Il messaggio è stato inviato – Racconto di Francesca Tamani

Il messaggio è stato inviato – Racconto di Francesca Tamani

“Il cielo era stellato, tanto che, dopo averlo contemplato, ci si chiedeva se sotto un cielo così potessero vivere uomini senza pace” F. Dostoevskij

Il cielo stellato. La notte di San Lorenzo. Le stelle cadenti. Io e lui in Grecia.

Certo, pensavo di trascorrerlo in modo diverso questo Ferragosto. Magari su una bella spiaggia assolata, sorseggiando un aperitivo in un localino in riva al mare. Invece mi trovo ancora qui, a casa, a fissare ad intermittenza prima la valigia semivuota sul letto davanti a me e poi il tavolo della cucina dove sta seduto Luca, quindi la valigia, poi Luca, valigia, Luca, valigia e così via. Il mio sguardo, però, non si sposta con rapidità perché ad ogni occhiata la mia mente si carica di pensieri e i miei occhi hanno l’agilità di un mulo al massimo del suo carico mentre si trova a compiere una salita. Ecco questa è la lentezza con cui sto formulando concetti ed immagini passando da un oggetto all’altro. Da una foto a colori: la valigia; ad una sbiadita e in bianco e nero: Luca.

A quest’ora il proprietario del grazioso appartamentino di Mykonos si starà sicuramente chiedendo il perché del nostro ritardo imprecando contro i “soliti” turisti italiani famosi nel mondo per il loro prendere la vita con leggerezza. Chissà se avrà capito che questo ritardo si trasformerà inevitabilmente in una mancato arrivo? Già. La leggerezza. Cosa che se definisce la maggior parte delle persone, sicuramente non appartiene a me; perché io sono Laura, faccio la fotografa e vivo con un individuo del quale non posso affermare altro con certezza se non il nome: Luca, appunto.

Tutti mi considerano una ragazza forte e determinata. Questa è l’immagine che do di me, soprattutto nel mio lavoro. In realtà la mia autostima è pari al livello delle acque dei fiumi nei mesi di siccità e se qualcuno mi fa un’osservazione che reputo negativa anche l’ultima goccia di amor proprio evapora.  Il fatto che abbia un bel negozio tutto mio, una clientela che mi stima e che i miei genitori mi abbiano sempre considerato una figlia modello non aiuta ad alzare il livello della colonnina del mio ego. Livello che, se per sbaglio, in certe belle giornate tende ad aumentare, Luca subito è pronto a rimettere al suo posto: in basso. Ma molto in basso. Lui, si che è un bel tipo invece. Costantemente dedito alla forma fisica e fanatico della palestra, luogo nel quale si svolge il 90% della sua vita sociale e, a quanto emerso di recente, anche privata. Quando mi chiamarono per fare alcune foto proprio nella palestra dove lui si allenava fui colpita dalla sua fisicità ma soprattutto dal contrasto tra questo armonioso ammasso di muscoli ben lustrati e il suo sguardo che, a differenza di quello di tutti gli altri avventori, mi sembrava bello sveglio. Cosa che è stata in effetti confermata appena dopo con uno sfacciato invito a cena e conseguente dopocena. Il gioco era fatto: la timida e insicura fotografa era caduta nella rete del bello e ambitissimo palestrato. Sguardo al cielo delle amiche e segno della croce di mia madre. Ecco, sotto questi auspici è iniziata la nostra storia. Vogliamo definirla un disastro annunciato? Facciamolo pure.  Nei primi mesi era tutto rose e fiori, come da copione, weekend romantici, cene a lume di candela, sciroppo di melassa ben spalmato su messaggi, telefonate e ogni insignificante gesto quotidiano. Enormi fette di prosciutto sui miei occhi che facevano da contrappeso allo sguardo calcolatore in quelli di lui.

“ Laura come faremo a fare entrare tutte le mie cose nel tuo armadio?”

