Il Dio dell’inverno – racconto di Giuseppe Calendi

Il Dio dell'inverno - racconto di Giuseppe Calendi

“Lavora sulla tua stessa salvezza. Non dipendere dagli altri.”
(Buddha)

Una candida coltre ricopre la città, la temperatura è sotto lo zero, passeri infreddoliti svolazzano in mezzo al gelo. Le palme imbiancate sembrano enormi pupazzi di neve. Sopra l’asfalto, trasformato in un immenso batuffolo d’ovatta, risaltano orme di piedi scalzi: qualcuno è passato sullo stradone senza scarpe. Tirano forti raffiche di vento, i flutti di una violenta mareggiata si infrangono sugli scogli e bagnano la strada, con gli schizzi che arrivano sulla carrozzeria delle auto. Da lontano, fa capolino una sagoma sopra al ponte del torrente, con un cane al guinzaglio. E’ nudo, indossa solo un costume da bagno, cammina con passo veloce, ha la barba folta e i capelli lunghi. Percorre deciso il lungomare, una pattuglia della polizia rallenta, si avvicina e lo ferma. “Come mai va in giro così?”. “Perché non sento freddo!”.

La volante riparte, mentre si allontana le facce sbalordite degli agenti lo fissano ancora. Nonostante sia Dicembre, è come se fosse estate: allo chalet ha una cabina prenotata tutto l’anno, visto che la usa tutti e dodici i mesi. Scende fino alla riva. Si tuffa. Fa un cenno al suo amico a quattro zampe, ma il fedele compagno è riluttante, non ha intenzione di emulare le gesta del suo padrone, che scompare sotto i cavalloni, riemerge e si eclissa di nuovo. Ininterrottamente. Quando esce dall’acqua, si rotola sulla neve e se la cosparge addosso. La gente lo vede, si avvicina, accalcandosi intorno a lui. La spiaggia sembra un’arena con il pubblico assiepato sugli spalti. Comincia ad imbrunire, Max saluta tutti e risale, asciugandosi al soffio di tramontana, con la solita andatura. Va al bar e appena entra lancia il suo guanto di sfida: “Do un premio a chi riesce a resistere un decimo del tempo che sto io in acqua”. “Accetto!” risponde un temerario, mentre gli altri avventori sono già pronti a godersi lo show. Si dirigono tutti verso ‘La Tellina’. Nel frattempo è calata la notte, fa ancora più freddo. Max si è già immerso e aspetta il suo avversario. Ma lui è in piedi, sulla battigia, vestito. Ci ha ripensato. Un’esplosione di risate sovrasta il rumore delle onde che sbattono sul bagnasciuga. “Ci vediamo domani”.

Per la sera dopo, l’appuntamento è all’ora di cena, in un ristorante: al termine dell’abbuffata, tiene banco l’ennesima dimostrazione dell’uomo atermico. Vanno verso lo stabilimento balneare. In piena digestione, il solito ammollo prolungato. Poi viene sepolto in una bara di ghiaccio, si vede solo la bocca. Lui rimane immobile, non fa una piega. Il tempo scorre: qualcuno, stufo di aspettare, se ne va. C’è chi, invece, inizia a preoccuparsi: “Si sarà sentito male?” Ma dopo pochi istanti Max si alza, scrollandosi la neve di dosso come se niente fosse. Sorride. “Sto benissimo. Buonanotte”. La mattina seguente, davanti all’ufficio postale, alcune persone si sono radunate e parlano tra loro. “L’ho visto entrare in frac con una tuba in testa”. “Davvero?” “Sembra impossibile, va in giro sempre nudo!” Dentro, in fila davanti ad uno sportello, vestito di tutto punto, Max sta aspettando il proprio turno. Lo riconoscono immediatamente: “Che eleganza!” “In queste occasioni mi debbo uniformare, se mi presentassi svestito . . . potrebbero cacciarmi!”. E’ molto religioso e rispetta la chiesa, che, con la sua sacralità, è un altro luogo dove non si presenterebbe mai in tenuta da mare. Simpatico e gentile, saluta sempre: ormai è un personaggio, noto a tutta la città.

