I coniugi Sasia – racconto di Carmelo Sostegno

I coniugi Sasia - racconto di Carmelo Sostegno

L’aria calda di quel posto sembrava avere delle proprie mani, tenute ben vicino a crear la forma d’una maschera, e che lentamente incespicavano verso il mio viso. Parevano volerlo comprimere, frantumarlo, come in frantumi va il gheriglio d’una noce schiacciata malamente.
Era una sensazione poco piacevole, quella che stavo provando quella mattina, tipica dei recessi angusti delle mansarde per un claustrofobico. Difatti, si può dire che in quel momento credevo proprio di trovarmi in uno spazio piccolissimo, asfittico, sovrastato dall’ombra di alti scaffali, e con gli arti quasi paralizzati, il respiro impercettibile, lo sguardo assai turbato.

Anche quel giorno, com’ero solito tutte le mattine, mi ero recato nella biblioteca comunale del piccolo paese di Castamura. Un luogo contaminato da una noia morbosa e da gente indifferente, ma che tutto sommato, con qualche sacrificio e un po’ di noncuranza, ci si poteva anche sopravvivere.
Nella parte bassa del paese, sotto le vecchie mura ancora intatte, v’erano una decina di palazzi sparsi qua e là, come molliche di pane su un piccolo laghetto.
I loro prospetti, dai colori molto vivaci, davano una flebile pennellata di modernità, e costruiti com’erano, su una leggera pendenza, li si poteva immaginare chinati, in ginocchio, proclivi alla preghiera verso la Madonna. Da lì, infatti, si ammirava distante, sulla cima del monte Giasura, la famosa statua di marmo della Madonna Immacolata, innalzata una cinquantina d’anni or sono, su disposizione e finanziamento dei ricchi coniugi Siana, i quali, oltre ad essere ricordati per le numerose elargizioni di danaro a sostentamento dell’aspetto artistico del paese, tanto che oltre alla statua, furono i finanziatori della Fontana Tripita al centro della piazza e della Villetta Ameri, godono d’una certa fama, e per una storia che ancora oggi attira tantissime attenzioni.

I coniugi Siani, alcuni giorni dopo l’inaugurazione della Madonna di marmo, vennero trovati misteriosamente morti sotto quella stessa statua.
I motivi? Ignoti. I colpevoli? Mai trovati.

Solo i loro corpi, e una pozzanghera di sangue.

Sebbene i paesini siano posti piccoli in cui si parla tanto, su quella storia nessuno riuscì mai a trovare qualche indizio rilevante. Di certo, infinite le ricostruzioni tra le viuzze del centro, tra le rampe di scala dei palazzi, tra le panche della cattedrale.
Quella storia non ebbe mai autentica ricostruzione, e sotto i riflettori di scrittori e appassionati di misteri, si dissolse verso la fantasia e l’immaginazione.

Io quella mattina mi trovavo in biblioteca proprio per leggere uno dei libri che da questo drammatico ma affascinante accadimento aveva preso ispirazione.
Il giorno prima, durante la tipica cena domenicale servita degli avanzi di pranzo, tra mio padre e mio nonno s’era animata una melanconica conversazione proprio sui due coniugi. Con la testa sul piatto, il vecchio stava scaraventando giù una serie di ragionamenti. Parole alle volte sconnesse, ed interrotte, di tanto in tanto, dai bocconi di cibo che ne impedivano la comprensione. Poi d’un tratto mi guardò e bofonchiò un paio di volte, tra una sorsata di vino e l’altra, il titolo del libro che il giorno dopo trovai in biblioteca.
Era la prima volta che ne sentivo parlare. Non solo del libro, del suo autore, ma anche di tutta questa vicenda, e non potei che istintivamente restarvi aggrappato, con le gambe pesanti per l’incomprensione, e con un bruciore che dallo stomaco saliva fino alla strozza. Un bruciore che non poteva che provenire che dal fuoco della curiosità.

Il pavimento della biblioteca era ben pulito quel giorno, e cosa più importante, in quelle vampate di stordimento non ero solo: v’era anche lui, il mio socio di letture. Qualche metro più a destra, separati da un piccolo tavolino di legno, ma era lì.
Un uomo di mezza età e a me fino quel giorno sconosciuto. Non ci eravamo mai presentati, tantomeno parlati, ma era il mio socio. Che se si condividono le stesse cose, giorno per giorno, lo si diventa anche senza presentarsi.
Indossava un completo molto elegante, marrone scuro, e per questo non stonava col colore della poltroncina su cui era seduto. A vederlo così abbinato anche con l’ambiente circostante, nella mia testa vagava l’idea che quel giorno si fosse messo d’accordo col suo specchio, sì da apparire in una serietà di certo maggiore. Più teatrale!
Aveva tra le mani un libro non molto grande, spalancato come un fiore spampanato, ed immobile com’era, lui con la sua schiena assai dritta, più che leggere sembrava davvero guatare quelle pagine. Le fissava, quasi le venerava, con gli occhi leggermente dischiusi dietro le sottili lenti degli occhiali.
Dunque, in quello stordimento lui era la mia ancora di salvezza. Era la polena d’una nave che sempre fronteggia la bufera letteraria, e che ti tiene in superficie, sopra un abisso d’immaginazione.