Ci siamo, la nostra storia, tra il mio fingere la sordità ad ogni congiuntivo sbagliato da lui e il suo abbassare la luce per non vedere la cellulite che progrediva sui miei fianchi, era giunta al suo apice: la convivenza. Io abito in un carinissimo appartamento che ho arredato tutto da sola, pezzo per pezzo, non lasciando a nessuno la possibilità di intervenire. Solo il mio gatto poteva pretendere spazi e accaparrarsi la tranquillità di soffici e morbidi angoli della casa. Insomma fare entrare un “estraneo” era per me un vero gesto d’amore. Chi l’avrebbe mai detto?

Ma torniamo al presente

“ Il messaggio è stato inviato”

“ Luca! E’ fatta! Ho prenotato Mikonos! Partiamo!. Sai quante bellissime foto potrò fare?”

Dall’altra parte della cornetta, se si può dire che un cellulare abbia la cornetta, sento un mugugno. Un suono che non fa trapelare grande entusiasmo. Subito, penso che sia talmente impegnato a sudare su quella panca che non riesca a dirottare neppure un centimetro dei suoi muscoli verso un’espressione di gioia o almeno di approvazione.

“ Luca! Hai capito? Possiamo partire ho trovato Hotel e volo! Tutto da sola. Sono stata brava?”

Niente. L’enorme peso che da ore stava alzando e abbassando sopra la sua testa lo doveva aver spappolato. Questo era uno degli scenari che mi figuravo come giustificazione a quei mugugni. Se avessi interpellato il manichino del negozio di abbigliamento davanti a me avrebbe avuto più enfasi nel reagire al mio annuncio.

Infastidita, chiudo la telefonata. Non sono tranquilla. Non è la reazione che volevo.

Corro in studio. Ho un servizio fotografico ad una sposa.

“Innamorati di te, della vita e poi di chi vuoi tu” Frida Khalo

Rebecca, la sposa, una donna non più giovanissima ma che aveva tentato di mantenersi in forma attraverso interventi estetici più o meno azzeccati, portava in bella vista questa frase tatuata sul braccio. La grafia non proprio delicata e l’inchiostro nero facevano a pugni con le roselline e i brillantini dell’abito bianco stile ballo delle debuttanti. Mi faccio coraggio e la saluto. Il suo entusiasmo era inversamente proporzionale al mio. Più lei manifestava gioia e proponeva pose e sfondi da applicare alle sue foto, più la mia mente vagava altrove, a quella “risposta non risposta” di Luca. Mentre chiedo alla donna di sistemarsi davanti al telo bianco, scelgo gli obiettivi e la macchina da usare. Oggi non sono in vena di fare foto. Figuriamoci poi ad una sposa. Mi tornano in mente situazioni ambigue, frasi a metà, un messaggio letto per caso, una foto di troppo. Mi dico di mettere via questi pensieri. Non ci eravamo passati sopra dopotutto? Non l’avevo perdonato un anno fa promettendo di dargli fiducia e continuando ad affidargli la mia vita?

Inizio a fare i primi scatti, senza convinzione, la sposa, però, non se ne accorge troppo immersa nel suo tulle e alle prese con pose ammiccanti e capelli da sistemare. Mentre guardo attraverso l’obiettivo questa figura così distante da me, mi chiedo se tutto questo entusiasmo venga dal fatto è sicura di avere al suo fianco un uomo con la U maiuscola. Se gli ha mai controllato di nascosto il cellulare o se lo ha mai seguito durante una serata con gli amici. Chissà se anche il futuro marito va in palestra.

La sposa mi chiede di cambiare posizione. La accontento. Continuo a scattare ma senza convinzione,  questa volta mi immagino io alle prese con un matrimonio. Con un abito da sposa. Mi sentirei come un esce fuor d’acqua con tutto quel pizzo e i miei capelli corti non potrebbero rendere onore a nessun tipo di acconciatura. Mi sento spesso sbagliata. Capelli  troppo corti, fianchi troppo larghi. Un concentrato di cose che sono o “ troppo” o “ poco”.