Bernard Hinault sta dominando il ciclismo mondiale: il bretone sembra il nuovo cannibale della bicicletta, le sue imprese ricordano i tempi d’oro, l’epopea di questo sport. Il tasso primeggia su tutti i terreni, vince le corse a tappe e quelle in linea. Imbattibile a cronometro, dà spettacolo in salita. Fa sua anche una Liegi-Bastogne-Liegi da tregenda, che una bufera polare trasforma in una lotta per la sopravvivenza, in cui inesauribili pedalatori sembrano andare verso l’ignoto, in cerca di gloria sopra i loro telai, anche se, in tale situazione, sarebbero più adatti gli sci. Forse per questo alla Tv francese c’è spazio anche per Max, che, simile a un Coppi delle nevi, così insensibile alle condizioni atmosferiche, sprezza il pericolo come un moderno cacciatore di mammut. Gli dedicano un servizio: arrivano i giornalisti transalpini. Il fenomeno è sotto un mantello, sopra un trono divenuto una specie di cella frigorifera.

Nulla si muove: lo stupore fa posto allo spavento. Il drappo viene sollevato, ma lui, indifferente e tranquillo, rassicura gli increduli che assistono all’esibizione: “Non è successo niente! Arrivederci”. E’ infaticabile. Per andare a trovare la sua compagna, dovendo raggiungerla in un litorale vicino, percorre di buona lena, ogni volta, 20 km a piedi, attraversando anche il Tronto a nuoto. I giorni passano, il maltempo continua ad imperversare, ma lui, indifferente al clima, va in giro solo in pantaloncini corti, senza un brivido, come se si trovasse sempre all’equatore. Davanti a un’edicola, questa sua incredibile capacità, campeggia sulle pagine di un noto settimanale. “Guarda, in questo numero parlano di Max, è davvero pazzesco quello che riesce a fare”: il giornalaio lo indica ad un’amica che sta passando lì per caso. Dalla vetrata di una barbieria, un cliente occasionale che si sta facendo radere, lo scorge con la coda dell’occhio e, vinto dalla curiosità, si volta di scatto, rischiando di farsi tagliare dalla lama del rasoio: “Forse non mi sono ancora svegliato…ma, con l’aria pungente che c’è fuori, sembrava che ci fosse un uomo nudo sul marciapiede”. Si stropiccia gli occhi e si dà un pizzicotto sulla guancia. Non è del posto, non lo ha mai visto prima e gli sembra inverosimile che possa esistere un personaggio così, un individuo talmente originale da risultare quasi un’allucinazione. “E’ diventato il simbolo della riviera, una volta non lo abbiamo visto passare e ci siamo preoccupati”, dice un frequentatore abituale del salone. “Pensavamo che gli fosse accaduto qualcosa. Invece era impegnato con la tv tedesca, in una delle sue mirabolanti prestazioni”. Nessuno può competere, fosse la reincarnazione di Zeus o il re dei Deva in persona. Da una scuola davanti al palazzo dove abita, alcuni studenti, mentre cercano invano di riscaldarsi appoggiandosi ad un termosifone che non funziona, lo vedono mentre annaffia i fiori, in calzoncini, sul balcone. “E’ unico”. “Non si becca neanche un raffreddore”.

I commenti, tra ammirazione e sbigottimento, rimarcano quella sua eccezionale naturalezza, che ha dell’inaudito. Altri rimangono di stucco mentre fa pesi, sullo stesso terrazzo, sempre a tronco e arti scoperti. Viene invitato negli studi di una rete privata. “La vera libertà, non deve essere un suo surrogato”, dice alla fine di un intervento. Un pensiero schietto. Vivere senza condizionamenti, per dare via libera alle proprie tendenze. Come un motto, che gravita nell’aria e aleggia ogni volta che lo si incrocia. Sembra un alieno, ma è un abitante della terra, un mansueto supereroe, riservato e sorridente. Forse è l’ultimo esponente di un ramo creduto estinto, nel cespuglio del genere Homo, mentore di un antropomorfo antartico in avanscoperta, o un mutante metropolitano. Ancestrale, come un arcaico monumento vivente, sfoggia la sua neotenica essenza come un’arma bianca sguainata contro le intemperie. Dai vetri di una finestra, una donna e un bimbo guardano fuori: enormi fiocchi adornano l’asfalto. La luce del faro è come una grossa lucciola sopra la nebbia di un mare inferocito. Passi felpati lasciano il segno sui gradoni. Un volto familiare, con delle piccole stalattiti che gli pendono dall’irsuto mento, si intravede, sulla scalinata. Sta aspettando lei, la notte più fredda dell’anno, che è appena arrivata e tende la sua mano a lui, il dio dell’inverno.

 

Giuseppe Calendi

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