L’ Ultimo Inverno – racconto di Nicola Simone

L' Ultimo Inverno - racconto di Nicola Simone

Un sibilo stridente si incuneava tra le linee spezzate della vecchia finestra di legno, consumata e screpolata dal tempo, tintinnio pungente e sottilissimo, come una spina aguzza, mi infastidiva il sonno di un pomeriggio d’inverno.

Era freddo ed anche quell’anno era tornato come tutti gli anni, ma quella volta era più sovrapponibile, più simmetrico più identico del solito. Condensata e ritmica cadeva la neve e in sincronia col vento spolverava la natura incapace di reazione. La mia figura in ombra riposava nel grigio scuro della stanza, con la testa accolta nell’incavo perenne del cuscino di canapa. Sempre di fianco riposava, volta verso la finestra che ormai era vinta dalle intemperie e che strenuamente per anni mi aveva difeso.

È stata una sconfitta lenta e costante, era corazzata in legno di noce, incastonata nella pietra pesante e compatta che mi faceva da mura. Mio nonno l’aveva fatta costruire da un artigiano che forse per errore fece gli scuri più stretti dei vetri e che lasciavano passare, tra le due fessure verticali, fogli luminosi e paralleli, che attraversavano la stanza d’inverno quando alle due di pomeriggio c’era il sole. Quel fatto mi aveva sempre incuriosito, mi divertiva guardare i disegni del pulviscolo, che scendeva e saliva lentamente nell’intercapedine sottile. Mi stupivo della sua semplicità, della serenitàn degli incontrastati movimenti, della loro sobrietà, della calma ondulata di quei granelli senza peso.

Tutti gli anni attendevo quei momenti di riposo, di tranquillità, di silenzio, ma man mano si facevano sempre più’ uguali, di anno in anno sempre gli stessi. Con il passare del tempo il desiderio che ritornasse l’inverno si andava spegnendo, come una fiammella che consuma la sua cera fino all’orlo e prima di sparire abbassa lentamente la sua puntina, quasi a fare un gesto di agognato commiato. Quel pomeriggio casualmente il sole mancava, ma non la sua luce e dalla finestra chiusa le lamelle brillanti entrarono ugualmente.

Mi accorsi che il pulviscolo non si muoveva e illuminava a caso, ma con un criterio stabilito e cominciai a decifrare quello che all’inizio mi sembrava un codice, ma non era altro che uno scritto dei miei avi che diceva: caro figlio quando verrà’ il tuo momento un sibilo ti infastidirà’ il sonno e leggerai ciò’ che è’ scritto di te, non aver paura ma ci raggiungerai prima che la luce si spenga e…

Prima che riuscissi a capire ciò che stavo leggendo, il sibilo stridente mi penetrò e mi trafisse delicatamente, mi chiuse gli occhi e l’ anima e si fece sera e notte e non ebbi più bisogno di attendere altri inverni.

 

Nicola Simone

© Riproduzione Riservata
Commenti