Le ultime lacrime – Racconto di Massimo Spinozzi

Le ultime lacrime – Racconto di Massimo Spinozzi

In quel pomeriggio Massimo aveva terminato gli esami e stava andando a prendere l’auto.
Si, aveva preso “Daiana”, e non la solita, in suo omaggio. Al mattino, in garage, aveva sentito che quello sarebbe stato un giorno speciale, proprio come quando aveva baciato Rosa per la prima volta, quel primo luglio del 2016, dopo i suoi – di lei – esami.
È strano come le persone e le cose siano capaci di legarsi così indissolubilmente tra loro. Lui lo era con “Daiana”, con la sua “bimba”, ed in effetti lo era da quando aveva tre anni e mezzo, in quell’occasione in cui Raissa si ruppe la falange del mignolo destro nel chiudere lo sportello del 930 blu elettrico col quale “Ninì” lo avrebbe portato a fare un giro sul lungomare a San Benedetto. Quel dolore avrebbe trovato riparazione solo ventisette anni dopo, quando al volante, non di un 930 ma di un 996, stavolta nero, c’era Massimo.
Ad un tratto penso di fare un salto in Dipartimento, per vedere se ci fosse, per caso, Rosa. Lei l’aveva sbloccato ormai da qualche giorno, e quel segno lo impensieriva, come in tutte le altre occasioni in cui era accaduta la stessa cosa: sarebbe di sicuro successo qualcosa di lì a poco, e non voleva subirne le conseguenze, come non voleva nemmeno subire l’evento.
Pensò “dai, non c’è niente di male. In fondo è ormai passato tanto tempo, oltre un anno. Sei pronto per rivederla, se dovesse capitare, Cosa mai ti vorrà succedere?”. Si diresse verso la sede centrale, attraversò il corridoio salutando la solita portinaia allegra (ma poi di cosa sarà stata sempre allegra la portinaia?), percorse tutto il corridoio e poi girò a destra salendo le due rampe di scale. Giunto al pianerottolo, attraversò la porta a vetri, al solito aperta, e buttò gli occhi sulla serratura della porta grigia della stanza dove Rosa abitualmente si intratteneva quando era lì. Vide le chiavi sulla serratura. L’emozione lo assalì, iniziò a tremare col cuore che andava a mille. Provò la stessa sensazione della prima volta che, per caso e senza volerlo, si era trovato ad oltre 150 km/h sulla moto che aveva appena comprato. Adrenalina in vena. Ripensò a quando, al mattino, aveva aperto “Daiana” col telecomanda, pensando “oggi è un giorno importante, voglio che stiamo insieme”. Quell’agitazione era l’esatto opposto della pace mattutina.
Senza pensarci decise di bussare, se avesse risposto “avanti” sarebbe entrato.
Bussò, tre volte, come aveva ormai imparato. Nulla.
Bussò di nuovo, stavolta sul vetro centrale, sempre tre volte. Rosa rispose, con voce stizzita, come al suo solito, “ho detto avanti!”, con la sua “e” aperta che tradiva le sue origini pugliesi, così forti e presenti per quanto si sforzasse di annacquarle.
Aprì la porta, stette un secondo, e poi entrò. E chiuse la porta dietro di sé.
Rosa aveva alzato lo sguardo ed era incredula a vederlo. Non disse nulla. Massimo poggiò la valigetta, di pelle nera bordata azzurro, su una delle due sedie davanti alla sua scrivania, quella a destra entrando dalla porta. Si diresse alla finestra, era aperta e faceva ancora caldo, di fine estate che ti racconta di un autunno già prossimo. Si appoggiò al davanzale, mise le braccia conserte e la guardò. Rosa era incredula, Massimo non seppe spiegarsi se per felicità o ancora (ma davvero ancora ?) per odio. Non parlavano. Continuavano a fissarsi in silenzio e Massimo ripensò a quando a Licia ed a Lorena aveva detto “se mai dovessi rivederla vorrei stare in silenzio davanti a lei. Ho bisogno che il silenzio lenisca le ferite che ci siamo fatti. Credo più io di lei, poiché ho sopportato le sue azioni.”.
Era il momento. Si trovavano l’uno di fronte all’altra. Massimo le chiese “posso stare?”. Rosa annui con un movimento veloce, contratto e ripetitivo del capo, socchiudendo gli occhi, come spesso (aveva imparato a riconoscerlo nel loro anno e mezzo di fidanzamento clandestino) faceva quando voleva esprimere un sentimento e se ne vergognava. “Ne hai fatte di molte di cose speciali in quell’anno e mezzo che siamo stati insieme. Ma una è stata davvero fenomenale, e l’hai fatta in quel mese e mezzo che abbiamo abitato insieme a casa mia. Ed è stata quella che mi ha fatto dire «è lei che voglio». Se la ricordi, falla di nuovo”, le disse Massimo.
