La lista della spesa – di Andrea Martina

La lista della spesa - di Andrea Martina

Ho trovato la lettera di mia moglie sul tavolo della cucina dopo essere tornato da Londra. Non l’ho nemmeno aperta e ci ho girato attorno per buona parte della mattinata. Verso le undici ho afferrato la busta tra pollice e indice, tenendola a una certa distanza, quasi fosse un brutto insetto che dopo aver arrancato sul tavolo sporco di briciole è finito per morire accanto al vaso di fiori finti. Ho osservato il mio nome vergato con la calligrafia elegante e minuta di Sara. Per Jack. C’era scritto semplicemente questo e vedere con quanta cura avesse tracciato ogni lettera ha avuto l’effetto di scatenarmi nel profondo una collera sorda, come il rintocco lontano di una campana che scuote una notte quieta. Nella casa immersa nel silenzio mi sono chiesto come avesse potuto lasciarmi a quel modo, con un pezzo di carta abbandonato tra i resti della cena. Due anni di convivenza e poi un matrimonio durato quasi otto, centrifugati all’interno di una busta da lettere, compressi a forza come si fa con dei vecchi scontrini da cui ti vuoi separare frettolosamente.

Al diavolo. Ho lasciato scivolare il biglietto sul pavimento e ho iniziato a girovagare per tutte le stanze della nostra casa. Sono stato via appena tre giorni e lei li ha trascorsi a sistemare tutto, a pulire ogni superficie, a mettere in ordine i cassetti. Lo vedo chiaramente mentre attraverso il soggiorno, il corridoio e la nostra camera da letto. Scorro le dita lungo i mobili e le pareti e sui polpastrelli non mi resta nemmeno una particella di polvere. Ha fatto le cose per bene la mia Sara. Mela immagino mentre lava i pavimenti e strofina in ogni angolo. Si è data un bel da fare, ha pensato di ripulirsi la coscienza. Che dolce stronzetta che ho per moglie, non è vero? Con gli occhi della mente ne seguo ogni movimento, ne scruto le espressioni del volto e a un certo punto mi fermo davanti a uno specchio e allungo la mano verso di lei. Le accarezzo le guance, racchiudo il suo volto tra le mie dita e poi stringo. Oh si, stringo finché non sento le sue ossa cedere e vorrei sentirla urlare ma è solo una fantasia, un sogno, un desiderio che presto si perde nella nostra casa ormai vuota. E pulita.

Frugo nell’armadio in camera da letto, faccio cadere le grucce, getto camicie e abiti da sera sul letto. Le valigie sono sul fondo, accanto a un vecchio paio di scarpe. Mi domando cosa ha portato con sé e all’improvviso un’immagine mi colpisce come un maglio, mi fa vacillare. Devo sedermi sul bordo del letto. Mi aggrappo con le unghie alle coperte. No, no e ancora no.Non può essere. Eppure è la spiegazione più logica e quindi anche la più banale. C’è un altro. Un altro uomo. Un bastardo che l’ha aiutata ad andare via, a lasciarmi da solo in questa casa. Si, non può che essere così. Altrimenti perché fare tutto questo, perché mettere fine al nostro matrimonio con un biglietto e ripulire tutto quanto. Escrementi di un tradimento. Ecco cos’ha fatto mentre ero via. Ha voluto cancellare ogni traccia, tutte le prove della sua meschinità, così dà non lasciarmi nemmeno un motivo, uno soltanto per odiarla. La colpa deve essere solo mia, non è vero mia dolce Sara? Sono io quello che torna sempre più tardi la sera, io quello che deve partire e stare via per intere settimane. Io quello che torna a casa esausto e alla fine crolla sul letto e non ti offre quel calore umano di cui il tuo corpo ha bisogno. E allora tu cosa fai? Mi sostituisci, mi cambi, come si fa coi vecchi pezzi di un auto e poi scappi portandoti via tutto, tutto quanto, e baratti la mia stessa anima con questa disperazione.

