Il drago e il paladino – di Wladimiro Borchi

Il drago e il paladino - di Wladimiro Borchi

Il calore aumentava dopo ogni passo e sembrava sostituire il poco ossigeno.
Ad ogni metro l’aria si faceva più rarefatta e respirare, sempre più difficile.
Il giovane paladino cercava di mantenersi concentrato sulla missione, intrappolando fra i denti preghiere a Xeuari.
Lo sguardo scrutò per l’ultima volta il villaggio in fiamme, alle pendici della montagna, poi, dopo un profondo respiro, si rivolse sicuro alla vetta.
La salita aveva messo a dura prova le ridotte risorse del neofita, gli occhi erano annebbiati dal sudore e bruciavano per il fumo che ancora invadeva tutta l’area, dopo la razzia del drago.

Il ragazzo era in viaggio verso la fredda Nuklar quando i suoi occhi avevano assistito alla violenta aggressione di quel demone rosso.
Distava almeno un chilometro dal villaggio, ma aveva visto distintamente l’enorme creatura scendere in picchiata almeno tre volte sul villaggio, bruciando case e divorando innocenti.
Aveva spronato il proprio destriero a correre come un forsennato, ma era stato tutto inutile…
Al suo arrivo non c’erano vivi.
Il drago era stato clemente, massacrando, senza la minima pietà, madri, padri e figli, così da non lasciare orfani che nessuno avrebbe accudito o genitori senza più una ragione per vivere.

Il giovane paladino era solo riuscito a vederlo alzarsi in volo, dopo il disastro, ed andarsi a rintanare in una spaccatura nel fianco della montagna.
Un tale scempio, una tale empietà, non poteva rimanere impunita.
Il suo rango gli impediva di andarsene, ma il neofita sapeva di andare incontro alla morte.
Sapeva di non essere in grado nemmeno di affrontare un gruppetto di Scimmieschi, da solo.
Durante il suo primo turno di guardia alle mura di Durebow, solo l’intervento del suo superiore l’aveva tratto in salvo, dopo che un gruppetto di cinque scout Scimmieschi l’aveva disarmato e circondato.

Come avrebbe mai potuto cavarsela con un drago rosso, grosso e feroce?
Ma il suo rango gli impediva qualsiasi altra scelta.
Doveva affrontare il drago e morire nel tentativo di liberare il mondo dalla sua ferocia.
Raccomandò per l’ultima volta la propria anima a Xeuari, al dio giusto del sacrificio e della giustizia, e mosse i propri ultimi passi verso la spaccatura nel fianco della montagna.
“Fermati…”
Una voce profonda e roca echeggiò dalla ferita aperta nella roccia, facendogli tremare la gambe.
Era giunto il momento della sua ultima battaglia.
“E’ molto che ti osservo cucciolo d’uomo…”

Continuò il terribile eco, mentre il giovane paladino, pallido in volto, attendeva di incrociare la lama con la propria fine.
“e mi domando… Perchè? Perchè hai affrontato una ripida salita per venire a morire tra le mie fauci? Stai sicuro, che se muoverai un passo oltre l’ingresso della mia grotta, ti divorerò e soffrirai tremendamente… Perchè hai scelto di venire a morire nella mia tana?”
Il giovane estrasse la bastarda dalla fondina e l’alzò al cielo.
“Non ti temo creatura della Gehenna… Ho giurato dinanzi ad Xeuari di spazzare via il male dal mondo!”
“Il male?”
Riprese la voce terrificante del drago, che sembrava provenire dall’anima stessa di quella montagna.
“E che cos’è il male… Paladino?”
“Il male è imporre agli altri il proprio volere e le proprie leggi, senza rispettare quelle degli altri…”
“Allora tu sei il male, giovane paladino… Vieni sulla mia montagna, e vuoi impormi la tua legge con la spada. Ucciditi, dunque, e libera il mondo dal male e me dalla tua inutile presenza!”
Gli avevano narrato dell’arguzia dei draghi e che i loro sofismi erano sempre finalizzati a colpire l’avversario a tradimento.
Il giovane alzò la guardia.
“Il male”, continuò il ragazzo, “se mi fai finire… E’ cagionare agli altri sofferenza e dolore senza motivo.”
“Ma quello lo fa anche Xeuari, il tuo dio… Non impedisce carestie, non impedisce la morte dei bambini, che gli sono tanto cari, per la fame o per i terremoti, eppure ha un grande potere secondo la tua fede! Allora Xeuari è il male? Spiegami Paladino…”
“Non bestemmiare abominio! Il male è divorare uomini, donne e bambini, senza la minima pietà… Come hai fatto tu!”
“Il leone non divora la gazzella? Il lupo non fa lo stesso con la pecora? Potresti dire che sono malvagi? O sono solo specie più forti che utilizzano specie inferiori per il loro sacrosanto diritto di nutrirsi… Non fai lo stesso tu, onesto e buon paladino, con i cuccioli della mucca, della pecora o della scrofa?”
“Non è la stessa cosa!”

“Ti vedo confuso! Sei pronto a morire per distruggere il male! E non sai nemmeno contro cosa combatti… Getta le insegne di Xeurai e non farti prendere più oltre in girio dal tuo inutile dio, torna sui tuoi passi e vivi cercando davvero di capire il mondo. Hai ancora molto da apprendere prima di potermi sfidare in combattimento. Oppure attraversa l’ingresso della mia tana e muori atrocemente. Alla fine è solo una questione di scelte!”
Nessuna parola fu più pronunciata, quel caldo pomeriggio, su quel fianco della montagna.

Nella brezza della sera, una cintura ed un ciondolo, con l’incisione del simbolo di un sole rosso legato da una corda d’oro, il simbolo di Xeuari il giusto, il dio del sacrificio, rimasero a terra dinanzi ad una profonda ferita aperta nella roccia, mentre un giovane scendeva un sentiero di montagna, a passi lenti e a testa bassa, verso un villaggio in fiamme.

 

Wladimiro Borchi

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