte. Ma non ero a casa mia e non osavo lamentarmi.
Di tanto in tanto attaccavo post-it colorati sulla parete, sul lume, sullo stereo, ovunque.
Avrebbero dovuto ricordarmi quali argomenti ripetere prima dell’esame di stato, ma in realtà mi dicevano solamente a quali domande della commissione non avrei saputo rispondere.
Intanto, seduta sul davanzale della finestra della sua cameretta, Margherita, la mia compagna di banco, teneva sulle ginocchia il testo di letteratura.
Aveva una biro infilata nei capelli ed un paio di lenti da vista appollaiate sulla punta del naso.
Poi, all’improvviso, alzandosi gli occhiali in testa a mò di fermacapelli, chiuse il libro e lo lanciò sul letto.
Aveva cambiato espressione.
Non intuii cosa stesse accadendo finché Margherita non si sfilò la polo e me la tirò addosso.
“Dobbiamo far presto, potrebbe rincasare qualcuno” disse, come se io non stessi aspettando altro.
Non potei fare a meno di notare reggiseno rosa a fiorellini che spiccava sulla pancia abbronzata.
Fu, a quel punto, lo vidi: il suo ombelico stretto e profondo.
La raggiunsi alla finestra, incerto sul da farsi.
“Qui è l’ideale” mi disse con certezza scientifica “Così, intanto, dai uno sguardo in strada”
Si sfilò gli slip e me li ficcò nella tasca dei jeans con disinvoltura.
“Non posso togliere tutto” esclamò, mentre mi allentava la cintura.
“Ti scoccia se tengo su la gonna?”.
E poi, di seguito: “Ce l’hai?” bisbigliò, mentre mi impiastricciava di baci attaccaticci il collo.
Non le risposi e lei la prese per buona, frugandomi nei pantaloni.
Gli sfigati ne avevano sempre uno nel portafoglio: per buon augurio! E io non ero da meno.
Me l’aveva dato mio padre, quando, a suo dire, ero diventato un “uomo”.
Era lì, nascosto tra le banconote sgualcite e Margherita lo trovò in fretta , scartandolo come una caramella.
Mi ritrovai con le sue gambe intrecciate dietro la schiena e con qualcosa che cresceva dentro di lei. Spinsi forte. Uno, due, tre volte. Poi persi il conto.
Intanto, col mento poggiato sulla sua spalla, continuavo a guardare in strada.
Sentivo il suo respiro caldo crescere. Soffiava nel mio orecchio, come una gatta in calore.
Avevo la t-shirt incollata sul torace e le brache penzoloni.
Spinsi ancora. A intervalli regolari. Uno, due, tre volte e più.
Qualcosa stava cambiando.
Sentii un formicolio, ma un formicolio piacevole. Proprio lì: nelle parti basse.
Margherita cominciò a mugolare.
Inaspettatamente divenni avido di quel corpo bollente. Affamato di quel rifugio umido.
Persi il controllo e smisi di guardare in strada. Affondai le dita nella sua carne.
Ancora. Non mi bastava. Di più.
Lei urlò di piacere ed io la seguii, senza più resistenza.
Per qualche minuto restammo così. L’uno nell’altro. Mezzi svestiti. Tutti sudati.
Poco a poco tornai in me stesso e lo sguardo mi cadde sulla strada.
“Tuo padre!” sbraitai fuori di me.
Margherita mi spinse via.
Io restai così: imbambolato. Poi mi tirai su i pantaloni alla men peggio.
Lei si infilò la maglietta al rovescio e mi spinse prima fuori dalla sua stanza e poi fuori di casa.
“Scusami, devi andartene, mio padre non crederebbe che stavamo solo studiando” disse, sbattendomi la porta in faccia.
Sconcertato presi a salire gli scalini due alla volta e mi nascosi tra il terzo e il quarto piano.
Quando sentii il tintinnio delle chiavi e la porta chiudersi di nuovo, mi fiondai giù per le scale.
Camminai a passo svelto, ma senza correre, per non dare nell’occhio.
E, quando fui abbastanza lontano, tirai fuori le mutandine di Margherita dai jeans.
mi chiesi. Poi corsi via, euforico.
Era la prima volta che facevo l’amore!

Tornai alla vita reale.
La ragazza lasciò cadere la camicia sul parquet ed io ricominciai a fissare il suo ventre piatto, con quel suo piccolo ombelico.
La vita era sottile, esile. I fianchi curvi, perfetti, avrebbero fatto da scivolo alle mie mani.
Sulla pancia si appoggiavano i seni sodi, tondi e ben proporzionati.
I capezzoli ritti, sembravano more. Scure, mature, succose.
Assomigliavano a quelli della mia fidanzata universitaria.
I ricordi ripresero ad annebbiarmi la mente.

Ai tempi dell’Accademia di Belle Arti avevo ormai dimenticato il significato della parola “imbarazzo” e le mie “tresche” non si contavano sulla punta delle dita.
Tuttavia, con Federica, la mia fidanzata storica, era tutto diverso.
Al primo appuntamento non si era lasciata abbindolare dal fiore lasciato per lei sul cruscotto, dalla banalità di una cena a lume di candela o dal mio virile dopobarba.
Era per questo che, scappatelle permettendo, passavo con lei tutto il mio tempo libero, anche se il sesso non era ancora diventato la nostra “ora di ricreazione”.
Aspettai qualche mese, poi mi decisi: doveva essere mia!
Fu quella volta, in macchina al drive-in, che, dopo tanta attesa, vidi finalmente il suo ombelico.
pensai, mentre le sganciavo il reggiseno.

Allontanai quel ricordo giovanile e tornai a guardare la ragazza, questa volta anche un po’ più giù.
Spiai quel ciuffo riccioluto che nascondeva al mio sguardo impudente la sua natura.
Morbido e vaporoso, sembrava una nuvola minacciosa in un cielo terso.
Divenni irrequieto, impaziente.
L’unica volta che mi ero sentito così, ricordai, fu quella domenica di maggio, di qualche anno fa, nel mio attico al centro.

Stavo seduto comodamente sul sofà del soggiorno, con il telecomando sul bracciolo e la birra tra le mani.
Mia moglie, Marina, usciva dal bagno.
La guardai sgambettare ed infilarsi in camera da letto per nascondersi in una vestaglia.
Era incinta, di circa 3 mesi, ma fino ad allora non ne mostrava alcun segno.
Poi, all’improvviso, quella sera, per la prima volta, potei notare una piccola curva. Lieve, delicata, dall’ombelico in giù.
Marina non era mai stata così bella.
Lasciai la tv accesa e la raggiunsi, con passo felpato, in camera da letto.
La avvolsi nelle mie braccia, lasciai scivolare la vestaglia e le carezzai il ventre, con dolcezza.
Mi permise di dare un lieve bacio sull’ombelico che, d’un tratto, aveva assunto la forma di un bocciolo di rosa.
La solleticai lievemente, finché non fu pronta per fare l’amore.

Cullando dolcemente quel pensiero nella mente, mi concentrai sulla meravigliosa donna che, intanto, di fronte a me, aveva assunto una posa statuaria.
Afferrai il carboncino dalla valigetta dei colori e presi a disegnare le linee guida di quel corpo perfetto.
Di colpo non ne fui più turbato.

 

 

Diana De Rosa

 

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