Rebecca non deve aver apprezzato la mia fuga. Poveretta. L’ho lasciata lì come un baccalà in mezzo ai suoi merletti, ai suoi tatuaggi e alla sua gioia da adolescente attempata.

Un’altra volta non la potrei accettare. Dopo avergli dato fiducia ancora. No.

In realtà la mia fuga dallo studio si rivelò assolutamente inutile perché se Luca era un trionfo di muscoli la stessa cosa non si poteva dire riguardo al cervello che aveva dato tutto nella fase iniziale della conquista. Il suo sguardo apparentemente furbetto, celava un encefalogramma completamente piatto e più lo conoscevo più si era rafforzata in me la convinzione che avesse uno dei quozienti di intelligenza più bassi della storia. Il suo acume non superava il “famoso” livello zero della colonnina della mia autostima. Infatti, proprio perché a colazione non era abituato a mangiare pane e volpe, esattamente in quel momento mi invia questo messaggio:

“ Ciao Monella, ci vediamo stasera allo stesso posto? Trovo una scusa e mi libero per te. Dimmi di si. Bacio

( un numero imprecisato di simboletti che spaziavano dai cuoricini di tutti i colori, alle faccine con gli occhi a cuoricino per poi divagare in fuochi d’artificio, tutta la specie di piante e fiori e un cupcake finale).

Rimango pietrificata. Non tanto dall’uso smodato e infantile delle icone whatsapp,. che comunque la dice lunga, ma dal fatto che lui stesse pianificando di nuovo un tradimento alle mie spalle.

Vado a casa. Lui arriva ed entra con la velocità di un fulmine. Aveva capito che avevo capito. Furbo eh?

Si siede in cucina, si affloscia sulla sedia, i suoi muscoli sembrano sgonfiarsi, come un palloncino che viene punto da uno spillo. La testa tra le mani. Parole che escono in modo insicuro e sgrammaticato con il tono poco convinto di un bambino che ha appena fatto una marachella ma non appare del tutto pentito.

Mi allontano. Non parlo. Mi siedo sul letto. Avrei dovuto mettere in valigia le ultime cose, i costumi, gli obiettivi e poi via, verso la Grecia.

L’asticella dell’autostima adesso era sotto il livello del mare, per restare in tema.

 

Poi penso a Rebecca. Alla sua allegria inconsapevole. Al suo atteggiamento di chi sembra volere vedere solo il positivo, ai suoi tatuaggi vistosi, così come il suo eccessivo ombretto azzurro, il suo abitino col le rose: una dichiarazione di guerra alla monotonia e alla negatività. Un continuo volerci riprovare, ancora, e poi ancora. Senza perdere il sorriso e la voglia di ammiccare all’obbiettivo del fotografo.

 

“Prendete la vita con leggerezza.

Che leggerezza non è superficialità,

ma planare sulle cose dall’alto,

non avere macigni sul cuore”

 

Più l’aereo prende quota, più aumenta la mia determinazione ad essere felice e, di conseguenza, l’asticella dell’amor proprio.  Dall’alto del mio finestrino, mi sembra di vederlo Luca, ancora seduto sulla sedia della cucina. Piccolo, piccolo. Questa volta il mix di occhioni da cane bastonato, muscoli sexy e parole suadenti non ha funzionato.

“ Mi scusi il ritardo, ho avuto un contrattempo” sfoglio il piccolo dizionario italiano-greco che mi ero infilata in tasca all’ultimo momento.

Il burbero signore greco apre la braccia e avanza verso di me dicendo “ Italianiiiiii  finalmente !!!”, prende la mia valigia e mi accompagna verso la stanza. Dal terrazzo si vede un mare stupendo.

 

 

Francesca Tamani

 

 

 

 

 

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