D’un tratto, mentre il mio sguardo s’era fermato sulle sue pagine, si alzò di botto. Chiuse il libro, sul cui frontespizio salutai “La morte di Ivan l’Ilic” di Tolstoj, che lessi tanto tempo fa, e voltò lo sguardo proprio sul libro che stavo leggendo. Mi indicò il tavolo sporgendo delicatamente la mano, come ad intimarmi a posarvi sopra il libro. Non so per quale ragione, ma lo feci. Lo posai, e mi alzai. Non nego che mi sentivo impaurito, indebolito, investito da un afflato d’ansia, che subito si sostanziò in una riottosa rigidità muscolare.
Fermo com’ero, lo vidi raggiungermi con passo cadenzato. Mi afferrò dal bavero della giacca, e mi tirò a se. Senza alcuna esitazione, mi trascinò addosso allo scaffale e mi disse: “Quelle storie sono tutte false, lo volete capire?”.
Cominciai a tremare, ma lui continuava come nulla fosse: “Storielle, tutte storielle. Scrittori da strapazzo che si sono divertiti a scriverci su. Storie assurde hanno preso vita da questo incipit. Tentativi di rivelazione, dentro le crude parole e misere storielle di autori sconosciuti …” E stringendomi sempre più, chiuse la sua aggressività in un urlo che credo risuonò per tutto il paese.
Avevo davvero timore che mi facesse del male, perciò ad un tratto decisi di urlare anch’io. Che se non mi fossi trovato davanti a quell’espressione così veemente e inferocita, quella scena avrebbe assunto un non so che di farsesco. Un tono certamente tragicomico.

La presa diventava progressivamente sempre più leggera, e la sua voce più ragionevole. Lo vedevo calmarsi, ritornare nelle vesti d’uomo composto e pacato, e di cui prima s’era spogliato. Anche lo sguardo divenne sempre più ammorbidito. Le vene dalla fronte, scomparse.
Voltatosi, stette in silenzio qualche minuto. Si stava placando, e dopo essersi schiarito la voce con un colpo di tosse, disse: “Le chiedo scusa. Davvero, non era mia intenzione. Ma non riesco a reagire diversamente quando qualcuno si avvicina a quella storia.”
“Si, ha sicuramente ragione” proferii io. “Ma davvero, era la prima volta che leggevo di questa storia. Come ieri fu la prima volta che ne sentii parlare.”
“Da chi?”
“In giro.”
“In giro … La gente stupida di questo paese … che ancora va in giro a raccontare storie, tra l’altro inventate … vecchie di almeno una cinquantina d’anni.”
“Beh, di certo non può negare che sia affascinante”, provando a giustificarmi in qualche modo.
“Ma si senza dubbio … Quello che però rimprovero è che si finisca per inventare di tutto e di più.”
“Si, ha nuovamente ragione, Signore. Ma d’altronde di cosa parlare, se di questa storia non è rimasto altro che un mistero.”
“I misteri non esistono. Esistono le storie, da alcuni conosciute e ad altri ignote. E quindi meglio non parlarne se non le si conoscono, se non si ha almeno qualche indizio certo su di esse.”

Sembrava stesse per infiammarsi nuovamente, pertanto, cercando di non alimentare ancora di più la sua, e a me inspiegabile, folle agitazione, gli sorrisi debolmente e ribattei: “Lei conosceva questi signori?”
“Si e no.”
“Capisco …”
“Senta ragazzo, capisco la sua curiosità, ma non prenda più quel libro. Io sto qui tutti i giorni per assicurarmi che …” e si bloccò di botto.
“Per assicurarsi che nessuno prenda questo libro? Ma perché mai?”
Avevo esagerato. Avevo utilizzato un tono presuntuoso che quell’uomo di certo non avrebbe gradito, e di fatti si scagliò nuovamente su di me. Mi gettò per terra, mettendomi spalle al pavimento. Gli occhiali gli erano caduti, e gli occhi rossi dalla violenza mi scrutavano assetati e rigidi.
Da dietro gli scaffali uscì, per nulla stupito, il bibliotecario, e si sedette a guardarci. Piano si avvicinò e gli porse, a mio sconcerto, un coltello. Un attimo dopo, me lo sentii stingere sotto al mento, a bloccare le mie urla silenziose.