Erano distanti non più di tre passi. Lui in piedi, nell’ufficio dove si eravamo baciati quel primo luglio di due anni prima, appoggiato al davanzale della finestra, con la gamba destra sovrapposta sulla sinistra, le mani in tasca; lei appoggiata alla scrivania di Stefano, con le gambe parallele e le braccia conserte. Si continuavano a guardare negli occhi, quasi a sfidarsi, ma con amore. Ad un tratto Rosa, quasi accettando una sfida, si staccò dalla scrivania, tirò indietro la sedia con le rotelle ed andò verso Massimo con quella sua movenza dolce e sinuosa, quasi da gatta; gli si piantò davanti, alzò le braccia, gliele mise al collo e, facendo gli occhi piccoli ed inclinando un pò in basso il capo, sussurrò: “Credo non ce ne sia bisogno di chiedertelo perché penso di sapere la risposta, ma te lo chiedo lo stesso: mi vuoi abbracciare?”.
L’aveva detto! Aveva indovinato! Tra un milione di suoi gesti che, tra mille persone, l’avrebbero fatta riconoscere ad occhi chiusi da Massimo, aveva fatto quello giusto. Niente da dire, “è veramente speciale” pensò Massimo. Mentre pensava questo, non fece in tempo a terminare il pensiero che, senza che gli uscisse nemmeno una lacrima, sentii una fitta alla tempia sinistra, e dopo come una minuscola goccia che scendeva. Era ad occhi aperti ma non sentiva la coscienza, anche se pensava. Vedeva Rosa piangere e muoversi davanti a lui, mentre la sentiva urlare il suo nome e lo scuoteva alle spalle. Si aprì la porta di scatto come per un’emergenza, entrò Guido: nel frattempo Massimo era caduto a terra, da lì vedevo Rosa e Guido in piedi, gli sembravano altissimi. Guido disse “chiamo un’ambulanza, sembra vigile. Dai che non è niente, forse il caldo”. Massimo pensò di avere conferma di quello che aveva sempre pensato di lui, che era un cretino incapace di capire la cosa più banale, che stava morendo. Come, nelle occasioni in cui era entrato di scatto in quella stanza e li aveva trovati lì, non aveva capito che si amavano e che stavano insieme. Ma non era stato il solo cretino a non capirlo.
La stanza si riempì di persone, alcune le conosceva e le sentiva e vedeva piangere e preoccuparsi. Pensò “Guarda quanto questi si preoccupano per me. Per uno come me è già tanto essere arrivato sin qui, dopo quello che ho fatto”. Vedeva Rosa che piangeva, non l’aveva mai vista così. “Forse – pensò – in quest’anno che siamo stati lontani ha pianto in questa maniera quando pensava a noi”.
La guardò, e cercò di parlarle per l’ultima volta, sentiva che il tempo stava terminando. Pensò a suo padre, al suo ictus, e poi alla sua malattia così simile a quella che gli avevano diagnosticato qualche settimana prima, quando la Dottoressa, dopo aver letto gli esami del sangue, disse “Avvocato, è meglio che cerca di evitare forti emozioni, fino a quando i valori non si saranno riequilibrati: potrebbe accaderle quello che è successo a suo padre”.
“Rosa” le disse, sicuro che non gli uscivano le parole ma che il pensiero l’avrebbe comunque raggiunta, “so molto più di quello che pensi che sappia. Non ti faccio nessuna colpa, non ho nulla da recriminare, ti ho raccontato l’unica verità ma non ti è bastata. Non ci sono riusciti a mettermi contro di te, alla fine ci stiamo separando in pace, proprio come volevo. Il resto lo sai già, e l’hai sempre saputo.”.
Rosa si avvicinò a Massimo, come quasi avesse sentito il suo pensiero, gli prese il viso tra le mani proprio come quando gli diceva “sei un ricottino” e lo baciava a stampo sulle labbra.
Gli occhi di Massimo, a quel gesto, si spalancarono, riempiendosi di lacrime e così rimasero, fissi. Pensò “ma se piango vuol dire che sono ancora vivo! Forse posso farcela davvero”. Ma quelle erano le sue ultime lacrime, ed erano per Rosa, l’unica grazia che davvero gli fosse capitata nella sua vita.

 

Massimo Spinozzi

 

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