Lascio la camera da letto e corro giù, torno in cucina, afferro la sua maledetta lettera di addio e la getto nell’acquaio. Sto per aprire il rubinetto, per distruggerla. Non voglio le sue menzogne, perché lei non ammetterà mai, mai di avermi tradito, offeso, umiliato. Poi mi fermo, la testa stretta fra le mani. Devo sedermi, riflettere, trovare un’idea, qualcosa. Vado in soggiorno e mi accascio sul divano. Osservo la mia immagine riflessa nello schermo nero della televisione. È la perfetta rappresentazione della mia vita adesso. Un buco oscuro nel quale non posso fare altro che fissare me stesso mentre vado in pezzi.

Non lo nego, il pensiero vola alla scatola da scarpe che tengo ben nascosta nel ripostiglio. Dentro, avvolta in uno straccio, c’è la mia pistola, anche quella un desiderio di Sara che voleva sentirsi protetta. Mi domando se non me l’abbia fatta comprare sapendo che un giorno avrei accarezzato l’idea di spararmi in bocca. La canna infilata tra i denti, la lingua che lecca il bordo è una seduzione come può esserlo solo un bicchiere di acqua gelata che ti viene servito in mezzo al deserto. Ora mi alzo, penso, la prendo e la faccio finita. Vieni a ripulire le pareti dalle mie cervella, Sara, vedrai che divertimento.

Poi sento la chiave che entra nella toppa. È lei, è tornata. Deve aver dimenticato qualcosa. Dall’aeroporto sono arrivato in taxi per cui non sa che io sono già a casa. In punta di piedi mi nascondo accanto alla porta. La mia testa è rovente e pulsa. Mi guardo muovermi e non mi sembro più io, come se all’improvviso il mio corpo si fosse slegato dallo spirito che adesso fluttua. Ma ora è tutto chiaro. So cosa devo fare. Conosco la punizione. Sono pronto a bere il mio calice e a dividerlo con mia moglie.

Lei entra, non si accorge di me. La raggiungo in due passi e le stringo le mani attorno al collo. Aumento la pressione, sempre di più e intanto digrigno i denti. La mia saliva spruzza sui suoi capelli. Sara lascia cadere la borsa e tutte le sue cose si spargono attorno ai suoi piedi. Non dura molto. All’improvviso la sento pesante tra le mie mani e semplicemente la lascio andare. Scompare dalla mia vista, come se fosse stata inghiottita da un buco nel pavimento. Così torno a sedermi sul divano, afferro il telefono e compongo il 911.

A questo punto tutto si fa confuso. Davanti a me si forma un vortice, fatto di luci e voci sconosciute. Qualcuno mi afferra e mi fa girare. Sento un morso in corrispondenza dei polsi e poi sono fuori. La luce del sole mi ferisce gli occhi e il vento mi fa incollare la camicia bagnata di sudore sulla schiena. Infine il buio ristoratore. Non so se sia stato sonno o una specie di piccola morte, un balsamo che il mio corpo si è voluto concedere. Resto in sospensione nel nulla per un tempo indefinito e quando neri emergo altre mani sconosciute mi afferrano e mi portano in una stanza minuscola, con un tavolo e una sedia di acciaio. Mi intimano di sedermi e di fronte a me si mette un uomo in giacca e cravatta. Ha il primo bottone staccato e attraverso la camicia riesco a vedere i peli del petto. Il resto non sono in grado di identificarlo, come semi fosse diventato impossibile definire i tratti somatici.

Quello resta in silenzio per interi minuti e io faccio altrettanto. Ho un dolore sordo alla base della nuca. Mi viene in mente un nome, Sara, ma non riesco ad associarlo ad un volto preciso. E mi fanno male le dita. Dopo un’attesa infinita l’uomo prende una busta di plastica trasparente con un etichetta e me la agita davanti agli occhi. Io la guardo, senza capire. Poi la lascia cadere sul tavolo e io mi piego per vederla meglio. All’interno c’è la busta da lettere col mio nome. Qualcuno l’ha recuperata dalla cucina. E poi c’è qualcos’altro. Il biglietto che Sara mi ha lasciato. Stringo gli occhi e la sua calligrafia si fa nitida, posso leggere ogni singola parola. Io farò tardi a lavoro. Ti lascio la lista della spesa, ci pensi tu? Ti amo.

Andrea Martina

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