In pochi minuti la sua voce era accanto al mio orecchio destro, e recitava così:
“Bene ragazzo … Qualche minuto prima della sua morte vorrei riferirle quello che dissi a Margaret e Vladimir Sasia … La sensazione macabra dell’omicidio doloso, che sottile ci accarezza la mente, se radicata, è difficile da controllare. Ebbene ragazzo, i loro sguardi li ricordo ancora … Mi pregarono di scusarli per quel poco di cattivo che avevano fatto nella loro triste, breve e intemerata vita. Mi implorarono di lasciarli andare questa volta, ma non ebbi pietà … Non si fanno sconti.
Tutti che si inventano storie, ricostruzioni … Ci scrivono finanche dei libri. Ma ti dico, adesso ch’è giunto il momento … Ragazzo, hai paura della morte? Ti inquieta? Non averne paura. Essa è rapida. Che anche se arriva per tortura, o per fatti accidentali, essa arriva lo stesso.
Ma che la morte sia felicità, rinascita? Agonia?
Felicità, rinascita … No, non c’è nulla di tutto ciò. Lo puoi credere, te ne puoi convincere, ma non quando si muove tra le tue mani … Quando, come una biscia, perfida e squallida, ti si contorce tra le gambe, si fa spazio sulla tua pelle, e ti rende glabro, dove prima non lo eri. Non c’è nulla di felice, te lo assicuro. E soprattutto in quella degli altri. Soprattutto non c’è nulla. E’ una notizia di mezzo istante, che alle volte logora i cari … Li logora per giorni, mesi, anni … Alle volte non logora per nulla. Anzi, per alcuni è anche un sollievo.
Ma poi ce ne facciamo una ragione. E quelli che restano in vita prima o poi ci cadono dentro. E’ la bocca di un tombino, la morte. O quella di un pozzo. Il fondo di un tombino … Quello di un pozzo. E’ un istante. Si, la resa dei conti sul fatturato quotidiano dura proprio brevi istanti. E’ così per i grandi uomini, ricchi, potenti. I piccoli uomini, ricchi, potenti. I poveri uomini, ricchi, potenti. E’ un resoconto, dentro un istante, di ciò che amasti e odiasti nella tua vita, delle scelte che accogliesti e di quelle che scartasti. Il resoconto di ciò che ti concedesti negli ultimi respiri. Spirare, alle volte, dimenticandoti d’amare, di cogliere la vita, una margherita, il tuo sospiro.”

Sulle sue ultime parole, il mio ultimo respiro.

Morii, ma nulla di tutto ciò che vi ho appena raccontato accadere nella biblioteca successe realmente.
Morii lì, seduto sulla mia solita poltroncina, e a causa di un aneurisma.
Il libro sulla storia dei coniugi esisteva veramente. La storia dei coniugi, lo stesso. Il bibliotecario, invece, in quel momento era uscito per un caffè, fiducioso che nulla di particolare avrebbe stravolto quella giornata.
Era una mattina come tutte le altre, e la morte mi colse senza alcun preavviso. Forse perché era destino. Forse perché il fatturato della mia vita era già assai rilevante: lasciai intatti numerosi manoscritti nel cassetto della mia stanza, ivi compresa quella che su ho appena narrato. Scritta in un breve frangente di tempo, dentro al circolo vizioso e virtuoso della vita.

I coniugi Siani, invece, in realtà morirono per cause naturali. Una morte straordinaria, poiché forse mai avvenne nella storia. Mai capitò, infatti, che la morte decidesse di colpire d’infarto due persone nello stesso momento e nello stesso luogo. Precisamente due amanti, due coniugi.
Ne nacque un mistero, e qui tutto diventa più o meno chiaro, a causa dell’intervento della vecchia beghina e del pastore che li vicino, nascosti tra gli alberi, stavano facendo l’amore.
Fu così forte in loro, il desiderio di rianimare le voci di paese, gli scandali, i misteri, fermi già da molto tempo, che col coltello del pastore simularono un omicidio sui due corpi già a terra.

Così forte quel desiderio, che travolse anche il medico legale, benché quest’ultimo era riuscito a risalire alle cause originarie del decesso.

I due, la vecchia beghina e il pastore, nella loro decrepita relazione, se ci avessero riflettuto un po’, avrebbero di certo, o forse no, intuito un mistero ancor più grande in quella morte così naturale, e così straordinaria.

La Morte, col suo completo marrone, era stata raggirata da due esseri umani. Avevano impedito la straordinarietà di quella morte premeditata, ma inaspettata.

In quella biblioteca mi venne rivelato tutto, e tutto mi portai nella tomba.

 

Carmelo Sostegno

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