L’immagine di me – racconto di Eleonora Di Naro

L'immagine di me - racconto di Eleonora Di Naro

Graffiavo la superficie delle mie labbra con l’unghia dell’indice destro. Con lo sguardo puntavo i miei piedi che ciondolavano dal muretto su cui ero seduta. Avevo dei sandali di cuoio. Mi piacevano molto, pensavo mi conferissero un’aurea di dannatezza e indipendenza che in quel periodo cercavo insistentemente. Non so bene perché legassi quei sandali di cuoio al mio desiderio di solitudine e libertà. Anche la mia frangetta era legata a quella voglia. Quell’estate ero un continuo riempirmi il corpo di dettagli che guardando e riguardando mi proiettavano quell’immagine di me che volevo cucire sulla pelle e portare a spasso come un cane al guinzaglio.

Una nuvola nascondeva il sole per qualche minuto. Non vedevo più la mia ombra. Non riuscivo più ad indovinare quale fosse l’immagine di me che mi trascinavo dietro.
Mi divertivo ad utilizzare quell’ombra come base dalla quale far nascere milioni di me diverse. Entravo in ognuna di esse, ci nuotavo dentro, molle e sinuosa come un’alga, per poi uscirne, irrimediabilmente nullificata.
Quella nuvola mi stava privando di quel poco di concretezza che cercavo disperatamente di afferrare nella vacuità di un’ombra.

Cinguettii sporadici. Le orecchie mi fischiavano. C’era una tale confusione di suoni intorno e dentro me che non riuscivo a pensare. Avevo la nausea e camminare a vuoto dentro quell’enorme giardino recintato mi faceva girare la testa. Tutto cominciava improvvisamente a muoversi, a ruotare, non c’era più un punto fermo, mi aggrappavo ai ciuffi d’erba che non resistevano e così precipitavo stringendoli tra le dita. Ero atterrata su qualcosa di duro senza farmi male. Immobile, seduta su un muretto, facevo ciondolare le gambe. Di fronte a me strideva una vecchia altalena spinta dal vento. Fissavo i miei piedi. Erano scalzi.

 

Eleonora Di Naro

© Riproduzione Riservata
Commenti